In questo numero di gennaio, che inaugura il 2026, Domus abita il presente. Sotto la guida di Ma Yansong, nuovo guest editor della rivista per il 2026, le pagine di Domus si trasformano in un’indagine radicale su quella forza primordiale che chiamiamo fantasia. Non un’evasione dalla realtà, ma un consapevole atto di resistenza. In un’epoca frammentata, dominata dall’algoritmo e dalla dittatura del capitale, l'architettura torna a essere lo specchio necessario dei nostri desideri più audaci.
Ma Yansong ci accoglie con una provocazione che è, in fondo, una liberazione: l'architettura non è architettura, è fantasia. È un invito a guardare oltre la cortina dello sviluppo economico, quello che lo stesso Yansong osserva nella sua Cina, per rintracciarvi non solo numeri, ma la bellezza di un’originalità possibile.
Questo afflato verso l’immaginazione si scontra e si intreccia con le riflessioni di Jihoi Lee, che analizza la scena coreana attraverso una "fantasia della riduzione", dove il sogno non è accumulo, ma sottrazione sapiente. Qui, il lavoro dell'architetto Jung Youngsun sui sistemi viventi e la quiete scavata nella terra di Cho Byoungsoo ci ricordano che immaginare significa anche saper tacere, lasciando spazio alla natura.
Il dialogo si fa poi storico e monumentale con Thomas Krens, che ripercorre i canali della creatività attraverso trent'anni di musei iconici. Da Gehry a Nouvel, fino a Koolhaas, emerge la tensione costante tra il volo della trascendenza e i vincoli ferrei dello Zeitgeist. È una tensione che vibra anche nel confronto tra Ma Yansong e Norman Foster, dove il progetto viene ricondotto alla sua essenza di strumento per la sopravvivenza della specie. Foster ci ricorda che, anche di fronte alle crisi globali o alle sfide del digitale, la tecnologia deve restare al servizio di una visione poetica, capace di dare forma a un futuro che ancora non osiamo abitare.
In un’epoca frammentata, dominata dall’algoritmo e dalla dittatura del capitale, l'architettura torna a essere lo specchio necessario dei nostri desideri più audaci.
Questa costellazione di visioni si materializza in opere che sfidano la gravità del quotidiano. Jonathan Glancey ci descrive lo Zayed National Museum di Foster come un battito d’ali d’acciaio nel deserto, mentre la Sun Tower di Open Architecture a Yantai si erge come una gigantesca meridiana, un ponte tra l'uomo e i ritmi celesti. È un’architettura che si fa corpo, come nella stazione di Napoli firmata da Anish Kapoor, o che esplora i confini del virtuale attraverso la sensibilità di Matt Shaw e dei giovani studi come Space Popular e Pills.
Eppure, questa spinta verso l'altrove trova sempre un ritorno alle radici, come nelle case Gurunsi in Ghana raccontate da Bushra Mohamed, dove la fantasia è un rito ciclico di appartenenza. Il numero si chiude idealmente tra le mura di un asilo a Pechino, dove Yansong ha creato uno spazio stravagante e libero dalle convenzioni. È un monito per tutti noi: l’impresa umana nasce sempre da un ideale alto. L’architettura, dopotutto, non è che il tentativo, nobile e fragile, di dare un tetto ai nostri sogni prima che la durezza della realtà li faccia svanire.
Nella sezione Diario il racconto di Domus inizia da dove la terra ha tremato: Gibellina. Nominata Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026, la cittadina siciliana riceve un mandato operativo, quello di trasformare il trauma del 1968 in un metodo progettuale e il direttore editoriale Walter Mariotti ci racconta la visione utopica.
Mentre il Cretto di Burri resta una ferita monumentalizzata, un inaudito silenzio di cemento, la città si prepara scommettendo sulla propria marginalità come antidoto all'oblio. Sempre a Gibellina, Simona Bordone riapre l’archivio del "progetto interminabile" di Franco Purini e Laura Thermes. Attraverso le cronache storiche di Francesco Moschini, riscopriamo la Casa del farmacista e la mai realizzata Casa Patti: sogni sulla carta che oggi ci interrogano su cosa significhi abitare una memoria che non concede sconti.
