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Domus 1109 è in edicola

Dal Grand Ring in legno di Sou Fujimoto a un edificio comunitario su un vulcano in Ecuador, nel numero di febbraio di Domus la natura assume il ruolo di principio costruttivo del progetto. 

C'è un momento preciso in cui qualcosa si spezza. O meglio: si inverte. Il progetto contemporaneo smette di inseguire la natura come un ornamento, una concessione estetica, e comincia a studiarla. A copiarla nei processi, non nelle forme. Si tratta di un'architettura che non dialoga con la natura, ma si comporta come la natura. Adattabile. Circolare. Rigenerativa. Parole che suonano programmatiche, ma che qui, nelle pagine, nei progetti, nelle immagini, prendono corpo.

Esce in edicola Domus 1109, numero di febbraio 2026 affidato al Guest Editor Ma Yansong che, nell'editoriale di apertura, afferma con una chiarezza che disarma: la questione non è più dare natura all'architettura, è far sì che l'architettura impari dalla natura. Che ne erediti la logica. Che ne assorba l'intelligenza silenziosa, quella che non si vede ma che funziona. Da millenni.
Un'inversione di rotta, appunto. Forse l'unica possibile.

Domus 1109, febbraio 2026

Kabage Karanja, architetto keniano e co-fondatore di Cave_bureau, firma un saggio incendiario intitolato “Resistenza come riparazione”. Partendo da un proverbio swahili – “Dove ci sono alberi, non ci sono costruttori” – Karanja mette sotto accusa una professione che supervisiona e legittima silenziosamente la distruzione di comunità e ambienti. La sua proposta è radicale quanto necessaria: abbandonare il titolo di architetto Riba per adottare quello di Abir (Artist built in resistance).

Il dialogo tra Ma Yansong e Sou Fujimoto rappresenta uno dei momenti centrali del numero. I due architetti discutono del Grand Ring per l'Expo 2025 di Osaka – il più grande edificio in legno al mondo con 60mila mq di superficie – come esperienza fenomenologica della natura. Fujimoto sottolinea come la capacità di sentire la natura non sia una novità: arte e architettura tradizionali l'hanno rappresentata a lungo. Questa capacità è andata persa in epoca moderna, segnata da una tecnologia sempre più veloce.

Mi sono reso conto di che cosa volevo facesse l'architettura. Non amplificare il potere o la velocità, ma dare alle persone la possibilità di lasciarsi andare.

Ma Yansong 

I progetti documentati nel numero costituiscono un vero e proprio atlante globale della nuova sensibilità. A Dubai, l'Alwah House di Rcr Arquitectes sfida gli eccessi locali con volumi curvilinei parzialmente interrati che ricordano i petali di una rosa del deserto, mentre una conca centrale conserva l'acqua creando un microclima costruito attraverso profondità, ombra ed evaporazione. In Argentina, Casa Moro a Mar del Plata propone una natura intesa come entità mentale e spirituale: un manto ondulato di cemento poggia sul terreno come superficie geologica, mentre una scatola riflettente fluttua tra gli alberi catturando e restituendo frammenti dell'ambiente trasformati.


Alle pendici del vulcano Quilotoa, in Ecuador, il Chaki Wasi Centre testimonia la forza delle tecniche vernacolari e della costruzione collettiva. Il piccolo edificio di pietra, legno e paglia è stato realizzato in minga – pratiche culturali andine solidali e collettive – coinvolgendo l'intera comunità con turnazione settimanale dei responsabili. A Varsavia, Uprising Mound di Archigrest e Toposcape trasforma una collina di detriti della Seconda Guerra Mondiale in un esperimento di bioingegneria che modella la successione naturale verso maggiore biodiversità.

La Brac University a Dhaka di Woha Architects compie un'operazione ancora più audace: trasforma una discarica abbandonata in un campus verticale per 20.000 studenti, strutturato come un “club sandwich verticale” che riduce del 40% il consumo energetico e raggiunge un indice di copertura verde del 130% con 26.000 m² di aree verdi.

Il confine tra opera d'arte e architettura si dissolve in installazioni che esplorano il tempo e la trasformazione. Borrowed Land, presentato da Act!, Ask Holmen, Claya e Studio Winther per Færderbiennalen 2024, è composto da cinque pilastri di terra battuta in argilla blu locale progettati per cambiare nel tempo: il degrado non come fallimento, ma come forma di espressione. Herzog & de Meuron firmano i Calder Gardens a Philadelphia, dove Jacques Herzog dichiara di essersi “concentrato sullo spazio più che sulla forma”, creando un luogo dove “ci si può sedere, passeggiare e fermarsi a osservare la natura o l'arte, con la medesima facilità che si ha quando ci si siede sotto un albero”.

