Il restauro del grattacielo Pirelli

L’annoso dibattito sul restauro, tra un metodo teso a salvaguardare i caratteri materici e financo i segni apportati dal tempo e quello più attento al significato espressivo dell’opera, che però può indulgere nel ripristino e dunque nella falsificazione, è stato qui risolto nel migliore dei modi con un opportuno senso realistico ma anche con grande rigore filologico.

Il restauro del grattacielo Pirelli

BILDRAUM 28/2007  © Walter Niedermayr
Courtesy of Galleria Suzy Shammah Milano e Galerie Nordenhake Berlin/Stockholm.

Pubblicato in origine su Speciale Domus Gio Ponti / anno 2008

Come è noto l’edificio, che già necessitava di un intervento in quanto nei suoi quasi cinquant’anni di vita era stato oggetto di manutenzioni estemporanee o adeguamenti funzionali interni, ma mai di un complessivo e attento restauro, il 18 aprile del 2002 fu violato all’altezza del ventiseiesimo piano dallo schianto di un aereo da turismo che provocò la morte di due giovani impiegate e la distruzione di due interi piani; la terribile onda d’urto inoltre generò notevoli danni anche agli altri piani e la compromissione di alcune strutture portanti.

Al fine di restituire l’architettura alla sua funzionalità e recuperare il suo significato simbolico, istituzionale ma soprattutto artistico il Presidente della Regione Roberto Formigoni fu nominato, con atto del Ministero degli Interni, Commissario Governativo e conseguentemente fu istituita una Commissione tecnico-scientifica per dettare le linee guida dell’intervento.

Il restauro delle architetture moderne e contemporanee è un tema affrontato metodologicamente solo di recente ed infatti una ventina di anni fa il dibattito su questo tema era addirittura agli esordi. La Soprintendenza milanese negli anni Ottanta, ravvisando la necessità di estendere la propria azione di tutela a molte architetture moderne che degradavano strutturalmente, tipologicamente e funzionalmente tra la pressoché indifferenza generale, avviò una campagna che portò a vincolare molti edifici tra i quali è doveroso ricordare almeno i più importanti per significato critico e rilevanza degli autori: la Casa del Fascio e il Novocomum di Giuseppe Terragni, la Casa nel villaggio dei giornalisti di Luigi Figini, il Palazzo della Triennale di Giovanni Muzio, la Casa Albergo di Luigi Moretti, l’Istituto Marchiondi di Vittoriano Viganò, la Torre nel Parco di Cesare Chiodi e Gio Ponti.

Sempre in quegli anni i figli di Gio Ponti, per salvaguardare adeguatamente il Pirellone, presentarono una istanza alla Soprintendenza che propose, avendo l’edificio meno di cinquanta anni ed essendo alcuni autori ancora in vita, condizioni che non consentivano di applicare la legge sulla tutela monumentale, un vincolo sulla protezione del diritto d’autore che venne emanato con Decreto Ministeriale del 22 aprile 1995.

Questa diffusa attività di tutela sollecitò anche il dibattito sul tema del restauro degli edifici moderni che sicuramente, rispetto alle architetture antiche costruite con tecniche e materiali tradizionali, presentano specifici e a volte più difficili questioni da fronteggiare.

In alcuni restauri la visione ‘materialistica’ dell’architettura porta a privilegiare la materia originale quale documento insostituibile di quel palinsesto che è appunto l’organismo architettonico; un atteggiamento culturale ineccepibile che a volte però trascura altre valenze specifiche dell’architettura: la funzione, lo spazio, il volume, i rapporti tra le parti.

Nel caso del Pirellone il progetto, guidato dalla Commissione tecnico-scientifica ed elaborato dagli studi di architettura Renato Sarno e Corvino-Multari, pur rispettoso delle istanze conservative, è stato affrontato nella sua concretezza ed ha avuto come finalità la conservazione degli elementi originari, ma anche il pieno recupero funzionale e la restituzione del valore simbolico.

Mentre l’interno dell’edificio nel corso degli anni aveva subito diversi interventi manutentivi e modifiche, l’involucro esterno non era mai stato trattato e dunque si presentava con quasi tutti i serramenti metallici ammalorati e con ampie porzioni delle piastrelline di rivestimento distaccate tanto che era stato necessario apporre delle reti metalliche per contenere la caduta di materiale.

L’intervento, di particolare carattere innovativo in quanto non seguiva una prassi consolidata, è stato preceduto da una approfondita fase diagnostica in laboratorio e in cantiere al fine di comprendere i motivi del degrado e le caratteristiche dei materiali sui quali intervenire.

Il curtain wall della facciata presentava una buona solidità di ancoraggio alle strutture mentre gli infissi in alluminio avevano una ossidazione diffusa e disomogenea e una scarsa tenuta che così consentiva infiltrazioni di aria ed acqua.

L’intervento sui diecimila metri quadrati della facciata continua è stato pensato come rigoroso restauro conservativo; si è proceduto al completo smontaggio degli elementi e l’alluminio è stato quindi pulito dalle impurità, spazzolato, lucidato e rianodizzato. Il serramento originale così ripristinato è stato poi ottimizzato con la messa in opera di guarnizioni siliconiche e la creazione di opportuni fori per consentire il deflusso delle acque ed evitare, come in precedenza, fenomeni di ristagno.

I vetri originari erano costituiti da due lastre di 4 millimetri divise da una intercapedine d’aria, una sorta di vetrocamera tecnicamente all’avanguardia per l’epoca, ma attualmente poco soddisfacente che è stato necessario sostituire completamente con vetrocamere con iniezione di gas inerte nell’interspazio che assicurano una maggiore coibenza termica.

