Come abitiamo in quarantena: un diario

In un appartamento condiviso, in 35mq, in una casa fuori dal nulla, da soli o in compagnia: comunque “chiusi dentro”. Idee, progetti e storie per un diario in evoluzione sull’abitare nei giorni del Coronavirus.

Saturn J. Tesla

Immagine di apertura: Fosbury architecture

8 aprile

Rito versus consumo

Per Fosbury, la resistenza nello spazio della casa oggi è da attuarsi nei confronti di una omologazione del gusto portata dall’avvento di Ikea e AirBnb. Pensiamo agli influencer che trasmettono dalle loro case o al lavoro che sta dietro alla rappresentazione di un ambiente domestico su Airbnb: se già queste dinamiche rendono la casa un asset in termini di comunicazione, a peggiorare le cose è la condizione di oggi, esacerbata dall’incontrarsi di tutti i piani delle nostre vite nelle nostre case. Ciò determina una sovraesposizione e iper-rappresentazione di questi spazi attraverso contenuti social e videocall, in cui i più o meno (s)conosciuti si affacciano virtualmente nelle nostre case.


Parliamo dei loro “Ambienti di resistenza per individui sociali”, oggetti “antropometrici e progettati per performare un dato rito domestico in una certa maniera specifica: il conversation pit esprime una certa maniera di essere conviviali, lo studiolo esprime una certa maniera di essere in questa categoria di spazio”. Questi ambienti sono archetipi di spazio suscettibili di ‘customizzazione’; la loro scala, è a metà fra l’arredo e il progetto architettonico. Sono oggetti che propongono di sostituire il rito al consumo.
(GR)

Fosbury Architecture è un collettivo di architetti che si occupa di design e ricerca.

7 aprile

Evadere dalla propria stanza

Laura Bonell e Daniel López-Dòriga hanno fondato il loro studio di architettura a Barcellona nel 2014, in un momento in cui gli effetti della crisi potevano sembrare passati ma in fin dei conti non lo erano. Mi dice Laura su Skype che, nella iniziale difficoltà di costruire il proprio portfolio come professionisti, hanno sentito il bisogno di “fare spazio a qualcosa che fosse solo nostro, una ricerca”. È così che nel 2016 nasce il progetto A Series of Rooms – con il suo sito e il profilo Instagram – una piattaforma in cui collezionano esplorazioni sull’immaginario dello spazio domestico.


Dalla loro casa a Barcellona oggi stanno continuando a lavorare e, per A Series of Rooms, mi dicono di aver “cominciato la scorsa settimana a mettere assieme lavori che abbiamo in comune l’idea del confinamento”. Nello stile che contraddistingue la loro attività online, Laura e Daniel hanno messo in campo una serie di riferimenti eterogenei, dal San Girolamo nello studiolo di Lucas Cranach il Vecchio a “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock. Prima una sorta di analisi dimensionale degli spazi domestici, la relazione con il corpo, poi Saul Steinberg che – quasi a cercar compagnia – trasforma dei poggiapiedi in gatti. Di qui il passo è breve e si finisce per palare di evasione. Ed è qui che Laura mi parla di due opposti approcci. Il primo è quello analiticamente ossessivo delle descrizioni di Xavier de Maistre (1763-1855), nel libro Viaggio intorno alla mia camera, in cui racconta i suoi 42 giorni di prigionia a Torino. Nel secondo caso invece, le cartoline-collage dell’artista contemporanea Zsofia Schweger (1989) sono quasi un degli interni introspettivi, in cui riveste gli elementi di un interno generico con stralci di mappe geografiche storiche.
Se non ci è dato evadere col corpo, ci sono molti modi per evadere con la mente.
(GR)

Bonell+Dòriga è uno studio di architettura fondato a Barcellona da Laura Bonell e Daniel López-Dòriga nel 2014. Nel 2019 lo studio ha vinto il Début Award alla Triennale di Architettura di Lisbona.

La natura in quarantena

L'isolamento è un catalizzatore potentissimo. Questo stato di prigionia temporanea nello spazio di casa tua, o di una casa dove ti sei trovato o hai scelto di stare – quella del tuo compagno/a, dei tuoi genitori, con amici – è una brutale sintesi di condizioni o scelte pregresse. Come abbiamo capito tutti noi che abbiamo scelto una casa piccola ma in una zona comoda, o una zona hip della città, perché tanto in casa ci stavi giusto il tempo di dormire, o le cene nel weekend. Invece c'è chi come Tyler ha preso una strada radicalmente diversa. “La città non era il mio posto”, racconta in un video su YouTube. E quindi la riscoperta della natura: prima a intermittenza, poi in maniera stabile. Io Tyler lo conoscevo, superficialmente, perché a Milano era il dj di un giro di feste immaginifiche dove finivano tutti i miei amici e conoscenti. Non riesco a immaginare niente di più urbano.

Oggi Tyler vive nella zona occidentale dell'Isola d'Elba, “quella selvaggia e lontana dai porti”, racconta lui. “Ho alberi da frutta e un piccolo orto. Vivo con frugalità”.  I giorni dell'epidemia sono “tante cose”, dice, e aggiunge che sono anche e soprattutto “il mondo senza di noi”. Il mondo senza gli esseri umani sempre e ovunque. Un delfino l'altro giorno è entrato in porto, dove le barche ora sono tutte ferme. “Sembrava osservarci divertito della nostra assenza, dal nostro essere improvvisamente spariti”. La natura andrà avanti senza di noi, ma non è una constatazione pessimista: semplicemente, dice Tyler, l'essere umano dovrebbe adeguarsi alla natura, e non cercare di prevaricarla. Questa è la sua lezione, e io continuo a chiedermi cosa sarebbe stato di Napoleone, se avesse deciso di imparare da quest'isola, anziché fuggirne.
(AS)

L'account Instagram di Tyler è @tylerovgaia.

6 aprile

Copenhagen, interno con drone

Il video riprende gli spazi di lavoro dello studio CCO. Michael Christense & CO,  Copenhagen

Un drone vola sulle scrivanie vuote dello studio CCO, con base a Copenhagen, nel quartiere multietnico di Nørrebro.  “Ma noi torneremo!”, ha commentato Michael Christensen, founder e direttore creativo del team danese, che conta 50 collaboratori: “Certo ora siamo tutto in smart working, sempre connessi online. Ma questa situazione ha reso palese che il contatto vero, reale con la gente, con le cose, è un fattore irrinunciabile per il nostro mestiere di architetto. Perché la creatività è sempre condivisa. L'esperienza della quarantena ci ha solo dimostrato che abbiamo bisogno di stare insieme, di incontrarci, per assimilare il maggior numero di  idee e progetti. Oggi più che mai”.

Laura Ragazzola è architetto e giornalista a Milano

5 aprile

La vera vita è dopo la quarantena

Sempre dalle stesse e troppe poche stanze della mia casa di Milano, ho provato a dare un senso a questi giorni surreali al telefono con i miei amici per “trasformare il paralizzante terrore in una più morbida paura” (come mi diceva Ugo La Pietra). Camminando su e giù per la camera da letto, bevendo il caffè in cucina o spingendomi fino al mio balcone, ma sempre con il telefono all’orecchio, ho sentito i miei amici parlare di questo momento come opportunità, come confusione, come totale smarrimento, come rabbia. E sempre, sullo sfondo, la tragedia che questo virus ha portato nelle vite di tutti noi, ma sì, in maniera mai uguale.

Non so dirvi quando il futuro arriverà, non so dirvi come sarà, ma abbiamo già tutti capito che sarà diverso. Senza però la possibilità di un orizzonte, l’immaginazione stenta a operare. Eppure, ci sono dei momenti in cui penso che non sarà più possibile fare le cose come le facevamo prima. Allora rifletto su cosa vorrei concentrarmi di più, su cosa non vorrò più trascurare, su cosa vorrò fare diversamente.
Ma non in un senso pragmatico, piuttosto in un ordine di valore.

In cerca di risposte, ho riafferrato dalla mia libreria un libro comprato (e letto) tempo fa: La vera vita di Alain Badiou (2016). Sottotitolo: Appello alla corruzione dei giovani. Passando per Socrate, Platone e Rimbaud, il filosofo francese traccia un ritratto della giovinezza della contemporaneità – allo stesso tempo oggetto della sua riflessione e destinatario del suo messaggio – invitandola a sovvertire l’ordine precostituito. Un sistema, dice, nato in Occidente con il Rinascimento, che si è consolidato nell’Illuminismo ed è culminato con l’abbandono fedele all’idea di progresso incessante.