Le installazioni artistiche amplificano questa ricerca. Shaikha Al Mazrou con Contingent Object ad Abu Dhabi usa il sale come “materiale e sensore”: assorbendo umidità e cristallizzando nel tempo, diventa registro dell'atmosfera.

Domus 1109 diario, febbraio 2026

Matt Shaw cura New Times for Nature, sezione dedicata a tre studi che incarnano approcci radicalmente diversi. Nameless Architecture di Seoul sfuma i confini tra naturale e artificiale usando il granito locale per creare ibridi. Earthscape Studio in India lascia che “sia il sito a progettarsi” attraverso un processo di ascolto, lavorando con costruttori locali e tecniche vernacolari. Shanshan Landscape in Cina integra la natura in ogni progetto come contributo a una “rinascita” del paesaggio, come nel loro studio Pìn Xu costruito in una cava dismessa.

Nella sezione Diario emerge una geografia di progetti che guardano al futuro del patrimonio. Walter Mariotti presenta deboleForte per Forte Sant'Andrea a Venezia, metamorfosi della fortezza rinascimentale in centro culturale a impatto carbonico positivo, risposta concreta e visionaria per Venezia. Elena Sommariva intervista Elisa Fulco che, attraverso l'associazione Acrobazie, usa l'arte contemporanea come lasciapassare per mondi che tra loro spesso non si parlano in ospedali, centri psichiatrici e istituti di pena.

La questione non è più dare natura all’architettura. È far sì che l’architettura impari dalla natura.

Le rubriche tessono un ricco contrappunto tra simboli, materia e visione del progetto. Nicola Ermanno Barracchia esplora l'architettura del numero Uno, la Torre, primo respiro, primo bacio, primo passo del viaggio. Valentina Petrucci incontra Giovanni Sassu davanti alla Maddalena penitente di Guido Cagnacci: “Nell'arte cerco la carnalità”, dichiara Sassu di fronte a questo manifesto del Seicento, sospeso tra l'attrazione per il corpo e l'ammonimento dello spirito.

Loredana Mascheroni presenta la lampada Mia di Davide Groppi, designer che dal 1988 esplora la luce con un'ambizione precisa: “Mi piacerebbe pensare che, a un certo punto, una mia lampada diventi come una forbice: vale a dire, nessuno sa chi l'ha disegnata”. Silvana Annicchiarico presenta lo Studio Re.d di Vienna (Kerstin Pfleger e Peter Paulhart), che con il progetto Handrail trasforma componenti modulari per ringhiere in orologi e apparecchi d'illuminazione: “Il ready-made non è nostalgia duchampiana, ma metodo operativo”. Antonio Armano racconta Enzo Catellani di Catellani & Smith: “La luce non è design. È fare. Accendere, guardare cosa succede”.

Domus 1109, febbraio 2026

Valeria Casali analizza i fancoil Färna di Innova progettati da Luca Papini, che prendono le distanze dall'estetica muscolare e tecnicista dei terminali impiantistici tradizionali. Walter Mariotti descrive il redesign del Four Seasons Hotel Milano di Pierre-Yves Rochon con Patricia Urquiola come manifesto di come si possa reinterpretare il lusso contemporaneo.

Daniela Brogi analizza Pluribus di Vince Gilligan, serie che rielabora in senso artisticamente significativo i traumi legati alla pandemia di Covid-19.  Ancora il direttore Editoriale, Walter Mariotti, in Contrordine, rilegge Villa Nemazee a Teheran di Gio Ponti (1957-1964), “macchina per vedere” dove lo sguardo attraversa l'intera pianta senza ostacoli. Tre decenni dopo, nello stesso luogo, Azar Nafisi radunava studentesse per leggere Nabokov, autore proibito: “La villa era già un atto di resistenza culturale. Affermava che si poteva essere persiani e moderni, orientali e occidentali”.

Ciò che emerge da questo numero è una chiamata a una diversa spiritualità del progetto. Come scrive Ma Yansong: “Mi sono reso conto di che cosa volevo facesse l'architettura. Non amplificare il potere o la velocità, ma dare alle persone la possibilità di lasciarsi andare”.

La natura ci abita, e quando la forma dialoga con essa, lo fa anche con l'animo umano. Un numero da esplorare con la lentezza necessaria, lasciandosi attraversare dalle sue voci. Buona lettura.

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