Jean Nouvel

"Vado in cerca di profondità, di senso, di poesia, di piacere. Questo significa fare architettura oggi. Non stiracchiare la città in luoghi dove non c’è. Significa partire da una realtà e poi arricchirla."
(Jean Nouvel, guest editor Domus 2022)

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Con una carriera quasi cinquantennale, coronata anche da un premio Pritzker, la figura di Jean Nouvel si forma come figura di archistar mondiale, ma le fondamenta di questa evoluzione sono solidamente radicate nel contesto francese.
Nato a Fumel nel 1945, ha dichiarato di aver da sempre voluto fare il pittore ma di essersi rivolto all’architettura per ragioni di buon senso: Nouvel studierà architettura all’École Nationale Supérieure des Beaux Arts di Parigi, dove si laureerà nel 1972. Ancora al periodo degli studi risale però la sua esperienza al fianco di Claude Parent: nello studio del grande radicale francese svilupperà tanto la tendenza al sottolineare una cifra avanguardistica in ogni proposta architettonica, quanto un approccio hands-on, cominciando da subito ad operare nei cantieri, ma soprattutto una pratica della discussione e della critica — essenziale negli anni attorno al ’68, in cui Nouvel si forma — che sarà poi base del suo posizionamento teorico nel discorso architettonico interazionale.
Prima della laurea apre ancora un primo studio con François Seigneur (di quegli anni un progetto di casa obliqua di impostazione parentiana). Si inserirà poi dal ’68 nel contesto politico e culturale parigino che struttura l’architettura di quegli anni: Nouvel crea la Biennale d’Architecture all’interno della Biennale di Parigi nel 1980, e negli anni precedenti è membro organizzatore del concorso per il ridisegno dell’area delle Halles.

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Jean Nouvel, Opéra di Lione (1986-1993)

La crescita della sua figura passa attraverso l’inserimento nell’onda di nouvelle architecture française degli anni ’80 di Mitterrand, che vuole portare la Francia in una posizione di avanguardia nella ricerca tecnologica unita ad un’attenzione per il contesto urbano: in questo scenario, Jean Nouvel si sviluppa come soggetto libero, che valorizza l’importanza degli aspetti espressivi delle tecnologie costruttive, dell’ high-tech di quegli anni, creando macchine dal forte valore iconico e dai molteplici contenuti linguistici.  Se le prime attenzioni pubbliche arriveranno per la clinica Val Notre Dame (Bezons, 1978-80) , articolandosi poi nella modularità degli involucri metallici del complesso abitativo Nemausus (Nîmes, 1985), è con l’Institut du Monde Arabe — sviluppato tra 1981 e 1987 con Architecture Studio — che si ha il compimento pieno di questa fase. Da questi progetti prenderà forma il suo posizionamento di archistar alla scala globale, ma anche la sua particolare posizione rispetto all’architettura cosiddetta d’autore: già in dissenso con Claude Parent, Jean Nouvel sosteneva come l’architetto non potesse risolver personalmente tutti gli aspetti del progetto; da qui deriva lo sviluppo di un approccio - portato avanti dai primi anni '90 con la fondazione di Ateliers Jean Nouvel - che agisce caso per caso, improntato all’integrare l’interpretazione dell’architetto con gli input dello specifico tema o luogo. E’ il caso della sopraelevazione dell’Opéra di Lione (1993) che raddoppia il volume dell’esistente edificio in pietra con una iconica addizione a botte in vetro e acciaio.

L’architettura è stata affascinata dalle macchine e la sua estetica lo ha espresso fino all’high-tech. Ma se si osserva l’evoluzione attuale delle tecniche, ciò che mi colpisce è la misura in cui stiamo andando verso un controllo assoluto della materia . (…) Io la chiamo ‘estetica del miracolo'.

I progetti degli anni ’90 confermano questa direzione, evidente nel Centro Culturale e di Congressi per Lucerna (1989-1998), nella Fondation Cartier (Parigi, 1995) e nel complesso Euralille (Lille, 1993) accomunati da un trattamento solo apparentemente diverso di uno stesso tema: asservire un edificio concepito come macchina tecnologica ad un programma abitativo o esperienziale cui viene data la priorità. E’ anche in questo periodo che cominciano le collaborazioni di Jean Nouvel con grandi brand del design per lo sviluppo di arredi e oggetti per l’abitazione.
Negli anni 2000 arrivano molti riconoscimenti — il Premio Imperiale nel 2001, il Wolf Prize nel 2005, il Pritzker nel 2008 — e continua la produzione di grandi progetti pubblici in tutto il mondo, caratterizzati sempre più da un’attenzione all’edificio come oggetto dal valore di scultura alla scala urbana: il Musée du Quai Branly (2006) porta nel cuore di Parigi il terzo paesaggio unito alla narrazione dell’origine delle civiltà, così come la Concert Hall di Copenhagen (2009)  gioca sull’ambiguità di involucro e contenuto creando un nuovo senso anche per il contesto stesso dell’edificio.

I progetti recenti di Jean Nouvel testimoniano una combinazione dei due aspetti fondamentali della poetica: edifici sia pubblici sia privati dove ritorna il valore espressivo, creatore di spazio e identità, della soluzione tecnologica.  L’involucro parlante del grande monumento della Philharmonie de Paris (2014) come i pattern della Doha Tower (Doha, 2012) o della Marseillaise (Marsiglia, 2018) rivendicano agli edifici un valore di landmark riconoscibile. Sintesi di questa evoluzione recente, il Museo del Louvre di Abu Dhabi inaugurato nel 2017, corona il programma espositivo con una grande copertura traslucida, erede del moucharabieh già studiato con l’Institut du Monde Arabe, esprimendo così una sintesi dell’approccio di Jean Nouvel alla interpretazione e costruzione di luoghi attraverso i decenni.

Non si può più considerare l’architettura come disciplina autonoma funzionante su materiali, tecniche e tipologie riconosciute, regole da declinare o con cui confrontarsi. Oggi tutto questo è esploso. L’architetto deve prima di tutto elaborare una diagnosi, assorbire parametri estranei alla sua disciplina intesa in senso stretto
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