“Voi vi trovate nel frangente di una crisi delle società che scuote e distrugge gli ultimi resti della tradizione. È di questa distruzione (…) che noi non conosciamo realmente il versante positivo”. Incontestabile è che ciò apra a una libertà pressoché incondizionata nella globalizzazione, il cui pericolo di smarrimento per la gioventù è alto. Badiou – nel 2016 necessariamente ignaro di ciò che sarebbe accaduto in questi giorni – propone quindi alla giovinezza un’alleanza con la senilità: la corruzione è rappresentata dalla figura del filosofo, il vecchio disinteressato oramai alla contingenza, che ha il ruolo di ricondurre il giovane alla vera vita, nel contrasto con la falsa vita “della concorrenza e della riuscita” e, aggiungerei, della nuova precarietà.

Questa non è una guerra, questa è una pandemia globale.
Nulla in precedenza ha congelato noi e il nostro mondo nelle nostre case, come questo dramma. Ma è una condizione che finirà, dovrà per forza finire, e sarà inevitabilmente la giovinezza a dover immaginare un nuovo futuro. Non sappiamo ancora quando saremo pronti a ripartire, e soprattutto in che condizioni, ma prima o poi la vita tornerà a scorrere e noi, la mia generazione, dovremo essere pronti a mettere in discussione il mondo che abbiamo ereditato perché il futuro avrà bisogno di noi.
(GR)

4 aprile

Il narcisista

‟Ma non è forse questo il tipo umano che oggi soccombe nelle nostre città davanti davanti all’epidemia di Covid-19? Un soggetto che ha pensato di essere senza più ostacoli da superare, nomade per vocazione e professione, senza limiti e confini, felice della propria centralità nel mondo, animato dell’idea di una crescita continua in linea con un progresso scientifico in grado di assicurare ogni cura, sconfiggere ogni male e vivere teoricamente in eterno? Chiuso nella sicurezza della domotica, il narcisista controlla tutto, prevede tutto, organizza tutto intorno al proprio ego, non solo il sesso ma perfino l’amore. Convinzioni incrollabili che la pandemia ha spazzato in poche ore riscoprendo la fragilità, il mistero e il cuore come categorie fondamentali della vita”.

Estratto da ‟Dall’estetica alle estetiste” di Walter Mariotti, direttore editoriale di Domus

3 Aprile

Anticorpi contro l'economia della “fobocrazia“

Un antidoto. Non contro il Coronavirus, quello ancora non c'è, purtroppo. Ma contro gli effetti collaterali della pandemia: l'ansia, l'isolamento, la paranoia generata dall'amplificazione del disastro reale. Quella che Analogique, studio di architettura e “osservatorio rizomatico” siciliano, definisce “economia della fobocrazia”. Impacchettato come un pillolone risolutivo, BAZOOCoV è uno di quei casi in cui le istruzioni sono più importanti del medicinale. Nel bugiardino, con la scusa del curarli, si trovano tutti gli esiti sociali ed esistenziali della Coronavirus: sovraccarico di news, riduzione della privacy, depressione da isolamento, liti familiari, difficoltà a modificare le routine quotidiane e molti altri.

“Eravamo abituati a isolarci in campagna per lavorare ai progetti”, racconta Dario di Analogique. “Ora siamo in isolamento forzato e individuale, in tre diverse località della sicilia orientale”. E si sono trovati a immaginare qualcosa che mai avrebbero immaginato anche solo un paio di mesi fa. Il virus infetta l'uomo attraverso “le strette di mano, gli abbracci, i baci”, si legge sul bugiardino.“Il virus si nutre di convivialità e mobilità. La socialità è dunque negata, gli incontri proibiti, l’isolamento consigliato, spesso obbligato. La casa è il bunker, i social network sono le piazze in cui confrontarsi e internet un mondo tutto da esplorare”. Ed eccoci qui.
(AS)

2 aprile

La quarantena dell’artista

“Come artista sembra inappropriato perdere questo momento straordianrio. Improvvisamente scrivere un romanzo o una sceneggiatura o una serie di canzoni sembrano le indulgenze di un'epoca passata. Per me questo non è il momento di essere sepolto nell'attività della creazione. È il momento di fare un passo indietro e sfruttare questa opportunità per riflettere su quale sia esattamente la nostra funzione – a cosa serviamo noi, come artisti”.

Nick Cave, cantante, musicista, scrittore e anche molto altro, sul suo diario online The Red Hand Files.

Nolli me tangere

Small è uno studio di architettura con sede a Bari e Milano, fondato nel 2007 da Alessandro Francesco Cariello, Luigi Falbo, Rossella Ferorelli e Andrea Paone.

Primo aprile 🐟

Abitare la realtà virtuale/2

La sveglia tardi, la colazione leggendo. Le mail, pulire casa, una passeggiata in giardino. Poi l'immersione nel virtuale. È questa la routine in quarantena di Saturn J. Tesla, artista multidisciplinare e holoessenza™️ virtuale, come si autodefinisce. “Esploro e cammino in reami virtuali: paesaggi che si autogenerano, dimensioni parallele, la temporanea fusione con un altro me digitale”. Un film, una sessione di D&D, party danzanti con avatars, giochi, karaoke su Discord, tea party in costume. Tutto virtuale. E attraverso chat e videocall chiacchiere con persone. Conosciute nel mondo fisico. O in rete, “con cui ironizzo sul come non sia cambiato nulla per noi”.

Esplorando i mondi di Mass effect, Dreamfall Chapters, JanusVR, Assassin Creed Odyssey, Tomb Rider. Un piccolo party musicale in Fallout 76. E infine esplorazione con viaggi fittizi in Google Maps e attraverso gli occhi di sconosciuti in Periscope.

Tutto risale alla fine del 2013, quando problemi di salute la confinano a letto. Inizia così la sua esplorazione “di tutta la realtà”, oltre al reame del fisico. La documenta con screenshots, foto, screen recordings, logs. Esplora community, soprattutto quelle dove i sistemi di credo e pensiero sono molto lontani dai suoi, come i jordanpetersoniani o gli alt-right; e poi quelle legate al gaming e sociofobie. “Quando poi sono tornata in salute era chiaro che questa esplorazione dei reami online era diventata il mio nucleo di lavoro”, e compone opere dedicate ai viaggi virtuali in universi infiniti e autogenerati. Racconta una relazione nata in chat e proseguita nel mondo reale usando stanze ispirate a The Sims. Crea una identità artistica basata su una fittizia essenza che ricorda Joi di Blade Runner o Samatha di Her.

E oggi si trova di nuovo isolata. Con la differenza di essere una in una moltitudine. “Non so come sarà per la collettività o per il singolo quando questa situazione di concluderà”. Intanto, Saturn J. Tesla affronta la quarantena con l'esperienza di un veterano. “Faccio piccole tasks per riprendere contatto con il corpo”, per tenere il cervello attivo. Da poco, ha anche ricominciato a fare meditazione. Ovviamente in virtuale, su Discord.

L'Instagram di Saturn J. Tesla è @future_holograms

La giornata di Marina Abramovich

“In questo momento è molto importante seguire regole molto severe che ho creato per me stessa:
7:30, del mattino, sveglia. Esercizio sul tappetino da yoga.
8:15, fare una doccia, vestirsi
8:30, fare colazione.
9:00, fare una passeggiata.
10:00, andare a teatro. Provare fino alle 13:00.
Dalle 13.00 alle 15.00, andare a casa e preparare un semplice pranzo.
15:00, tornare a teatro e provare fino alle 17:30.
18:00, tornare a casa. Fare una doccia.
19:00, guarda il telegiornale. Prepara la cena.
20:00, parlare con il mio ufficio a New York.
22:00, andare a dormire”.

31 marzo

In un cantiere di Singapore

“Sembra che questa città sia costruita per separare, per creare un distacco dalla terra” mi dice Ling Hao, architetto malese residente a Singapore. Dagli alti e densi edifici residenziali della città, mi racconta che ciò che vede è stato realizzato da costruttori e dal board per lo sviluppo edilizio, in virtù della densità che era necessario accogliere, nonché la forma urbana scelta per farlo. Sta lavorando dalla sua casa, è “alto sul paesaggio e sulla città” e, continua, “mi sento da solo ma non isolato”. Mi manda alcune fotografie del parco giochi che in fin dei conti ritraggono una normale scena quotidiana, fitta di azioni che mi stupisce che mi sorprendano, per il semplice fatto che sono più di tre settimane che in Italia non si vedono.


