Refik Anadol, pioniere dell’arte AI: “Il futuro è una collaborazione tra umani e macchine”

Dai Large Nature Models all’arte pubblica immersiva, Refik Anadol racconta a Domus la sua esplorazione dell’intelligenza artificiale come linguaggio culturale.

Nato a Istanbul nel 1985, Refik Anadol lavora in una zona di attrito: tra l’opacità crescente dei sistemi algoritmici e il desiderio, antico quanto l’arte stessa, di rendere visibile l’invisibile. La sua pratica non si limita a produrre immagini spettacolari con l’intelligenza artificiale; al contrario, insiste nel trasformare l’AI in un campo di interrogazione critica, dove estetica, epistemologia ed etica vengono continuamente rimesse in discussione. “Sono un media artist e lavoro con dati e intelligenza artificiale da oltre dieci anni”, racconta l’artista a Domus. Ma ciò che definisce davvero il suo lavoro è il modo in cui concepisce il dato: non come risorsa da estrarre, ma come materia viva, culturalmente e politicamente situata. In un ecosistema artistico in cui l’AI viene spesso trattata come una black box produttiva – un generatore automatico di forme – Anadol compie un gesto controcorrente: rallenta, costruisce, rende esplicito. “Il mio lavoro è diverso da quello di molti artisti che usano l’AI: io lavoro solo con dati ottenuti con permessi, addestriamo modelli proprietari”. Questa dichiarazione non è solo una presa di distanza tecnica, ma una critica implicita all’economia estrattiva dei dati che sostiene gran parte dell’AI contemporanea. Qui l’artista non “usa” modelli preesistenti: li costruisce come infrastrutture culturali, rendendo l’addestramento parte integrante del processo creativo.

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany

Refik Anadol Infinity-Room, Negative Space exhibition at ZKM on Karlsruhe, Germany


È in questo contesto che emergono i Large Nature Models, uno dei contributi più radicali di Anadol al dibattito su arte e intelligenza artificiale. A differenza dei Large Language Models, addestrati su testi prodotti dall’uomo, i Large Nature Models sono sistemi allenati su enormi archivi di dati naturali: milioni di immagini di ecosistemi, paesaggi, fenomeni atmosferici, strutture organiche. Il risultato è un modello computazionale che apprenda dai suoi pattern: “i dati utilizzati provengono dal Large Nature Model, il più grande dataset naturale al mondo”, spiega l’artista. La posta in gioco è alta: spostare l’asse dell’intelligenza artificiale dall’antropocentrismo verso una forma di apprendimento che riconosca la complessità non umana.

Il futuro non è l’AI: il futuro è la collaborazione tra umano e macchina.

Refik Anadol

Anadol spinge questa intuizione fino a una formulazione quasi filosofica: “per me, la natura è una forma di intelligenza artificiale che ancora non comprendiamo pienamente”. In questa frase si condensa una visione che ribalta la gerarchia classica tra naturale e artificiale: la natura non è più il termine opposto alla tecnologia, ma un sistema di intelligenza distribuita, stratificata, evolutiva.


Dal punto di vista estetico, questo approccio si traduce in ciò che Anadol definisce data painting. “Alla fine, utilizziamo una tecnica che chiamo data painting: come i maestri del passato vedevano attraverso l’occhio della mente, oggi usiamo un ‘pennello pensante’”. Il riferimento alla tradizione pittorica non è nostalgico, ma strutturale. Come la prospettiva ha ridefinito lo spazio visivo nel Rinascimento, oggi i dati ridefiniscono il campo del visibile. “Come nel Rinascimento, oggi la tecnologia sta ridefinendo la percezione della vita”, afferma. L’artista non rappresenta il mondo: costruisce condizioni percettive in cui il mondo – filtrato, trasformato, rielaborato dal calcolo – può essere esperito in modo nuovo.

Refik Anadol. Installation view of Living Archive- Nature, 2024. Courtesy Refik Anadol Studio

Questa esperienza è quasi sempre immersiva, ambientale, architettonica. “Il tunnel diventa una scultura di dati tridimensionale. È un’esperienza immersiva, non uno schermo bidimensionale”. Anche quando il riferimento è Data Tunnel, l’installazione realizzata a Gorizia e visitabile fino alla fine del 2026, il punto non è l’opera in sé ma il paradigma che incarna: l’arte come infrastruttura sensibile, come spazio pubblico aumentato. “Il mio focus è l’arte pubblica: arte per chiunque, ovunque. L’arte è più potente quando non è solo nei musei, ma nello spazio condiviso”. In questa visione, l’AI non è un medium elitario, ma una tecnologia civica, capace di ridefinire il modo in cui abitiamo collettivamente lo spazio.

Biome Lumina, la prima collezione digitale di Dataland

Courtesy Anadol Studio

Biome Lumina, la prima collezione digitale di Dataland

Courtesy Anadol Studio

Biome Lumina, la prima collezione digitale di Dataland

Courtesy Anadol Studio

Dataland, Il primo museo al mondo dedicato all’intelligenza artificiale in apertura nel 2025

Courtesy Refik Anadol Studio

Refik Anadol ritratto

Foto Dustin Downing 

Efsun Erkılıç ritratto

Foto Dustin Downing 


Il tema dell’etica attraversa l’intera pratica di Anadol in modo esplicito. “Oggi c’è grande attenzione sull’origine dei dati e sull’etica dell’AI. Questo progetto [Data Tunnel, ndr.] dimostra come l’AI possa essere usata in modo sostenibile ed etico”. La sostenibilità non è solo ambientale, ma cognitiva e culturale: riguarda il modo in cui le immagini vengono prodotte, distribuite, interiorizzate. Per questo l’artista insiste sul lavoro umano che precede ogni output algoritmico. “Il futuro non è l’AI: il futuro è la collaborazione tra umano e macchina. Non esiste un “tasto magico”. Dietro ogni opera c’è un enorme lavoro umano”. Team, competenze, tempo: l’AI diventa un moltiplicatore di intenzioni, non un sostituto dell’autorialità.

L’AI è uno specchio: riflette chi siamo.

Refik Anadol

Anadol definisce l’artista come un “sensore del cambiamento”. “Viviamo un momento di trasformazione profonda dell’arte. Gli artisti sono sensori del cambiamento, pongono domande prima che la società cambi”. In questo senso, l’AI non è il soggetto del suo lavoro, ma il suo sintomo più visibile. “L’AI è uno specchio: riflette chi siamo”. Le sue opere non celebrano la macchina, ma mettono in scena la nostra relazione con essa, con le sue promesse e le sue ambiguità.


I numeri – come i tre milioni di visitatori al MoMA – sono per Anadol segnali, non obiettivi. “L’arte digitale può portare milioni di persone nei musei: un segnale fortissimo”. Ma il vero progetto è culturale: costruire una nuova alfabetizzazione visiva e tecnologica, come dimostra l’apertura del Data Science and AI Museum a Los Angeles. In un’epoca in cui l’AI è ovunque ma raramente compresa, la pratica di Refik Anadol opera come un dispositivo critico: non per semplificare la complessità, ma per renderla esperibile. Il suo lavoro, in definitiva, non chiede se l’AI sia arte: chiede che tipo di mondo stiamo modellando attraverso i dati, e se siamo disposti ad assumerci la responsabilità delle forme – estetiche, politiche, cognitive – che ne derivano.

Immagine di apertura: Refik Anadol. Foto Efsun Erkilic