Le immagini che riscrivono il canone fotografico americano

Sessant’anni di fotografia Chicana in mostra a Los Angeles: un sorprendente archivio visivo che racconta una storia finora trascurata. Ne parla con Domus la curatrice Elizabeth Ferrer.

È il 1966 quando, nei campi agricoli della Central Valley californiana, migliaia di braccianti di origine messicana entrano in sciopero per chiedere salari più equi e condizioni di lavoro dignitose.

Le mani dei manifestanti più anziani stringono cartelli, striscioni, simboli di rivendicazione; quelle dei più giovani, invece, macchine fotografiche 35 mm. 

Documentano picchetti, marce, assemblee. Registrano dall’interno la nascita del movimento, e con questa, quella di una nuova consapevolezza collettiva.

Luis C. Garza, We Will Not Be Intimidated, 1971. Courtesy The Cheech and Riverside Art Museum (RAM).

“Non si consideravano artisti, semmai documentaristi al servizio di una causa”, sottolinea Elizabeth Ferrer, curatrice della mostra “Chicano Camera Culture: A Photographic History, 1966–2026”, in corso dal 7 febbraio al 6 settembre 2026 al Cheech Marin Center for Chicano Art & Culture di Riverside.

Eppure, proprio attraverso quelle fotografie, “stavano svolgendo un ruolo cruciale nell’immaginare cosa significasse essere Chicano. Per la prima volta, i Chicanos rappresentavano altri Chicanos”.

Per la prima volta, i Chicanos rappresentavano altri Chicanos.

Elizabeth Ferrer

Da questo gesto iniziale — fotografare per esistere pubblicamente — prende forma la genealogia ricostruita dalla mostra, la prima grande survey dedicata alla fotografia Chicana/o/x che ripercorre un arco temporale lungo oltre sessant’anni.

150 opere di quasi cinquanta artisti attraversano pratiche documentarie, sperimentali e concettuali, mostrando come la fotografia abbia accompagnato — e spesso anticipato — le trasformazioni politiche, culturali e identitarie della comunità.

Thalia Gochez, Yo Soy Latina, 2024. Courtesy The Cheech and Riverside Art Museum (RAM).

“Il mio obiettivo era presentare l’intero arco di questa storia. Volevo mostrare che questa storia è un continuum, che attraversa generazioni e regioni geografiche”.

Dalle figure pionieristiche attive negli anni Sessanta e Settanta, tra cui Maria Varela, Luis Garza e George Rodriguez, fino all'opera di artisti contemporanei, la mostra evidenzia una tradizione visiva capace di rinnovarsi e ancora in corso.

La fotografia si è rivelata uno strumento ideale per riflettere su questioni di identità, agency e autonomia culturale.

Elizabeth Ferrer

Se nelle prime immagini la fotografia funziona soprattutto come testimonianza politica, con il passare dei decenni diventa uno spazio di costruzione identitaria sempre più complesso e stratificato. Il sovrapporsi di esperienze e la crescente consapevolezza storica delle immagini prodotte trasformano il medium da strumento di registrazione a terreno di sperimentazione. Alcuni artisti iniziano a utilizzare la messa in scena, la manipolazione e la combinazione di testo e immagine per articolare esperienze personali e collettive.

“La fotografia si è rivelata uno strumento ideale per l’autorappresentazione e per riflettere su questioni di identità, agency e autonomia culturale”, afferma Ferrer.

Lo dimostrano con particolare chiarezza due lavori in mostra. Il ritratto realizzato da George Rodriguez nel 1969 di una giovane appartenente ai Brown Berets restituisce la fotografia come gesto di affermazione: lo sguardo diretto e la postura frontale trasformano il documento in un atto di autodeterminazione visiva. Nella serie Latina Lesbian (1987), invece, Laura Aguilar ritrae donne queer accompagnando le immagini con dichiarazioni personali, trasformando la fotografia in uno spazio esplicito di autorappresentazione e rivendicazione.

William Camargo, We Gunna Have To Move Out Soon Fam!, 2019, from the series Origins and Displacements. Courtesy The Cheech and Riverside Art Museum (RAM).

Questa evoluzione segna il passaggio dalla fotografia come strumento di attivismo alla sua progressiva legittimazione come pratica artistica autonoma. Figure come Louis Carlos Bernal, attivo tra gli anni Settanta e Ottanta e tra i primi ad affrontare la fotografia Chicana come linguaggio consapevolmente artistico, aprono la strada a generazioni successive che espandono il medium verso installazione, archivio e pratiche concettuali.

Eppure, per decenni, queste immagini sono rimaste fuori dal canone fotografico americano. “I Chicanos hanno avuto un ruolo significativo nella storia dell'utilizzo di questo medium, eppure il loro lavoro è stato in gran parte trascurato dal mondo della fotografia”, afferma Ferrer.

Negli ultimi anni alcune opere sono entrate nelle collezioni di istituzioni come il Getty, il MoMA e il Whitney, ma la loro presenza nelle narrazioni ufficiali resta limitata.

La mostra nasce anche con l’intento di intervenire su questa assenza, “creando una base per un maggiore riconoscimento e per studi futuri”.

Mostra:
“Chicano Camera Culture: A Photographic History, 1966–2026”
Dove:
The Cheech Marin Center for Chicano Art & Culture, Riverside, California, USA
Date:
7 febbraio – 6 settembre 2026

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