Il Covid-19, fino al momento della nostra conversazione, non ha colpito qui come in altre parti del mondo e ci sono delle ragioni precise per cui lì il virus non ha attecchito come altrove: sin dall’inizio sono state messe misure rigorosissime per contenerlo, alla luce dell’esperienza con l’epidemia di SARS, nel marzo 2003. Al di là dell’annullamento di eventi che prevedono grandi assembramenti, di piccoli momenti di panico al supermercato, il controllo sanitario e il distanziamento sociale in città, la sua vita non è cambiata granché, mi dice Ling.


In questo momento l’architetto è impegnato a seguire uno dei suoi cantieri, sempre a Singapore, ed è lì che nella nostra conversazione emerge un elemento di discontinuità. Sono circa 100.000 le persone che dalla Malesia si spostano quotidianamente nel centro finanziario globale per lavorare. La sottile lingua d’acqua che separa le due nazioni è lo stretto di Johor e le due terre sono connesse principalmente per mezzo di due grandi ponti, dove i frontalieri si spostano. Da dove vive il capocantiere, in Malesia, mi dice che ci vuole circa un’ora di viaggio in moto.


Da metà marzo e nel corso di una notte, le due nazioni hanno messo in atto delle disposizioni per il controllo dei movimenti alla frontiera per prevenire il diffondersi del virus. Le misure prevedono attualmente che se si viene dalla Malesia e si arriva a Singapore e vice versa, si devono passare 14 giorni in quarantena. Di fronte a questo gli operai hanno preso scelte diverse, le uniche due possibili. Il capocantiere, che ha una famiglia a Johor, ha deciso di sospendere il suo lavoro e di rimanere in Malesia. Alcuni di quelli che hanno invece deciso di rimanere a Singapore per continuare a lavorare hanno dovuto inizialmente dormire nei luoghi pubblici della città, all’aperto; ciò finché il governo singaporiano, assieme ai cittadini, ha messo rapidamente a disposizione delle apposite strutture. C’è ancora chi popola i cantieri e altri spazi di lavoro a Singapore.
(GR)

30 marzo

In viaggio dentro casa

Camilla Ferrari è una fotografa di Milano che racconta il mondo con immagini e brevi video verticali, abituata a viaggiare quattro, cinque mesi all’anno. Poi lo scoppio dell’epidemia, la quarantena. E una serie di foto scattate in casa: adesso il giro del mondo lo stanno facendo loro.
Camilla è la sostenitrice di un approccio lento alla fotografia, meditativo; al tempo stesso la fotografia è il suo armadio di Narnia, un portale di accesso a qualcosa di straordinario. “Quando si è manifestato questo scenario terrificante per me fotografare casa ha rappresentato la ricerca di un conforto”, spiega; ha avuto modo così di guardare in modo diverso l’appartamento in cui abita da più di un anno: come gira il sole, la luce che alle 4 del pomeriggio crea un piccolo arcobaleno, quel piatto che sembra un pianeta se guardato in un certo modo. E ricominciare a fotografare Fabio, il suo compagno. “Ho cercato di ricreare l’atmosfera di qualcosa in cui tutti si riconoscono: il senso di casa”.

“Ero molto spaventata all’idea varcare la soglia”: dopo una quarantena che durava dall’8 marzo, Camilla Ferrari è recentemente uscita per un lavoro. Ha visto i tram nelle fermate del centro completamente vuoti, “uno, due, tre tram di fila: fantasmi”, la Galleria deserta. “Quello che più mi spaventa è la possibilità che questa distanza si protragga anche quando l’emergenza sarà finita”, osserva: “spero che si rimargini prima di diventare recidiva”. Ma il virus, oltre che tragedia e perdita, per Camilla è anche portatore di forti significati simbolici: la necessità di lentezza e l’importanza della vicinanza fisica.

Camilla Ferrari, nata nel 1992, è fotografa. Il suo Instagram è @camillaferrariphoto.

Viaggio da fermo

Da oltre due anni ho una rubrica su la Repubblica di Napoli dal titolo Narrazioni – I Luoghi. Ogni sabato pubblico un racconto sulla città di Napoli con un disegno. Descrivo l’esperienza dell’attraversamento di luoghi urbani ed extraurbani, neanche tra i più noti ma che si insediano nella personalissima mitologia che ognuno costruisce dentro di sé. Ad oggi ho messo insieme 130 itinerari con altrettanti disegni, un corpus sentimentale sulla città che ha avuto bisogno ogni volta di un viaggio tra strade e vicoli, nei monumenti e nei palazzi, lungo paesaggi e negli angoli nascosti. La città si è mostrata inesauribile e generosa, ma per mostrare i suoi lati più veri ha preteso che mettessi da parte ogni stereotipo, ogni indulgenza e ogni folclore. Ho incontrato architettura, ambiente e degrado.

Davide Vargas, Viaggio da fermo, 2020
Davide Vargas, Viaggio da fermo, 2020

Ma chiuso in casa il viaggio si fa da fermo. Il territorio è la memoria. Scrivo richiamando le percezioni dei luoghi e sento il bisogno di fare il punto di tutte le considerazioni scritte o anche solo pensate. È come se si fosse spostato il punto di vista, dall’immersione ad altezza occhio a un sorvolo che osservi dall’alto l’emergere di significati ignorati. Con il distacco del geografo si rintracciano le traiettorie di un’altra mappa dove prevalgono i nessi sui nodi.
È l’ora del flashmob alle dodici scoppia l’applauso che la gente tributa ai suoi infermieri e medici dai balconi che si aprono fiduciosi che l’aria tiepida della giornata resti immune.

Davide Vargas, “letterato architetto”, scrive di viaggi in città, progetta e disegna
 

27 marzo

‘A Finestra

“Come stai?” mi chiedono, “Chiuso in casa” rispondo.
Questa pandemia è il male e il bene del mondo del 2020.
Mi sono trasferito 10 anni fa da Ragusa a Milano, da 4 anni faccio il designer, e da poco anche il professore. Non sono solo, fortunatamente, condivido una casa con altre due persone nel quartiere di Porta Romana. Ci sono ovviamente dei muri, un tetto, due stanze da letto, un salotto e un bagno, ma ci sono anche tutti i mobili che servono.
Ultimamente li stiamo usando tantissimo: il divano a volte diventa letto e il letto a volte diventa divano, così cambiamo stanza continuando a riposarci. Il tavolo è grande abbastanza per lavorare, mangiare e impastare nello stesso momento, il pavimento non lo usiamo solo per camminare, ma a volte diventa piano per allenarsi, oppure, con l’immaginazione, un prato verde per sdraiarsi e fissare il nostro cielo stellato, un soffitto bianco.
Poi ci sono le finestre, la televisione, il computer e il cellulare, questi oggetti hanno più o meno tutti la stessa funzione in questo momento di chiusura: incontrarsi e salutarsi, affacciarsi sul mondo, non dimenticarsi del cielo e del sole.
‛A finestra
di Carmen Consoli è la mia canzone preferita e la finestra è l’oggetto della casa che sto imparando ad usare di più in questo momento di chiusura, dove invece che dimenticare continuo a immaginare.

Giuseppe Arezzi è designer, insegna Design System allo IED di Como

Giuseppe Arezzi, 'A finestra, collage digitale, 2020
Giuseppe Arezzi, 'A finestra, collage digitale, 2020

La designer e la discoteca su Zoom

Sara, oltre a lavorare, cosa fai in quarantena? “Sto organizzando una discoteca virtuale su Zoom con gli amici perché ho bisogno di scaricare, produco troppe endorfine” mi dice Sara Ricciardi. “Io faccio gli inviti, do 15 minuti di tempo e non bisogna parlare – né ciao, né come stai, né sigle sulla vita, né slogan, né hashtag, solo ballare. Astrid Luglio mette la musica e tutti in cuffia e si balla come dei pazzi. No words just shake your legs.” In più avrebbe dovuto aprire il suo nuovo spazio, il Pataspazio, ma per ora aprirà solo virtualmente. Qui sotto un’anteprima grafica di quello che sarà.  
(Marianna Guernieri)

Sara Ricciardi, Pataspazio
Sara Ricciardi, Pataspazio

26 marzo

Abitare la realtà virtuale

Qualche tempo fa un’amica mi ha raccontato la storia un suo conoscente, un programmatore che ha esteso il suo appartamento troppo piccolo usando un caschetto per la realtà virtuale. Una storia che mi ero appuntato mentalmente e a cui penso spesso in questi giorni. “Io sono convinto che quando finirà l’emergenza porteremo con noi scorie di questa situazione che cambieranno i nostri comportamenti”, mi dice su Whatsapp Manuel Bazzanella, Ceo di Digital Mosaik, una azienda specializzata in realtà virtuale. Non è caso che Facebook stia lavorando a Horizon, un social network completamente pensato per l'interazione nello spazio virtuale, aggiunge.  