La restante parte di facciata, per una superficie di circa dodicimila metri quadrati, è coperta da tesserine di mosaico vetroso di dimensioni 2x2 centimetri per uno spessore di 4 millimetri, molte delle quali cadute o in fase di stacco. Per far riaderire le piastrelle al supporto murario sono stati praticati dei piccoli fori per iniettare delle resine epossidiche a bassa viscosità, mentre le ampie lacune sono state integrate con nuove tesserine, circa 250.000, appositamente prodotte di uguale dimensione e colore di quelle originarie, procedendo infine nella stuccatura di tutte le fughe con malta ad “alta prestazione”.

L’impatto del velivolo, l’esplosione dei serbatoi e la conseguente onda d’urto avevano provocato evidenti deformazioni alle strutture del ventiseiesimo e ventisettesimo piano ed è stato dunque necessario riallineare il solaio deformato mediante ‘forzatura’ con martinetti mentre è stata recuperata l’originaria portanza delle travi con l’applicazione di cavi esterni post tesi e di fibre di carbonio all’intradosso.

Questa esperienza che non si è limitata ad enunciare principi teorici ma si è confrontata con concrete, impegnative e inconsuete questioni, si pone come un esemplare riferimento di restauro del moderno proprio perché è stato capace di rispettare il modello originale senza tradire il pensiero di Gio Ponti.

A cura di:
Alberto Artioli

Walter Niedermayr

L’artista altoatesino Walter Niedermayr (nato a Bolzano nel 1952) ha attirato l’attenzione internazionale con le sue fotografie di paesaggi alpini. Caratteristico delle sue composizioni è il “secondo sguardo”, che il fotografo tematizza, spostando la sua visuale o cambiando la prospettiva, e stilizza, presentando i suoi motivi come una sequenza di immagini di due o più scatti. Se i lavori precedenti – pubblicati in Die bleichen Berge (1993) o Reservate des Augenblicks (1998) – hanno ancora un chiaro taglio documentaristico, le raccolte recenti – come quelle di Zivile Operationen (2003) o Titlis (2004) – sono palesemente più astratte, in quanto l’artista accentua in modo meno netto la delocalizzazione geografica. Tuttavia, l’interesse non solo per lo spazio naturale, ma anche per quello edificato, era già emerso molto presto. L’architettura – come impronta tangibile dell’essere umano – è sempre stata una componente del suo lavoro, anche se all’inizio occupava solo lo sfondo o la periferia. Nelle sue serie Bildraum sull’architettura Niedermayr si concentra su ‘monumenti’ della storia delle costruzioni moderne e contemporanee.
Su incarico della rivista giapponese X-Knowledge (2004) ha realizzato numerosi scatti degli edifici parigini di Le Corbusier (Villa Savoye, Villa La Roche-Jeanneret, Villa Planeix e l’Armée du Salut) o, solo l’anno scorso, ha pubblicato insieme agli architetti Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa / SANAA, in occasione della doppia mostra comune delle loro opere (deSingel, Anversa; arc-en-rêve, Bordeaux; aut. architektur und tirol, Innsbruck), una prima “monografia di architettura”. Ciò che colpisce in entrambe le sequenze è che Niedermayr fotografa ‘oggettivamente’ gli edifici, al contempo però ne cattura l’anima – “il puro della modernità”.

Con le prospettive scelte in modo tanto minuzioso, le inquadrature da panorama e i raddoppiamenti nel dittico non riproduce l’architettura ma la interiorizza nell’immagine. Come un geologo, Walter Niedermayr si interessa della costruzione tettonica dell’oggetto, portando minuziosamente alla luce le sue stratificazioni e le sue strutture.
In questo processo trasforma la staticità e la fissità delle costruzioni in qualcosa che appare irreale e astratto, una febbre effimera pervasa dalla leggerezza e dalla luce.
Con la torre del Pirellone in via Fabio Filzi 22, a Milano, l’artista è tornato a occuparsi di un edificio carico di storia. Dopo quattro anni di lavori, questo primo grattacielo d’Italia, trentadue piani per un’altezza di centoventisette metri, fu inaugurato nell’aprile 1960 come sede centrale degli uffici della ditta Pirelli. Da allora l’edificio creato dal collettivo di architetti Gio Ponti, Pier Luigi Nervi, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina ed Egidio Dell’Orto è considerato un’icona del razionalismo italiano. Nella sua maniera discreta ma pertinente, Walter Niedermayr riesce a fissare questo edificio come tale, anche conciliando due prospettive opposte: la fuga orizzontale dell’imponente piazza Duca D’Aosta e la verticale in filigrana della facciata del ‘Pirellone’. Le visuali sono scelte strategicamente per mostrare l’anima di questo luogo: Bildraum 34/2007, per esempio, evidenzia la pelle vitrea della torre nella controluce del riflesso del sole. Sebbene proprio questa immagine mostri meno di tutte l’architettura, è proprio quella che ne svela in modo più pregnante l’intenzione: la tensione verso mete più alte.

Moritz Küng

Curatore al deSingel, Internationaler Kunstcampus, di Anversa. Nel 2008 organizza la mostra “Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa / SANAA & Walter Niedermayr” alla galleria aut. architektur und tirol di Innsbruck.

Chi è Walter Niedermayr

Niedermayr

Nato a Bolzano nel 1952, Niedermayr alterna paesaggi naturali, come catene e valli montane, a manufatti architettonici e strutture totali come carceri e ospedali e, dal 2000, la serie space image: immagini incentrate sulla condizione dell’uomo. Ha pubblicato diverse monografie, tra cui Walter Niedermayr TAV (Schlebrügge, 2006); Walter Niedermayr / SANAA (Hatje Cantz, 2007). Espone regolarmente i suoi lavori in gallerie internazionali e collabora intensarmente con Domus.

Speciale Gio Ponti

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