Se l'architettura è un cristallo, come suggerisce Gabriele Neri parlando di Frank Gehry, allora ogni sua faccia riflette una verità diversa: dal pioniere dei mobili in cartone Easy Edges del 1972 all'archistar dei Simpsons, Gehry ha saputo unire l’effetto "wow" di Bilbao a un’etica-politica silenziosa, fatta di case per veterani e centri per senzatetto. Valentina Petrucci, nella rubrica Dettagli, interroga Francesco Siciliano, presidente del Teatro di Roma. Per lui l’arte è "seduzione violenta". Dalle esplosioni cromatiche della Turner Collection alla sensualità misteriosa dell’Annunciata di Antonello da Messina, Siciliano ci ricorda che il colore è un’emozione pura che travolge ogni logica narrativa, un qui e ora che abita i luoghi e trasforma i corpi.
Abbandonando la Sicilia, Nanni Delbecchi ci porta a Sils Maria, nella "patria interiore" di Friedrich Nietzsche. In una modesta stanza engadinese, tra pareti bianche e tappezzerie verdi scelte per calmare i nervi, il filosofo partoriva l'Eterno Ritorno, insegnandoci che i pensieri nati all'aria aperta hanno la forza di una festa per i muscoli.
Nicola Ermanno Barracchia, ci svela come la numerologia pitagorica sia la lente per decifrare la "sezione aurea" della nostra anima: perché, in un mondo digitalizzato, tutto è numero, e ogni cifra nasconde un messaggio già scritto dentro di noi.
Il design si fa strumento di emancipazione e trasformazione. Elena Sommariva esplora il "nuovo legno" progettato da Nendo (Oki Sato) per Vittorio Alpi, dove Kasumi e Futae sfidano il confine tra natura e artificio. Ma il design è anche movimento: Silvana Annicchiarico presenta il lavoro di Lisa Stolz (Mowo), che sostituisce l'inerzia della seduta con l'elasticità di betulla e faggio, una "rivoluzione gentile" contro l'immobilità del quotidiano. Mentre Loredana Mascheroni analizza la "lirica della scrittura" di Francesco Librizzi nella libreria Scarlatta e la leggerezza francese di Ambroise Maggiar per Infiniti, Francesco Franchi sposta l'asse sulla grafica come infrastruttura: il marchio Made in Europe di Dada Projects trasforma le normative in linguaggio progettuale, rendendo visibile la fiducia europea.
Il numero si chiude idealmente tra le mura di un asilo a Pechino, dove Yansong ha creato uno spazio stravagante e libero dalle convenzioni. È un monito per tutti noi: l’impresa umana nasce sempre da un ideale alto.
L'architettura della responsabilità non ha confini. Alessandro Benetti ci porta a Toronto per ammirare il Limberlost Placedi Moriyama Teshima Architects e Acton Ostry Architects, un gigante di legno a emissioni zero che apre le sue finestre solari alla brezza del lago, mentre Antonio Armano racconta l'energia di Energieker, dove il Ceo Riccardo Montitrasforma la materia ceramica in un linguaggio contemporaneo tra Pavullo e Brera.
Il diario si chiude tra utopia e realtà. Alberto Mingardi rilegge la claustrofobia di Blade Runner, Paul Smith ci stupisce con la storia delle case ordinate per posta nel 1900, e Daniela Brogi analizza l'Hotel Saltus di Tara Architekten e le "finzioni" cinematografiche di Park Chan-wook: racconti di case che sono simbiosi tragiche e atti di cura. Infine, Paola Carimati ci esorta a "usare bene il cervello" attraverso le massime di Paolo Borzacchiello, e lo studio Takk, ancora raccontato da Elena Sommariva, regala ai bambini stanze su ruote, padiglioni di intimità in spazi industriali.
In questo scenario, anche lo spazio di lavoro subisce una metamorfosi radicale, passando dal modello fordista della ripetizione a una dimensione identitaria. Come sottolineano Stefania Boschetti e il dossier Ey, l’ufficio oggi deve nutrire le "reti di carbonio" — le relazioni umane — contro l'astrazione delle reti di silicio.
Il progetto di Piuarch per Ey trasforma lo spazio in un organismo vivo che respira attraverso le persone. La bellezza qui non è decorazione, ma una forma di energia che genera desiderio e appartenenza. Un dossier che interroga l'architettura, non per salvarci dalla storia, ma dall’indifferenza di un mondo che ha smesso di interrogare la propria bellezza.
Buon 2026 e buona lettura.