Ford è tra i primi brand a usare Gravity Sketch per progettare i suoi veicoli in VR

Incontrare persone, partecipare a un evento o assistere a lezioni; visitare un museo o un luogo; meditare; progettare in 3D, con Gravity Sketch; viaggiare. Sono solo alcune delle applicazioni VR possibili che Digital Mosaik mi gira con una mail. Attività che possono allargare il nostro spazio di quarantena, e restare con noi domani. Basta procurarsi un visore. Bazzanella cita un progetto che aveva realizzato per il turismo in Trentino e che è finito al reparto pediatrico del Santa Chiara, con la realtà virtuale che faceva da finestra verso il mondo esterno. E poi ci sono le fiere, con le aziende che vogliono costruire stand virtuali per evitare che si ripeta quello che sta succedendo in questi giorni. Il problema, spiega Manuel, è anche culturale, come la sua battaglia per il VR. Aggiungendo che Cina e Stati Uniti sono più avanti, sottolinea l’opportunità per tutti i creativi: “in questo momento chiunque entri con il progetto giusto ha spazio libero”.
(AS)

Questo divano non è un museo

È cominciata che ci hanno detto del virus, di stare in casa e la mia bacheca Facebook si è riempita della retorica stucchevole delle opportunità del silenzio e dell’isolamento.
È andata a finire che hanno chiuso i musei e i teatri, e probabilmente hanno fatto bene. Dico probabilmente perché sono contento di non essere stato io a dover prendere questa scelta.
La mia bacheca si è riempita di iniziative di teatro online, musei da poter visitare dal divano.
Io sul divano ci ho sempre guardato la tv, dormicchiato, letto, fumato sigarette e fatto cene inutili a base di toast e Coca-Cola. Non mi è mai venuto in mente di guardarmi una collezione o lo spettacolo che ho perso alla Biennale tre anni fa. E non mi è mai venuto in mente per un motivo semplice: è impossibile.
L’arte comincia prima. Non posso osservare la Gioconda senza registrare intorno a me il Louvre, la sala piena, il tempo e lo spazio di rapporto che è concesso a me e a quell’opera. L’arte non ci chiede di erudirci, ma di esperire.
Non sono mai stato al MET e non ho in programma di andarci a breve: sono in quarantena. Ma se non posso visitarlo voglio almeno poterlo immaginare.
L’opportunità nell’isolamento esiste, credo, ma io ne ho trovata solo una: la nostalgia per la produzione artistica. Se c’è una cosa che voglio coltivare è la voglia di andare al MET.
Magari ci provo ora, magari passo per Forlimpopoli e appena arrivo sto tre ore davanti alla Gioconda. Al MET. Magari le do un bacio, magari mi faccio arrestare, tanto finirà anche questa quarantena.
Finisce tutto, no?
No, la Gioconda, no.

Francesco Bressan, attore e performer, si occupa di teatro, drammaturgia e performing art. È parte del duo Bressan/Romondia.

Parigi. Visitatori del museo del Louvre di fronte a La Gioconda. Foto Juan Di Nella
Parigi. Visitatori del museo del Louvre di fronte a La Gioconda. Foto Juan Di Nella

25 marzo

La distanza dalla città

Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza

(Fabrizio De Andrè)

Al telefono, mia madre: “C’è meno gente per strada a Milano?”. È così che mi rendo conto che guardo poco fuori.
La città è distante, nonostante io sia qui.
Forse anche voi avete la sensazione che il tempo nella vostra casa si ripieghi su se stesso, fra le pareti di ogni stanza. Forse anche voi vi ritrovate nella vostra camera, fra le pieghe di una strana sostanza che sembra schiuma poliuretanica in espansione continua e lenta.
Ecco, quello è il tempo della vostra stanza. Ciascuno di noi sta arredando il proprio tunnel spazio-temporale, riempiendolo, fisicamente e metaforicamente, di nuove azioni del corpo, di libri, di playlist di Spotify, di fogli di carta e fogli Excel, di corsi di pilates online e dirette Instagram.
La città è lì, da qualche parte nelle nostre menti, immobile e sola.

Per Francesca la città è immersa nell’acqua, elemento che misura la distanza fra noi e la torre Velasca, il grattacielo Pirelli o la torre Branca. Una distanza che non è solo spaziale, l’acqua è anzitutto simbolo di una sospensione temporale. Nelle sue illustrazioni, città, esseri umani e natura si confrontano con il cielo che, mi dice, arriva ad essere “così improvvisamente più vicino, approssimando l’umanità al mondo delle idee”. Questa dimensione astratta e mitologica che scaturisce dalla serie “Misura della distanza”, è per Francesca il mezzo per comprendere “quello che facciamo ora sulla Terra”, nelle nostre stanze, cercando di dare un senso a questa sensazione di inevitabile sospensione.
(GR)

Francesca Berni, è architetta e dottoranda al Politecnico di Milano.
Nella sua tesi di dottorato, l’acqua è il principale strumento di ricerca sulla forma dello spazio. Si è formata tra Roma e Milano, con esperienze presso ETSAM (Madrid) e SJTU (Shanghai)

Non siamo soli

Di tanto in tanto probabilmente vedrai delle piccole creature in giro per casa tua. I ragni tessono le ragnatele negli angoli tranquilli di una stanza, le coccinelle talvolta appaiono vicino alle finestre dove l’acqua si condensa, le formiche trovano la loro strada verso il cibo lasciato fuori per caso. Secondo i risultati di una ricerca sulla biodiversità pubblicati dalla rivista Peer-J nel gennaio 2018, ci sono circa 100 diverse specie di ragni, millepiedi e insetti che abitano la nostra casa. Quelli che vediamo non sono che una piccola parte di un mondo nascosto (ma prezioso) di una vita altra, su questo pianeta malato. Una vita fragile da cui dipendiamo.
Sottsass una volta ha scritto: “non sarebbe bello se anche gli architetti avessero qualche sapienza profonda su quello che c’è di vago, nascosto, consolante, prezioso sul pianeta, su quello che si muove e vive per donarlo a noi che navighiamo sul mare lontano della vita?” Pensiamoci.

Angelo Renna è architetto, si occupa di natura e ambiente.

24 marzo

Ripensare la città del futuro

Uno starnuto, un colpo di tosse. Il droplet — parola chiave dell’emergenza, ottimo punto di partenza per il titolo di un film campione di incassi sul virus tra qualche anno, in italiano: “gocciolina” — resta nell’aria, si deposita sugli oggetti. Lo tocchi, passi le mani sugli occhi o sul naso, ti infetti. Secondo uno studio pubblicato dal New England Journal of Medicine, in una stanza a 21 gradi centigradi e con il 40% di umidità relativa il virus resiste 3 ore nell'aria e fino a 3 giorni su tutto quello che è di polipropilene, uno dei polimeri plastici più impiegati al mondo: sacchetti, giocattoli, sedute, soprammobili. Il cubo di Rubik, i tupperware. Il polipropilene ci circonda. Sull’acciaio inossidabile il Coronavirus sopravvive 2, 3 giorni; sul cartoncino circa uno.

È il rame, tra i metalli di uso comune, quello che dà meno ospitalità al virus: 4 ore, una sola in più che nell’aria. Il rame uccide il virus e Fastcompany recentemente gli tributa una quasi agiografia, ripercorrendo la parabola discendente di questo materiale dalla rivoluzione industriale a oggi e citando gli studi critici della ricercatrice Phyllis J. Kuhn fin dalla metà degli Ottanta. L’acciaio ci sembrerà più pulito, rispecchierà il gusto del contemporaneo per la traslucidità e la leggerezza, ma se dovessimo scegliere un materiale con cui ripensare i nostri spazi privati e pubblici, a partire dagli ospedali, dovrebbe essere il rame e la lega che compone con lo zinco, il bronzo.
Come immagineresti una città coperta da rame e bronzo, dove plastica e acciaio hanno un ruolo ridottissimo?

