È il numero dell’estate, e arriva con una domanda che brucia più del solleone: cosa lasciamo a chi viene dopo di noi?
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Dai silo industriali riconvertiti di Heatherwick e Ando alla Fábrica di Bofill, nel numero estivo di Domus il guest editor Ma Yansong esplora il tema della riparazione come atto creativo: dare nuova vita alla memoria senza venerare il passato.
Testo Alessandro Benetti. Foto Louis Carbonell
Testo Jane Hall. Foto Corentin Haubruge
Foto Iwan Baan, Andrea Marotto, Erik-Jan Ouwerkerk, Urban Zintel
Testo Nikolaus Hirsch. Foto Filip Dujardin
Testo Ateliers Jean Nouvel. Foto Martin Argyroglo
Testo Inter±Pol Studios. Foto Jakob Boerner
Testo Catherine Shaw. Foto Bai Yu
Testo JKMM Architects. Foto Toni Pallari, Hannu Rykty
Testo Realrich Sjarief. Foto Kie Arch
Testo Dinko Peračić, Miranda Veljačić. Foto Dragan Novakovic / Pixel, Tonci Plazibat / Cropix
Testo MASS – Model of Architecture Serving Society. Foto Iwan Baan, Sean Hemmerle
Testo Frank and Patrik Riklin. Foto Raphael Alu
Testi Matt Shaw. Foto Bruce Damonte
Foto Karen Van der Biest
Foto courtesy of Devolution
Testo e foto Ememem
Testo Emanuele Piccardo
Testo Valentina Petrucc
Testo Francesco Franchi
Testo Alberto Mingardi
Testo Silvana Annicchiarico
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- La redazione di Domus
- 12 luglio 2026
Ma Yansong, guest editor, apre l’editoriale con la forza quieta di chi ha progettato un’arca sospesa su una vecchia fabbrica di Shanghai, e da lì ragiona su riparazione, memoria, futuro. Riparare non è restaurare: è un atto creativo che dà nuova vita alla tradizione senza ossequiarla, che riconosce il tempo invece di venerare il passato. Come Confucio, in piedi sul fiume: tutto scorre, e ogni momento presente conta quanto ogni altro. La copertina è di Marta Cerdà Alimbau, Living matter, 2026: sfere organiche che germogliano in stratificazioni di colore, come strati geologici che crescono verso l’alto. Una metafora visiva perfetta per un numero che parla di edifici che non finiscono mai davvero. Il tema attraversa ogni pagina.
Alessandro Benetti apre con un portfolio sui silo industriali riconvertiti, definiti come “reliquie con un potenziale”, oggetti da svuotare e attraversare piuttosto che restaurare filologicamente. Il percorso parte dal capostipite storico, La Fábrica di Ricardo Bofill a Barcellona (1973), per arrivare ai Silos-Kanaal di Stéphane Beel ad Anversa (2016) e al Kunstsilo di Mestres Wåge Arquitectes a Kristiansand (2024).
Spicca lo Zeitz Mocaa di Thomas Heatherwick a Città del Capo (2017), il cui atrio centrale è scavato con una geometria parametrica che evoca Gordon Matta-Clark, fino ai diciotto cilindri di Tadao Ando a Pudong, ancora in cantiere. Jane Hall del collettivo Assemble racconta poi il Mu.zee di Ostenda, ex magazzino Seo progettato da Gaston Eysselinck. Ridotto all’osso con la rimozione delle facciate, l’edificio diventa manifesto di una filosofia profonda: riparare è come rammendare un calzino o curare un cuore spezzato, un esercizio che apprezza l’usura in vista della riapertura nel 2028.
