Esther Stocker, l’artista minimalista del nuovo sottopasso di Trento

Esther Stocker racconta il suo percorso, dalla pittura alle installazioni ambientali, fino al nuovo intervento nel sottopasso di Trento.

Linee che attraversano lo spazio, griglie che alterano la percezione, superfici che si estendono oltre il quadro fino a trasformare interi ambienti. Nell’opera di Esther Stocker tutto sembra parlare di rigore e controllo. Un rigore che apparentemente richiama tanto il minimalismo quanto l’optical art, ma che a uno sguardo più attento ne mette in crisi l’idea di neutralità assoluta.

Volevo mostrare la forza della linea pura, come volontà di andare da qualche parte.

Esther Stocker

D'altronde, per Stocker, l’arte non ha nulla a che vedere con una decisione programmatica. 

“Da che ho ricordi ho sempre amato disegnare e dipingere. La pittura mi sembrava un invito a viaggiare in luoghi immaginari”.

 Da adolescente vede una scultura Fluxus — “una sorta di scultura fatta di scarti su una parete” — e ne resta profondamente colpita. “È stata un’esperienza quasi sublime, il momento in cui ho capito che si può dare forma alle idee immediatamente, che l’arte non chiede permesso”.

Esther Stocker. Courtesy l'artista

Nata in Italia nel 1974 e cresciuta tra Vienna, Milano e la California, Stocker vive a Vienna e lavora nei luoghi in cui la porta la sua pratica. Le sue opere hanno trasformato gallerie, musei e spazi pubblici in tutto il mondo.

Il contesto, per lei, è il punto di partenza. Ogni progetto nasce in relazione allo spazio che lo ospita. Eppure, che si tratti di una tela, di una stazione o di un sottopasso, il sistema resta sempre lo stesso: una struttura geometrica entra in dialogo con le specificità dell'architettura, dello spazio e ne modifica la percezione.

Un linguaggio definito nel tempo, a partire da un insolito esordio legato alla pittura.

Dalla pittura alla griglia

L’esordio artistico di Stocker è segnato da una pittura gestuale, che negli anni si evolve progressivamente attraverso un processo di sottrazione. “Inizialmente è stato un modo per liberarmi di una pittura più espressionista, ma anche per cercare di eliminare le gerarchie. Mi infastidiva la presenza costante di gerarchie nei sistemi visivi, l’incapacità di sottrarsene”.

La griglia diventa allora una soluzione concreta, un modo per dividere lo spazio in parti uguali e distribuire l’informazione senza privilegi, senza essere costretta a scegliere un centro dominante.

Mi piace il fatto che possiamo descrivere concetti imprecisi con strumenti di precisione. Più guardi da vicino la precisione e cerchi di capirla, più diventa vaga.

Esther Stocker

È un dispositivo che rimanda al ruolo della griglia in molti movimenti della storia dell’arte, dal modernismo in avanti, spesso associata a un’idea di neutralità e controllo. Per Stocker, invece, non serve a cancellare il conflitto ma a renderlo percepibile, trasformando l’ordine in una condizione instabile. Se nel minimalismo la forma tendeva a presentarsi come autosufficiente, Stocker la utilizza come struttura esposta al contesto e alle sue interferenze.

Il sistema non elimina il problema, semmai lo mette a nudo. “Possiamo pensare in modo anti-gerarchico, ma per il fatto stesso di esistere nel tempo e nello spazio non possiamo vivere in modo completamente anti-gerarchico”.

Così l’oggettività della forma non produce distanza, ma attiva la percezione. La precisione non è fredda, piuttosto rivela la propria fragilità. Anche l’illusione ottica, quando affiora, non è mai fine a sé stessa: dipende dalla posizione del corpo e dal movimento nello spazio.

Veduta della mostra Esther Stocker, Analisi dell'errore, Tenuta dello Scompiglio, 2025. Foto: Leonardo Morfini. Courtesy l'artista e Associazione Culturale Dello Scompiglio

Nella pittura, spiega, la gerarchia non è solo visiva ma anche fisica. “Non possiamo dare la nostra attenzione a più cose contemporaneamente, né il nostro corpo a più cose nello stesso momento”. Da qui nasce, dice, “un desiderio di superare la gravità, il tempo e lo spazio”.

Le gerarchie del tempo e dello spazio sono limitanti, e “noi esseri umani amiamo combatterle. È quello che spesso fa il tentativo artistico”.

In questo senso parla di “geometria esistenziale”. “Per me la geometria è un modo di vedere, di pensare e anche di interagire”, definizione che include anche una dimensione ironica: “Vedo dell’umorismo nella geometria. Collega il nostro desiderio di misurare logicamente l’esistenza con l’abbandono alla bellezza della contraddizione”.

Si potrebbe dire che non sono stata io ad essermi interessata allo spazio, ma è stato lui a interessarsi a me.

Esther Stocker

Precisione, instabilità e spazio

Se la griglia nasce per eliminare le gerarchie, è proprio lavorando sul rigore che Stocker scopre l’instabilità. “Studiando la precisione mi sono imbattuta nel tema dell’incertezza. È proprio nella precisione che l’ho vista più chiaramente”.

Più il sistema si fa controllato, più ne affiorano i limiti. “Mi piace il fatto che possiamo descrivere concetti imprecisi con strumenti di precisione. Più guardi da vicino la precisione e cerchi di capirla, più diventa vaga”.