Ovviamente, non è tutto qui. Nastri adesivi a terra segnano la misura di un metro in prossimità delle casse dei supermercati; fuori, code a distanza di sicurezza sembrano coreografate per un video di Romain Gavras; nelle metropolitane desertificate si viaggia stando in piedi o seduti sui posti di lato, lasciando il massimo spazio tra i passeggeri. Gli ascensori sono diventati un problema. A Hong Kong pulsantiere e maniglie sono disinfettate più volte al giorno, o ricoperte con un foglio di plastica sostituito ciclicamente. Pensare a una città più sicura vuol dire inglobare queste esperienze nella progettazione del nuovo e nella riprogettazione di quello che già c’è. Partendo dal problema della densità, delle città verticali che fanno da propulsore al contagio, su un pianeta dove la popolazione è sempre più concentrata in aree urbane. Quando ricominceremo a parlare di città del futuro, sono tutte cose che dovremo tenere in conto.
(AS)

23 marzo

Adamo–Faiden: anatomia di una quarantena a Buenos Aires

Sebastián e Marcelo – i due partner dello studio di architettura Adamo-Faiden – hanno iniziato a insegnare alla Princeton University quest’anno. Arrivano a New York il 7 marzo ma ripartono in anticipo rispetto alle previsioni: venerdì 13 riescono a prendere uno degli ultimi aerei per Buenos Aires, appena prima che il governo argentino mettesse limitazioni sui voli provenienti da paesi a rischio Covid-19, Stati Uniti inclusi.
Il loro ritorno a casa però terminerà con lo scadere dei 14 giorni della quarantena, venerdì 27 marzo. Bizzarra situazione per i due architetti, è quella di trovarsi – dopo diverse peripezie – ad occupare due appartamenti in due distinti edifici da loro progettati: Edificio Bonpland 2169 e La Vecindad a Plaza Mafalda. Li separano 15 minuti a piedi ma le loro condizioni spaziali e di vita sono totalmente differenti.

Screenshot della call: a sinistra Sebastián Adamo e, a destra, Marcelo Faiden dello studio Adamo-Faiden
Screenshot della call: a sinistra Sebastián Adamo e, a destra, Marcelo Faiden dello studio Adamo-Faiden

La legge del contrappasso
“Nel mio caso, la storia è piuttosto semplice, sono separato dalla mia famiglia”, dice Marcelo dall’ultimo piano dell’Edificio Bonpland 2169, dal quale vede la città dall’alto. Mi racconta che, dopo aver fatto varie chiamate per trovare una soluzione abitativa per questo periodo, ha realizzato che l’appartamento era sfitto. “Avevo le chiavi e ho portato qui mia valigia (…) mi sento un monaco: ho poche cose e molto tempo”. Marcelo si trova ad abitare uno spazio che ha sviluppato, disegnato e realizzato assieme allo studio, ma che mai prima d’ora, “nemmeno durante il cantiere” aveva passato tanto tempo lì dentro. Javier Agustín Rojas, un fotografo che lavora spesso con loro, ha lo studio giusto due piani più sotto e gli porta ciò di cui ha bisogno. Marcelo mi spiega che le fotografie che mi ha inviato sono per lui il modo più immediato di raccontare “l’esperienza di vivere in uno spazio che ho progettato, dove sto cercando di scoprire nuove cose del vivere qui” ma, prosegue, “ci vorrà del tempo prima che possa trarre delle conclusioni”.

 

Uno spazio completamente normato
“La mia situazione è totalmente opposta”, mi dice Sebastián su Zoom, “sto nel seminterrato della casa che abito normalmente, e condivido con la mia famiglia una parte di questo spazio”. Tale spazio è di norma condiviso in totale libertà dai tre membri della famiglia ma ora, evidenzia Sebastián, hanno creato tre categorie di ambienti: “alcuni di questi li usiamo in maniera rigidamente individuale, ci sono poi quelli che siamo obbligati a condividere – come il bagno principale – e poi c’è lo spazio in cui circoliamo”. Mi dice che il seminterrato in cui sta vivendo in questi giorni è parte della sua casa, lo usano come dépendance, e che è equipaggiato con un bagno, ma che è sguarnito di doccia. Le due parti della casa due sono separate da un patio: “non condividiamo la stessa aria e lo stesso spazio”. Mi dice che il figlio Aldo è troppo piccolo per sapere come gestire queste condizioni. Fra Sebastián e la compagna devono invece “essere molto specifici sui confini fra i nostri spazi vitali, su come usiamo le stanze, sul come pulirle e sterilizzarle: la casa era lo spazio principale in cui si dispiegava la nostra libertà, ma ora è uno spazio completamente normato”.
(GR)

21 marzo

Le case degli altri: un racconto

Quello là dietro è uno stendibiancheria. O almeno sembra.
Mi distraggo cercando di capire se si tratta di calzini o mutande.
Sì, è proprio uno stendibiancheria. E quelli sono calzini blu.
Marco vive in un monolocale senza balcone, è probabile che sia uno stendibiancheria.
Luciana si è comprata lo scorso anno un attico meraviglioso, mi ricordo la festa di inaugurazione. Dietro di lei c’è la luce, tantissima, e l’aria, il lusso più grande in questi tempi. Facile quando hai il marito dirigente e l’eredità dei genitori.
C’è quel collega nuovo che ha una casa orribile.  Non lo conosco bene ancora, è arrivato poco prima della quarantena, ma quella sedia da ufficio (abbinata all’armadio marrone) mi dice che non abbiamo molto in comune.
Filippo deve vivere in un seminterrato: alle 4 di pomeriggio già deve accendere la luce. Mi spiace molto per lui, deve essere tosta in questi giorni di reclusione.
Ruggero ha schierato alle sue spalle una caterva di libri, tutti con i titoli ben in vista. Molti li conoscevo, altri li ho cercati su internet. Il quadro che ne esce di lui è schizofrenico ma interessante, mi sono ripromesso di uscire qualche sera con lui e la sua famiglia.
Marisa deve avere la mia stessa fissa, si è studiata bene lo sfondo che la incornicia, con un angolo di finestra e un vecchio quadro di famiglia.
Il contrario di Daniela che si collega dalla cucina con tutti i piatti sporchi sullo sfondo, senza vergogna.
Anna ha la passione per le piante, e questo lo sapevo già perché è l’unica che in ufficio ha un vaso sulla scrivania. Il fondo del suo mezzo busto sembra una giungla e il suo gatto grigio una pantera. In lontananza nel suo audio mi sembra di riconoscere anche il fischio di un uccello.
Benny, quello indiano che lavora ai computer, ha sei figli e durante le videochiamate li ho visti tutti: entravano per chiedergli di aprirgli un succo di frutta, di essere accompagnati al bagno, volevano un gioco, piangevano perché feriti da un fratello.  La sua è una casa modesta, probabilmente in affitto, piena di mobili troppo ingombranti per spazi così piccoli. È un grande Benny, stoico e sempre con il sorriso. Merita un aumento di stipendio, ne parlerò con il suo capo reparto.
Vania non la sopporto in ufficio e non sopporto la sua casa, con i nani da giardino nel salotto.
Massimo fa le videochiamate dal cellulare e cammina tutto il tempo. Ottima cosa per me, mi sono potuto studiare tutta la casa, ne ho disegnato anche la pianta. È enorme per essere un appartamento di città.
La stanza di Alfonso sembrava triste, nonostante lui non lo fosse mai. Poi ho capito che si era trasferito a casa della madre anziana, la cui badante era scappata in Ucraina appena era iniziata la pandemia.
Il mio sfondo è diverso da quello di tutti gli altri. È bianco.
Per non mostrare nient’altro che il muro ho dovuto spostare la scrivania, bloccando metà soggiorno, così però mantengo la mia privacy.
Mentre faccio il guardone e ingrandisco le caselle degli altri per studiarne i dettagli.
Amo lo Smart Working.

Giona Peduzzi, autore tv, ha compiuto quarant’anni in quarantena.

