In via Morgagni 2, a Milano, tutto sembra al suo posto.
La facciata è quella di sempre: cornici in pietra, vetrate strette e la grande insegna nera con la scritta “Gino barbiere” in corsivo bianco e arancione.
Se si passa distrattamente non c’è motivo di fermarsi. All'apparenza è un'attività come tante altre, una di quelle che ancora resistono nel quartiere tra Città Studi e Porta Venezia, dove il tessuto residenziale convive con il commercio locale, provando a resistere a nuova aperture e affitti in salita.
Al suo interno, in effetti, la bottega c’è ancora. I lavandini in ceramica, le poltrone nere con la base cromata, il pavimento in maiolica a cerchi bianchi e neri, il rivestimento in legno scuro fino a metà altezza. Dietro alle porte scorrevoli ci sono ancora persino le piccole cabine laterali.
Solo che a terra, negli angoli, sui tavoli e appeso alle pareti c'è una mirade di opere d'arte.
Un disegno con dedica di Gio Ponti.
I vintage delle fotografie di Lucien Hervé sulle architetture di Le Corbusier.
Il surrealismo magico di Stanislao Lepri.
Multipli delle sfere di Arnaldo Pomodoro.
Stampe utopistiche di Superstudio.
I casi sono due: o Gino è un barbiere con un ottimo gusto e una passione per il collezionismo d’arte, oppure questo posto non è quello che sembra.
Spazio Morgagni nasce nel 2024 ed è una vera e propria galleria d’arte, solo che lo è a modo suo.
A fondarla è William Purita, gallerista e art dealer milanese appasionato d'arte moderna e contemporanea.
Se gli si chiede qual è il suo lavoro, risponde senza esitazione: “cercare, scavare, trovare. Il lavoro secondo me più bello del mondo.”
Parla di oggetti come di incontri, conoscenze, di occasioni inaspettate. "Ogni pezzo ha una provenienza precisa, un luogo, una storia", a cui si aggiungono aneddoti insospettabili ma chiave, necessari a capirne il valore e l'identità.
“A questa storia si aggiunge un nuovo capitolo quando vengono comprate” dice, mentre continua a spostare lo sguardo tra una grande tela puntinista, una scultura equestre in bronzo e una cornice dorata ancora in cerca di soggetto.
"Più che un white cube Spazio Morgagni è una galleria–bottega, un archivio collettivo e al tempo stesso personale, in continuo mutamento."
La sua storia è impressa nelle pareti.
“Dopo Covid, Gino — ormai novantenne — ha deciso di chiudere l'attività da barbiere. Abita qui vicino e per un po’ di tempo continuava a scendere, veniva comunque nel posto dove aveva lavorato per tutta la vita e poi se ne tornava a casa."
“Certo, dopo un po’ i figli hanno iniziato a spingere: ‘basta papà, è il caso di vendere’...”
“Gino era una presenza quotidiana per il quartiere”, racconta William, che a pochi metri da via Morgagni vive da ben quindici anni. “Chiunque abbia abitato in zona sapeva che, passando di lì, lo avrebbe visto alle prese con un cliente, a prescindere dal fatto che andasse o meno da lui a farsi tagliare i capelli.”
Ed è proprio una sera, tornando a casa, che William passa davanti alla vetrina e, al posto di Gino, trova il cartello “vendesi”.
“Mi sono seduto sul divano e per prima cosa mi è tornato in mente quel manifesto con una canzone di John Lennon che aveva messo in vetrina, l’idea dell’oblò che permetteva di guardare dentro senza entrare davvero; poi la visuale che avevo notato un giorno, mentre aspettavo seduto sulla sua panchina.
Già allora avevo avuto una sensazione strana, come se la città si muovesse tutta attorno a quel posto.”
Il punto, allora, era anche prenderlo prima che qualcuno lo sventrasse.
“Sono talmente rispettoso verso quell’uomo, che ha dedicato tutta la vita a questo posto… non avrei mai potuto fare la solita scatola bianca.”
"Via Morgagni è cambiata nel tempo senza mostrarlo troppo." Le attività storiche resistono, ma non tutte trovano continità nelle generazioni successive. E questo accade proprio mentre l’immaginario della “vecchia Milano” vive una nuova stagione di successo.
A pochi passi da Spazio Morgagni c’è lo storico Bar Basso. Nato negli anni Quaranta, diventato celebre per il Negroni Sbagliato negli anni Settanta, è stato per decenni un bar di quartiere.
Oggi è un punto di ritrovo internazionale durante la Fashion Week, anche grazie alle collaborazioni con i brand di moda. Fotografato, condiviso, celebrato come simbolo di autenticità milanese, conserva l’insegna al neon, i tavolini all’aperto e gli interni quasi intatti, parte di un’estetica riconoscibile in cui però nessuno gioca più a briscola.
Intanto molte botteghe, altrettanto iconiche, chiudono senza che un passante ne colga il potenziale. Per Purita ci sono due strade:
"Alle generazioni future resta una scelta: trattare la “vecchia Milano” come una scenografia patinata o lavorare dentro la sua materia, accogliendone le tracce."