La conversazione tra Ma Yansong e Francis Kéré, Premio Pritzker 2022, sposta il baricentro sul grado zero dell’architettura. Kéré spiega come si costruisce partendo dalla comunità e dai materiali locali, rifiutando sofisticazioni impossibili da mantenere. La sua scuola a Gando, sollevata mattone dopo mattone dall’argilla compressa, dimostra come l’atto del costruire possa restituire orgoglio e identità a un intero popolo. Sul fronte europeo, Nikolaus Hirsch analizza il Palais des Expositions di Charleroi, progetto di AgwA e jan de vylder inge vinck vincitore degli Eumies Awards 2026.
Gli architetti hanno riscritto un bando impossibile: nessun nuovo volume o parcheggio sotterraneo, ma il salvataggio integrale di 50mila m², trasformando l’atrio in una finestra visiva che unisce la città alta alla città bassa e al paesaggio industriale. A Parigi, Ateliers Jean Nouvel risponde per la nuova Fondation Cartier con cinque piattaforme mobili d’acciaio che fluttuano sotto soffitti di vetro, inserendo una macchina teatrale invisibile nell’involucro storico dei Grands Magasins du Louvre.
Riparare non è restaurare: è un atto creativo che dà nuova vita alla tradizione senza ossequiarla, che riconosce il tempo invece di venerare il passato.
Ma Yansong, guest editor Domus 2026
Le geografie del recupero toccano anche la memoria storica e il tessuto spontaneo. Ad Amburgo, Inter±Pol Studios trasforma il bunker antiaereo nazista di St. Pauli in parco pensile e memoriale, sfidando la monumentalità del regime con una rampa di 300 metri e oltre 4.700 alberi. A Shenzhen, nel villaggio urbano di Nantou, Arcity Office ripara sei edifici con il metodo del bricolage e materiali locali; un intervento descritto da Catherine Shaw il cui successo si misura nell’emulazione spontanea dei vicini. La rivista mappa così una serie di innesti puntuali: Jkmm Architects restituiscono la Biblioteca Centrale di Oulu senza alterare la firma di Studio Nurmesniemi; Raw Architecture Workshop eleva tre piani di bambù a Tangerang creando un organismo ibrido tropicale; Arp–Peračić-Veljačić fa fluttuare una pensilina mobile sul mercato storico di Gruž a Dubrovnik, dialogando con la cinquecentesca villa dei Gundulić; il collettivo Mass propone la rifunzionalizzazione culturale della Poughkeepsie Cistern, serbatoio del 1924 celebre per il suo riverbero di 14 secondi.
Chiude la sezione l’utopia liquida di Frank e Patrik Riklin con Bignik, la grande coperta da picnic collettiva che cresce dal 2012 e mira a includere ogni abitante di Basilea entro il 2053, espandendosi sul territorio senza curarsi degli ostacoli infrastrutturali.
Nei Tempi Nuovi, Matt Shaw presenta tre studi emblematici: il vietnamita Trung Mai (Ad hoc Practice), che elegge i materiali di scarto a risorsa primaria; Oyo Architects, per cui la riuscita di un intervento rigenerativo sta nel non mostrare i segni di una novità strillata; e Devolution di Xiamen, che preserva le tracce e gli adesivi del passato contro le logiche della gentrificazione virale. Questa stessa estetica del risarcimento minimo appartiene al flacking di Ememem, l’artista che ripara le crepe stradali da Lione a New York con frammenti di ceramica colorata, operando direttamente dentro le ferite della città. È la conferma della tesi di Ma Yansong: non serve venerare il passato se non sappiamo riconoscerci nel presente per progettare il futuro.
Il Diario sposta l’attenzione sulla dimensione politica e sociale dello spazio. Emanuele Piccardo ripercorre la storia della Pineta di Arenzano, fondata settant’anni fa da maestri come Gardella, Zanuso e Ponti, poi ferita dalla speculazione. Il festival “Abitare la vacanza” tenta oggi un difficile recupero critico di quella memoria attraverso la creazione di un archivio storico. Nell’Archivio Domus, Simona Bordone riscopre l’architetto egiziano Abdel Wahed El-Wakil, allievo di Hassan Fathy, e la sua strenua difesa del modelo vernacolare contro l’omologazione coloniale occidentale. Nelle Letture globali vengono presentati tre testi fondamentali: la monografia di Marco Mulazzani su Andrea Milani (Electa), Mysteries of a Communist Cave di Lytle Shaw (Park Books, 2026) sulla sede del Pcf di Niemeyer, e Ostinazioni (Corraini, 2026), volume curato da Alberto Coretti che scompone il metodo progettuale di Massimo Osti.