20 marzo

La finestra “aumentata” di Sovrappensiero

Artivive è una app che nasce per “aumentare” digitalmente l'arte. Si inquadra con il telefono un'opera e la si vede in movimento; in realtà, il telefono è stato semplicemente addestrato dalla app a mostrare al posto dell'immagine un certo video che crea l'effetto di illusione. Ernesto e Lorenzo di Sovrappensiero Design Studio hanno hackerato questo sistema per ottenere qualcosa di diverso con “Somewhere”. Il loro progetto trasforma un disegno che chiunque può stampare e appendere in casa in una finestra aperta verso un paesaggio virtuale ogni giorno diverso. “Di solito facciamo prodotto per grandi aziende”, spiega il duo, ma la quarantena ha rallentato il lavoro: “quindi abbiamo deciso di fare qualcosa legato a questa situazione”.

“Somewhere” di Sovrappensiero Design Studio

“Somewhere” è un progetto che vuole creare una narrazione e portare le persone fuori di casa, restando a casa. “Abbiamo spiegato che il modo più veloce fosse la realtà aumentata”, mi racconta Lorenzo, chiedendomi se ho provato la app. C’è chi ha stampato il foglio e l’ha appeso con una puntina, racconta; altri l’hanno nastrato alla parete; alcuni anche incorniciato. E poi immagino ci sia chi, come me, non ha una stampante, e se lo guarda sull’iPad. “Ci piace che ci sia una componente materiale e che ognuno si approcci in maniera diversa”, spiega Sovrappensiero, aggiungendo che l’ispirazione per il disegno arriva dalle parole cancellate di Emilio Isgrò: le uniche che rimangono leggibili compongono la scritta stay at home and go somewhere. “E ci piace anche pensare che questo viaggio sia condiviso”. Quando chiedo a Ernesto cosa vede dalla sua finestra reale, quella di casa, mi parla di tanta luce naturale, ma anche un paesaggio di cemento fermo e privo di stimoli visivi, così che anche il pensiero si ferma. È questa l’importanza di “Somewhere”, spiega, “un piccolo movimento e un po’ di colore che ci riportano ai mondi che invaderemo finita la quarantena”.
(AS)

Sovrappensiero Design Studio è stato fondato nel 2007 da Lorenzo De Rosa ed Ernesto Iadevaia. L'immagine che dà accesso a Somewhere gli può essere chiesta su Instagram @sovrappensierodesign o con una mail.

7 anni e 7 settimane, forse

Durante la mia vita lavorativa per sette anni ho lavorato in casa. Un ingresso d’altri tempi, grande quasi come una stanza con una finestra, è stato dapprima quello che era: lo spazio in cui si lasciavano i cappotti, le scarpe – delle mie figlie e dei loro amici –, i pacchetti. A un certo punto però è diventato il mio spazio di lavoro con il tavolo, ricavato da un’installazione che fu alla Biennale di Venezia, la stampante, il modem, la sedia, una chiavarina anni ’60 che avevo ereditato da mio padre. Dietro, al posto di una lampada da terra, si è aggiunto un tavolino che pian piano si è riempito dei libri delle mie figlie e di scartoffie varie – e no, non si è mai liberato e non ho mai letto il manuale di Marie Kondo. La pausa caffè la facevo al bar oppure stendendo la lavatrice.

Questo spazio è rimasto quello degli strumenti di lavoro anche quando ho ricominciato a lavorare in ufficio, la redazione di Domus, e lo ho usato solo a tratti. Oggi mi ci ritrovo a lavorare tutto il giorno, con la fibra invece dell’ADSL, una stampante un po’ più evoluta che non uso quasi mai, un lettore di cd esterno che uso ancora meno. La sedia di Eames, in vetroresina del 1954, ha sostituito la chiavarina, ma non so se è davvero più comoda per starci tutto il giorno. Da qui faccio anche lezione ai miei studenti dello IED, e questo tutti gli insegnanti d’Italia lo stanno imparando. La pausa caffè la faccio in cucina, dove mi sono ritrovata a cucinare furiosamente – e sì, in tutte le chat in cui mi ritrovo si condivide questo cucinare estremo. E ogni giorno sembra un sabato un po’ anomalo. Sarà per 7 settimane?
(Simona Bordone)

19 marzo

La profezia di Ugo La Pietra

Ugo mi risponde al telefono con una voce squillante, da “un posto sperduto, su una collina dell’entroterra ligure”, lo definisce lui. Ci scambiamo le nostre impressioni sugli avvenimenti di questi giorni di epidemia a Milano, che ha lasciato 20 giorni fa, assieme ai suoi strumenti di lavoro, il suo archivio, i suoi oggetti. Mi racconta che sta cercando di ricostruire la sua vita domestica su quella collina, non senza una certa difficoltà. Gli racconto del mio rapporto con la scrivania in questi giorni, lo chiamo forse un po’ nella speranza che mi sappia dare quelle “istruzioni per abitare la casa” di cui ho scritto il 17 marzo. Mi dice però che la prima indicazione sulla trasformazione dello spazio domestico non si trova fra i muri delle nostre case ma appena fuori: “il balcone, da reclusi quali siamo, è l’oggetto domestico surrogato del rapporto con la città ed evasione dalla nostra condizione”.

Gli è misterioso però capire come le generazioni più giovani  “abituate a stare all’esterno” stiano affrontando questo momento. Negli ultimi 20 anni “le nuove generazioni hanno perso l’interesse verso gli oggetti d’arredamento – tranne il computer – e lo spazio domestico”.
In tempi non sospetti, vale a dire negli anni ’70, con la sua ricerca Interno/Esterno – poi in parte pubblicata da Corraini con il libro dal titolo omonimo nel 2014 – Ugo proiettava elementi dello spazio domestico sulle facciate delle sue casette di ceramica (per Fusella, 1977). Questi manufatti richiamano un immaginario post-moderno: il balcone prende la forma di una poltrona, o alla facciata si adagia mollemente una tenda. Viste con gli occhi in quarantena di oggi, sembrano quasi profetiche.
La ricerca, che segue la linea di Abitare è essere ovunque a casa propria, parlava dell’abbattimento della soglia pubblico/privato, ispirandosi “a Gio Ponti, alla casa che si apriva verso l’esterno”. In questa situazione, in parte secondo lui causata da una “globalizzazione che ci è sfuggita di mano”, il balcone è “la salvezza, l’unica possibilità di sentirsi ancora, almeno in parte, nello spazio urbano”.
(GR)

Ugo La Pietra è artista, architetto, designer e teorico italiano

Ugo La Pietra, “Ex-Voto”, tecnica mista su carta, 19 marzo 2020
Ugo La Pietra, “Ex-Voto”, tecnica mista su carta, 19 marzo 2020

Teoria e pratica delle code

L'Italia è simbolo di tante cose. Sicuramente non di come si fanno le code. Quello lo associamo più facilmente con altri contesti, altri paesi. Nel 1909 l'enfant prodige della statistica danese, Agner Krakup Erlang presentò The theory of probability and telephone conversation, inaugurando un nuovo campo di studio, la teoria delle code. Oltre al traffico telefonico, la si applica nel campo dei trasporti e delle forniture e, più banalmente, alle file che le persone fanno prima di accedere alla cassa di un supermercato o ai controlli in aeroporto. Con l'intenzione di “disegnare” code fluide anche se c’è chi tende a gestirle in maniera poco efficace, come noi italiani. Vi siete mai chiesti se dietro allo schema di una coda di Primark o dell’Ikea ci siano un ragionamento e la sua applicazione? Ora avete la risposta.