Veduta dell'installazione Esther Stocker, Prospettiva comune, MAXXI e Atac Roma, Metrostazione Vittorio Emanuele, Roma. Foto: Costantino Artino. Courtesy l'artista, MAXXI e ATAC Roma

“L’ambiguità è nel cuore di molte opere d’arte. Non solo perché attiva il cervello, ma perché ci riconosciamo in essa. Ha molto a che fare con i nostri desideri”. “È importante integrare l’imprecisione nelle nostre vite e trovare verità e bellezza in essa”.

Vedo anche dell’umorismo nella geometria. Collega il nostro desiderio di misurare logicamente l’esistenza con l’abbandono alla bellezza della contraddizione.

Esther Stocker

Del momento in cui le sue opere iniziano a estendersi nello spazio ricorda: “All’inizio pensavo fosse solo l’aggiunta di un’altra dimensione. Mi piaceva l’idea di un’accessibilità letterale del pensiero astratto”.
“In un certo senso si potrebbe dire che non sono stata io ad essermi interessata allo spazio, ma è stato lui a interessarsi a me”.

Veduta della mostra Esther Stocker, Unlimited Space, 2013. The Gallery of Modern Art in Roudnice nad Labem, Czech Republic. Foto: Zdenek Porcal. Courtesy l'artista.

Quell’“accessibilità” diventa centrale nei progetti installativi. In TONSUR_passage (Vienna, 2006) le linee trasformano un passaggio pedonale in un campo percettivo instabile. Nel Parkhaus di Metz (2013) la trama geometrica invade un parcheggio, seguendo l’architettura e insieme alterandola. Alla stazione Wien Mitte (Vienna, 2015) pareti e soffitti si fondono in un unico piano continuo.

Molti di questi interventi si collocano in luoghi di attraversamento, dalla Setouchi Triennale (2016) alla Gare d’Austerlitz di Parigi (2017), fino a Prospettiva comune al Maxxi di Roma (2018).

Negli anni più recenti la sua ricerca entra anche negli spazi istituzionali. A Haus Konstruktiv di Zurigo (2024) dialoga con volumi complessi; al Marta Herford (2024) si confronta con le architetture interne; alla Johanneum di Graz (2025) costruisce percorsi visivi nello spazio espositivo; nella personale a Dello Scompiglio (2025) ripensa il rapporto tra superficie e ambiente.

L’ambiguità è nel cuore di molte opere d’arte. Non solo perché attiva il cervello, ma perché ci riconosciamo in essa. Ha molto a che fare con i nostri desideri

Esther Stocker

Il nuovo sottopasso a Trento

L’ultimo di questi interventi arriva con la mostra Caos calmo (2025–2026), curata da Lorenzo Gabrielloni alla Galleria Civica di Trento – Mart, che riuniva oltre cinquanta opere, per lo più inedite, dedicate agli ultimi cinque anni di lavoro tra tele, sculture e installazioni ambientali.

Al termine della mostra, Stocker ha realizzato un’opera destinata a restare alla città, nel sottopasso di via Canestrini.

“Sono sempre stata interessata agli spazi di transizione. C’è un grande potenziale nel creare nuove esperienze estetiche in questi spazi”.

Il sottopasso collega il centro al nuovo hub intermodale della città di Trento. È uno spazio quotidiano, attraversato continuamente da persone.

L’intervento coinvolge l’intero spazio, dalle pareti al soffitto fino al pavimento, trattandolo come un unico campo visivo. Le linee nere si estendono senza soluzione di continuità e avvolgono l’ambiente, eliminando ogni distinzione tra superficie verticale e orizzontale.

Veduta della mostra Esther Stocker, Ritorno alla razionalità, 2022, 10 A.M Gallery, Milano. Courtesy l'artista e 10 A.M.

“Per l’opera del sottopasso ho lavorato su diverse idee grafiche, discusse con Gabriele Lorenzoni e con il Comune. Abbiamo scelto un disegno lineare che enfatizza la direzione del passante”.

“Volevo mostrare la forza della linea pura, come volontà di andare da qualche parte. Volevo trasformare il luogo dandogli un forte senso di direzione attraverso un linguaggio formale ridotto”.

Tutte le superfici sono trattate allo stesso modo. “Volevo ricordare che il pensiero artistico non deve essere limitato dalla gravità”.

Veduta di Esther Stocker, installazione per il sottopasso di Via Canestrini, Trento. Courtesy l'artista e Comune di Trento. Foto: Emma Bonvecchio, 2026

L’impatto è, a prima vista, quello di un’illusione ottica. Ma le linee dell’intervento non sono perfette. Seguono il cemento, incontrano le piastrelle, si adattano ai giunti e alle irregolarità delle superfici esistenti. “Sono talvolta interrotte da piccole deviazioni, per dare ritmo e struttura”. Non cercano di cancellare ciò che il sottopasso era prima. È proprio il contatto con il materiale, con il cemento segnato e le piastrelle consumate, a impedire che l’immagine diventi pura astrazione. La continuità del disegno si costruisce e si interrompe insieme alla struttura reale dello spazio.

L’intervento ha generato reazioni diverse, come spesso accade quando un’opera entra stabilmente nello spazio pubblico. Per anni il sottopasso era stato segnato da interventi spontanei e stratificazioni informali, diventate parte dell’abitudine visiva del luogo. L’introduzione di un disegno unitario ha modificato quell’equilibrio, dando al luogo un aspetto completamente diverso.

Il percorso più breve tra A e B è una linea, ma “possono essere proprio le piccole deviazioni a rendere la vita più interessante”.

“È un passaggio lineare. Collega due parti della città, e spero anche le persone”.

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