C’è un momento preciso in cui un oggetto smette di essere semplicemente curioso e diventa desiderabile. La Kodak Charmera sembra essere arrivata esattamente lì: sold out, difficile da trovare, già riconoscibile come uno di quei gadget destinati a segnare la fine dell’anno. Non tanto per quello che promette di fare, quanto per quello che rappresenta: una fotocamera minuscola da portachiavi che non cerca di competere con nulla e proprio per questo riesce a farsi notare.
La Charmera è davvero piccola, quasi disarmante. Sta nel palmo della mano, pesa pochissimo, e una volta agganciata a un mazzo di chiavi o a una borsa tende a scomparire. Più che una fotocamera da “portare con sé”, è una fotocamera da dimenticare addosso, pronta all’uso proprio perché non chiede attenzione. È un oggetto che funziona prima ancora di essere acceso.
Un oggetto prima ancora di una fotocamera
Il fotografo Gabriele Giussani, che ha provato la fotocamera per Domus, ha colto subito questo aspetto: “È davvero piccola, te la puoi portare ovunque, ed è quasi inconscio: a un certo punto rischi di perderla seriamente”. Ed è probabilmente anche per questo che il moschettone non è un dettaglio decorativo, ma una parte essenziale dell’esperienza. La Charmera nasce per stare appesa a qualcosa, come un charm, come un accessorio.
Scattare senza aspettative
Usarla è sorprendentemente divertente. Non perché offra grandi possibilità tecniche, ma perché elimina qualsiasi aspettativa. Si scatta e basta. Le immagini sono immediatamente “finite”, senza spazio per interventi successivi. “Le foto sono decenti, ma se le apri in un software non ci puoi fare molto”, osserva Giussani. “Appena tocchi qualcosa la foto si rovina. Però ha il suo bello: hai un report già pronto, già cotto”. Il fotografo l’ha usata appunto per documentare un weekend a Parigi: sono le foto che vedete in questo articolo.
Foto molto pure e immediate, e con una decisa personalità, che hanno convinto Giussani, abituato a scattare molto con la pellicola e quindi legato al marchio Kodak. "Però ho paura che sul lungo periodo questa fotocamerina possa risultare stucchevole e annoiare". È un punto centrale dell’esperienza con la Charmera, una fotocamera che non invita alla post-produzione, ma all’accettazione immediata di un’estetica.
Filtri: tra lo-fi e gioco
Il risultato è un lo-fi molto riconoscibile, con un impatto diretto e volutamente imperfetto, che richiama i primi dispositivi digitali dei primi anni Duemila. In questo senso, i filtri sono più importanti di quanto sembri. Non servono solo a decorare, ma a indirizzare chiaramente il tipo di immagine che la Charmera vuole restituire.
Da una parte ci sono filtri che lavorano sulla cromia o che trasformano l’immagine in una sorta di bicolore, come un bianco e nero “colorato” in giallo, blu o rosso: effetti netti, immediatamente leggibili, che rendono la foto coerente con l’idea di oggetto-giocattolo. Dall’altra parte ci sono filtri e cornici dichiaratamente kawai, più ornamentali, a tratti superflui se l’obiettivo è fare una foto in senso tradizionale, ma perfettamente allineati con la dimensione ludica del progetto. Anche qui Giussani distingue con chiarezza: “Quelli più basic sono più interessanti, quelli con le cose più da fissati sono un po’ inutili”.
Un’interfaccia old style
Dal punto di vista dell’interazione, la Charmera è sorprendentemente “all’antica”. I pulsanti sono tanti, forse troppi per un oggetto così piccolo, e questo contribuisce a darle un’aria quasi nostalgica, ma allo stesso tempo può creare confusione. È una fotocamera che sembra voler essere più complessa di quanto in realtà non sia.
C’è anche un menu che compare ogni volta all’accensione e chiede di scegliere la modalità di utilizzo: una frizione piccola ma ripetuta, che interrompe quell’immediatezza che per il resto è uno dei suoi punti di forza. Non è un difetto grave, ma un dettaglio che si nota proprio perché l’esperienza è pensata per essere rapida e istintiva.
Un flash che funziona solo se ti avvicini
C’è poi il flash, o meglio una piccola luce Led, che con tutti i suoi limiti aggiunge qualcosa all’uso quotidiano. Non illumina scenari complessi, non fa miracoli, ma a distanza ravvicinata funziona. Giussani lo definisce semplicemente “carino”, precisando che “per usarlo davvero devi essere molto vicino al soggetto”. È una regola semplice, che chiarisce subito il campo di gioco.
Dentro il ritorno di Kodak
Inserita in questo contesto, la Charmera racconta anche qualcosa della fase recente di Kodak. Negli ultimi anni il marchio ha iniziato a riaffacciarsi con prodotti che non cercano di rincorrere l’iper-tecnologia, ma di reinterpretare il proprio immaginario storico. L’annuncio recente di una nuova pellicola va letto nella stessa direzione: non un ritorno nostalgico fine a sé stesso, ma il tentativo di presidiare uno spazio culturale fatto di ritualità, lentezza e fisicità.
La Charmera è l’estremo opposto della pellicola, eppure condivide la stessa attitudine: riportare la fotografia a un gesto semplice, quotidiano, quasi automatico.
La fotocamera che si aggiunge, non sostituisce
La Kodak Charmera non sostituisce nulla. Non è pensata per lavorare, per documentare seriamente, per produrre immagini “buone” in senso tecnico. È una fotocamera che si aggiunge. Sta sulle chiavi, nello zaino, appesa a una cintura, e ogni tanto entra in gioco con un senso di sorpresa e leggerezza.
Forse è proprio questo il motivo per cui è diventata così desiderata: perché non chiede di essere presa sul serio, ma finisce per esserlo comunque.
Tutte le foto: @gabrielegiussani