Filaindiana.it

La mia abitazione non ha uno di quei terrazzini dove ora si fa la macarena alle 18 o si canta volare-ooo-ooo tutti insieme. Non invidio l'affaccio su strada tranne per un chiaro vantaggio: quello di chi può vedere in tempo reale quanta coda c'è al supermercato di zona. Perché dopo il primo assalto alle rivendite a fine febbraio, con esaurimento di amuchina, carne rossa e carta igienica, e una successiva calma piatta, ora gli ingressi ai super sono contingentati. Dentro si sta in pochi e fuori in fila, a un metro di distanza almeno. Sono code che possono durare alle volte anche ore. Per fortuna, l'affaccio al mondo non è solo il terrazzino, ma anche quello digitale. Sulla social street del mio quartiere su Facebook, gli angeli delle code ne condividono le foto scattate dai loro punti di osservazione privilegiata, azzardano ipotesi sui tempi di attesa, fluidificano il traffico, lo razionalizzano condividendo i dati, danno una forma accettabile allo scempio dell'attesa nei giorni del virus. E sul sito filaindiana.it trovate tutti i tempi di attesa. Se esiste un premio dedicato a Erlang, quest'anno dovrebbe andare a tutti loro.
(AS)

18 marzo

Le storie in tempi difficili di twenty14

Nel 1897 lo scrittore americano Stephen Crane condensò in un racconto (The open boat, in italiano La scialuppa) la terribile esperienza di naufragio che aveva vissuto qualche mese prima. Oggi, quel racconto viene ricosciuto come il suo capolavoro. È questa la prima delle “Art stories in hard times” di twenty14, racconti di “grandi figure che in situazioni difficili ci hanno lasciato qualcosa di prezioso” pubblicate sotto forma di instagram stories sul profilo @t14contemporary. “Sono spunti per rendere produttive in termini creativi le nostre giornate”, spiega Matilde Scaramellini, metà del duo curatoriale insieme a Elena Vaninetti. Soprattutto si tratta, spiegano, di “una forma di intrattenimento pensata per un pubblico di appassionati d'arte e di artisti”.

L’attività di twenty14 si divide da sempre tra la consulenza per artisti e l'organizzazione di mostre. Il contatto di persona è cruciale, “ma questa situazione rende impossibile lavorare come dovremmo”, spiega Scaramellini; “è evidente – aggiunge – che queste storie siano qualcosa di diverso rispetto alla nostra attività usuale”. Si inseriscono nel tumultuoso, variegatissimo flusso di proposte condivise durante questi giorni di quarantena attraverso i social media, che passano dallo yoga ai comici alla performance, e sono tante, tantissime, forse troppe. Matilde osserva come eventi e racconti digitali abbiano preso il posto della “frenesia“, del “presenzialismo” che era normale a Milano fino a meno di un mese fa. Secondo twenty14, per una città assuefatta a un concetto di benessere che passa dal consumo di tutto, anche di eventi, questa nuova situazione abitativa ci costringe comunque a “guardarci dentro“.
Bisognerà anche capire di questa esperienza in quarantena cosa resterà in futuro. “La diversificazione del contenuto sarà un tema che ci porremo quando sarà finito tutto quanto”, spiegano le ragazze di twenty14, fermo restando che “un'opera d'arte, per quanto te la possiamo raccontare, poi la devi vedere di persona”.
(AS)

Luca Molinari e il tempo dilatato

“Viaggiando molto sono abituato a vedere il mondo mentre lavoro attraverso i device, con lo studio poi condividiamo tutto attraverso il server” dice Luca Molinari al telefono, dalla sua casa milanese. Nell’abitudine all’accesso alla rete sempre disponibile “ti svegli la mattina, spegni la sveglia e prendi il telefono: hai la rete a letto con te”. Sta però notando in questi giorni che “ciò che è cambiato è il tempo”, il quale sembra star subendo un’interessante dilatazione, talvolta una vera e propria dispersione.
In questo momento, per molti di noi, i device e la rete sono l’unico accesso al mondo esterno e la nostra tensione relazionale sta trovando espressione lì. Per Luca, il loro uso è diventato “più lento e più intrigante” e che riesce finalmente a “godere di quei contenuti che mi interessano e che finalmente ho il tempo per approfondire”.
Conveniamo però che nel marasma del tentativo di stabilire dei ritmi per lo smart working, ciò che sembra sempre fuori controllo è la lunghezza delle riunioni e la moltiplicazione dei programmi per farle: ci colleghiamo via Skype, poi Hangouts, poi Zoom, poi Facetime, ne scopriamo di nuovi di ora in ora. Alla luce di ciò che ha scritto nel libro Le case che siamo (nottetempo, 2016), gli chiedo se ha adeguato in qualche modo la sua casa per accogliere questi incontri virtuali. Lui mi risponde di no, e che è convinto che la privacy “parametro su cui la società moderna è stata costruita” sia saltata da anni.
In tutta questa virtualità, da neo-nomade, mi racconta ridendo che la cosa che gli manca di più in questi giorni è “quell’aria che sa un po’ di sanificante, quella delle cabine d’aereo”.
(GR)

Luca Molinari è critico, docente e curatore di architettura.

Orizzontale di Katia Fucci

Katia Fucci, “orizzontale”, inchiostro di china su carta, Milano, 2020
Katia Fucci, “orizzontale”, inchiostro di china su carta, Milano, 2020

17 marzo

Corolla, progetto artistico dall’auto-isolamento

Giuseppina Giordano cita il celebre haiku di Kobayashi Issa: “Mondo di sofferenza/eppure i ciliegi/sono in fiore”. L’artista, che vive a Milano, doveva partire per il Giappone a fine febbraio. Il Giappone dell’hanami, lo spettacolo della fioritura. Invece è tornata nella sua Sicilia, in casa dai genitori medici. In quarantena per 15 giorni nella stanza che è stata del fratello. “Era il 23 febbraio, erano appena scoppiati i primi casi in Lombardia. Ero a Firenze e hanno cancellato i treni per Milano. Una volta arrivata dai miei, mi è stato chiesto di autoisolarmi e di usare un solo bagno. Loro disinfettavano maniglie e quant’altro”.

È in quella stanza, dove ancora ci sono le cose del fratello, i fumetti e i libri e il suo basso elettrico, che nasce Corolla, una collezione di sculture indossabili con forma di petali flessibili, pensate perché la maggior parte di persone possa indossarle. “Mi mancava l’idea di non potere toccare l’altro e queste sculture sono delle estensioni del nostro corpo”: l’artista racconta che questo progetto nasce dall’idea che non si possa essere sempre contro, anche quando non si può essere solo con. E che l’idea di sentirci come una famiglia di umani in questo momento di crisi possa aiutarci.
Il progetto è in crowfunding su Indiegogo.
(AS)

Sono gli oggetti che fanno lo spazio?

In tempi non sospetti, su Domus 1021 di febbraio 2018, dal titolo Time, Michele De Lucchi scriveva nel suo editoriale: “sono gli oggetti che fanno lo spazio e non lo spazio che fa gli oggetti”. Era il mese in cui entravo a far parte della redazione, ma quell’editoriale ritorna oggi in un senso tutto nuovo.
Con l’avvio dello smart working, nella mia stanza è arrivato il lavoro, sotto forma del grande computer, compagno nelle mie giornate in redazione. In questi giorni è contemporaneamente la mia finestra sul mondo e la finestra del mondo sulla mia stanza. Dovendo fare i conti con l’arrivo di questo poderoso oggetto, mi sono involontariamente ritrovata ad essere esploratrice della mia scrivania, una giungla di oggetti. Prima non avevo la necessità di considerarne peso, colore e dimensione ma ho iniziato a farlo questa settimana per renderli funzionali a questa nuova dimensione di vita.

Giuseppe Arezzi, Gabbie, collage digitale, 2018
Giuseppe Arezzi, Gabbie, collage digitale, 2018

Immagino Alessandro Mendini nella sua casa – nel periodo in cui in Triennale si chiedeva “Quali cose siamo” con l’omonima mostra del 2010 – scrivere mentre guardava l’eterogeneità degli oggetti attorno a sé, come costituenti di un “micro-sistema di una vita”. Immagino, come l’ex direttore di Domus  scriveva in Scritti di domenica, che “se mi sposto dieci metri c’è un altro sistema ancora, e poi un altro, e poi mille e mille in tutte le direzioni. Sistemi miei e degli altri, di tutti noi (…) l’insieme dei palcoscenici infiniti delle nostre menti e dei nostri corpi”.
La casa che ciascuno di noi abita sta prendendo lentamente ma inesorabilmente una forma più compatibile alla nostra rinnovata dimensione esistenziale, quella dell’eremita digitale. Lo ha dimostrato il proliferare di “regole per lo smart working” rivolte a chi, come me, la casa la frequenta molto poco. Più che di “istruzioni per abitare la città” (citando Ugo La Pietra) – adesso abbiamo bisogno di formulare nuove “istruzioni per abitare la casa”.
(GR)

Giuseppe Arezzi, Gabbie, collage digitale, 2018
Giuseppe Arezzi, Gabbie, collage digitale, 2018

35mq

Vivo in un cubotto di trenta metri quadri non troppo abbondanti sulla sponda orientale di Nolo, il nuovo quartiere “che piace alla gente a cui piace piacere” di Milano. In casa ho comfort e tecnologie q.b.: un tv 49 pollici, frigo grande, forno combi, tre console da giochi, giradischi, divano comodo, Alexa e Google Home, un tappeto morbido su cui ogni tanto mi piace sdraiarmi, un tavolo allungabile (su cui tornerò). Nonostante questo, se mi chiedi i luoghi che abito più spesso e volentieri, ti rispondo che sono da Marco e della sua famiglia; Marco viene dalla Cina, dalle montagni cinesi, e gestisce il bar con biliardo che piace tanto agli anziani della zona (e a me); la palestra Heracles, dove si praticano le nobili arti del pugilato, della musica, del teatro, e altre ancora; il supermercato di fronte, dove passo quasi sempre di ritorno dal lavoro, quasi una camera di decompressione per me; il bar-libreria che ha appena aperto dietro casa, Anarres; il dehors del mercato comunale, incantevole con la bella stagione; la Carmen, paffuta signora che vende di tutto e ti inchioda di chiacchiere. Per non parlare dei ristoranti, del Q Club, in piazza Morbegno, la sera folle e birrette. E poi la fermata MM Loreto, i treni della metro verde, il tram 15 quindici e i bus numero 230 che portano a Rozzano, dove c'è la redazione di Domus.
Tutto questo all’improvviso non c’è più. Spazzato via. Resistono i supermercati, ma si entra a scaglioni e a terra ci sono le strisce per tenere la distanza. All’improvviso, abito solo in casa. Dalla mattina alla sera. Lavoro qui. Vivo qui. Ogni tanto, in pausa pranzo, scappavo al parco per fare una corsa e qualche squat.
(AS)

16 marzo

Siamo entrate in cucina quando era già buio, ci abbiamo messo qualche secondo per realizzare che era la voce di Chubby Checker a rimbalzare sulle facciate della corte. Abbiamo aperto la porta-finestra del terrazzo, ed eccoli lì, tutti i nostri vicini, a loro volta affacciati – chi alla finestra, chi al terrazzo – che salutano me e F., la mia coinquilina, al ritmo di Let’s Twist Again. Ci siamo ritrovate quindi affacciate anche noi, sorridenti nuove arrivate a una festa che sapeva quasi di una nuova forma proibizionismo.
Era sabato e, poco prima, avevo disegnato metaforicamente la prima barretta orizzontale sopra alle prime quattro verticali. Una per ogni giorno in cui sono rimasta a casa, dall’inizio della quarantena, che per me era iniziata martedì 10 marzo, assieme allo smart working.
La nostra casa è un lunghissimo corridoio, uno spazio apparentemente insensato, dove le stanze sembrano quasi delle appendici. Talvolta l’appartamento mi sembra sia stato scavato, più che disegnato: da un lato due camere da letto, dall’altro bagno e cucina.
Da martedì 10 marzo, tutti i piani delle nostre vite si sono ritrovati schiacciati in uno unico e inevitabile spazio: quello delle nostre case. Tutte le persone sono diventate improvvisamente equidistanti, di una distanza che corrisponde alla lunghezza ancora incerta di questa quarantena.
(GR)

La balconanza: terrazze, nuove piazze

Ci siamo chiamati come si chiamano gli amici in questi giorni, per raccontarci cosa stiamo facendo nelle nostre case. Giuseppe risponde che dalla sua casa a Roma, al Pigneto, vede l’acquedotto e, sotto di esso, le terrazze e i tetti del Mandrione. Abita a pochi minuti a piedi dalla sede del suo studio di architettura, Orizzontale, ma l’estensione delle regole al territorio nazionale sono presto arrivate anche alla capitale. Per chi lavora attorno a cantieri partecipati e in autocostruzione come loro, ciò ha significato una riconfigurazione del calendario di eventi programmati.

Orizzontale, 8° giorno di quarantena al Mandrione, Roma, 2020
Orizzontale, 8° giorno di quarantena al Mandrione, Roma, 2020

Nell’ottavo giorno di quarantena, ci siamo trovati a riflettere sulla crescente riscoperta delle terrazze come “palcoscenici della relazione”. Nel disegno di Orizzontale c’è chi organizza una festa su un tetto, chi scambia cestini da un edificio all’altro tramite carrucole, chi coltiva l’orto per il quartiere, chi mette a disposizione il proprio giardino per l’attività sportiva mentre l’insegnante dà indicazioni dal tetto dell’abitazione di fronte, dall’altra parte della strada. Il disegno di Orizzontale è quindi un auspicio a riflettere su questo momento che ci vede tutti costretti a casa, per superarlo con un rinnovato senso dello stare insieme fra vicini: incontrarsi dalle terrazze può essere un modo per esercitare una rinnovata dimensione di quartiere.
(GR)

Con Giuseppe Grant, co-fondatore di Orizzontale, collettivo di architetti con base a Roma

Lidia

Come influisce la quarantena su chi ha fatto del palcoscenico e delle sale prove la propria casa putativa? Lidia Carew è una ballerina, attrice e performer che vive a Milano. “Sono a casa e lo sto vivendo bene”. Così racconta la sua quarantena. E aggiunge la cosa che non ti aspetti: “Forse avevo bisogno di mettere in pausa questo mondo che va super veloce”.
Lidia vive da agosto con il suo compagno Matteo Caccia e il loro cane, in un appartamento che descrive come “non troppo grande ma neanche piccolo, per come sono le case a Milano”. Oltre al salotto e alla stanza da letto, c’è uno studio-guardaroba, “che da quando viviamo insieme è più guardaroba che studio”, sottolinea. In questi giorni quella stanza, che rappresenta forse meglio di ogni altra l’equilibrio delicato di una nuova convivenza, ha cambiato di nuovo funzione: Matteo, che lavora a Radio 24, ora lo fa da casa, e lo spazio è stato trasformato in un piccolo studio di registrazione. Tra relle e cappotti.

Lo studio-guardaroba di Lidia e Matteo

 “È un test molto grande per le coppie, specialmente in una città come Milano, dove gli spazi sono ristretti”, racconta la danzatrice, spiegando come l’uso delle cuffie serva a entrambi per delimitare degli ambienti che non sono soltanto fisici, ma anche sonori. In soggiorno fa esercizi di stretching e potenziamento muscolare: “Il mio scopo ora è mantenere una forma decente”, ammette. Non sempre usa la musica.
Questa pausa forzata dà a Lidia più tempo per occuparsi dellassociazione “che si occupa di talento improbabile”, fondata 4 anni fa. Lidia non ha riconfigurato solo gli spazi di casa: sta riconfigurando la sua vita, e lo racconta con il sereno ottimismo di una voce che, vocale dopo vocale via Whatsapp, non si piega mai alla paura. C’è vita dopo la quarantena, nuove opportunità. “Pensiamola così, o ci buttiamo tutti giù dal balcone”.
(AS)

Cos'è questo diario

Il primo numero di Domus esce nel 1928 con un sottotitolo eloquente: “Architettura e arredamento dell’abitazione moderna in città e in campagna”. È la nascita di una rivista che ha sempre avuto casa a Milano, ma con una vocazione internazionale. Quasi 100 anni dopo, Milano e il nord Italia hanno gli occhi del mondo puntati addosso: l’area del lombardo-veneto è l’epicentro del più grande contagio da Coronavirus dell’Occidente. Con l’entrata in vigore della zona rossa, la capitale economica d’Italia diventa teatro di una situazione inedita: i suoi abitanti non possono uscire dalle mura domestiche. Chiudono le palestre e le scuole, chiudono i musei e i bar, chiudono anche i parchi recintati. L’indicazione è chiara: state a casa. Anche la redazione di Domus comincia a lavorare in smart working. È un’esperienza nuova: per gli abitanti e per le abitazioni. Un’esperienza a cui non eravamo preparati: come si abita in quarantena?

Da qui l’idea di questo pezzo: una raccolta di storie di luoghi e di persone, di idee, di progetti. Di azioni e reazioni, raccontate giorno per giorno. Coinvolgendo architetti, designer, artisti e oltre. Nel pieno della vocazione di Domus, partiamo da Milano, ma allargandoci al mondo.

“Come abitiamo in quarantena" è coordinato da Giulia Ricci e Alessandro Scarano. Per contattarci potete scrivere a giulia.ricci@edidomus.it e alessandro.scarano@domusweb.it

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