Il giacimento reale del Paese è fatto di comunità e memoria: una volta esaurito, nessuna metrica economica potrà rigenerarlo.
La sezione dei Dettagli offre un mosaico di sguardi: Valentina Petrucci intervista Romeo Sozzi, che legge nel San Giuseppe falegname di de La Tour suggestioni vicine a Lucio Fontana; Kaveh Madani, scienziato ambientale incontrato da Mariotti alla “Venice Climate Week”, invita alla moderazione intellettuale e a superare l’occidentalizzazione forzata dei modelli ecologici; Paul Smith racconta la persistenza della luce da nord negli studi d’artista londinesi di Talgarth Road; Francesco Franchi illustra il Crosswalk Accident Chart di Tuzla, dove la segnaletica diventa infografica del trauma; ed Elena Sommariva documenta la scuola partecipata di Pacentro e la ricerca tessile tridimensionale di Isa Glink per Kvadrat. Se Alberto Mingardi ritrova nel Piano meccanico di Vonnegut la profezia dell’intelligenza artificiale contemporanea, Silvana Annicchiarico isola il gesto minimo del tavolo di Gabriel Schroer e Antonio Armano celebra l’isolamento acustico dei serramenti di Cartoceto.
La sezione Criticamente ospita l’affondo di Cristian Minerva sui rischi della digitalizzazione del progetto e sull’abuso retorico del nome di Carlo Scarpa come certificato di conformità. Di contro, Loredana Mascheroni analizza il successo dei “3daysofdesign” di Copenhagen, basato su prossimità e lentezza, mentre Alessandro Benetti presenta l’asilo di Noventa Vicentina dello studio Amaa, radicato nel cemento a vista dello sprawl veneto. Paola Carimati tesse un filo rosso tra le riflessioni femministe di Chiara Alessi, Serena Dandini e Cathy La Torre sui sistemi di controllo del design e sulle storiche appropriazioni del genio femminile. Giovanni Comoglio descrive gli spazi di Rh Milan in corso Venezia, mentre Daniela Brogi riscopre la Milano metacinematografica del regista e architetto Maurizio Nichetti.
Il consueto Contrordine del Direttore Editoriale, Walter Mariotti, propone una disamina severa sul turismo di massa in Italia, ridotto a pura attività estrattiva praticata sui paesaggi. I dati Istat relativi al 2024, con 139,6 milioni di arrivi e 466,2 milioni di presenze, non sono un successo da festeggiare ma un allarme civile. Gli indicatori di Limone sul Garda, con oltre mille presenze per abitante, la densità asfittica di Sorrento e lo spopolamento di Venezia, trasformata in un ecosistema per non residenti, documentano il collasso delle strutture sociali urbane. La proliferazione della microricettività privata riduce lo spazio dell’abitare a mero asset finanziario. Il giacimento reale del Paese è fatto di comunità e memoria: una volta esaurito, nessuna metrica economica potrà rigenerarlo. Non ci resta che augurarvi una buona estate e una buona lettura.
Mito del Modernismo, il silo industriale viene reinventato attraverso interventi radicali. Da Bofill a Heatherwick, fino a Tadao Ando, le rifunzionalizzazioni più riuscite danno nuova vita all’esistente senza indulgere nella nostalgia
Nell’ex magazzino SEO di Ostenda, firmato da Eysselinck negli anni Quaranta, il collettivo Assemble eleva il rammendo a etica architettonica su grande scala. Il progetto per il Mu.ZEE riduce l’edificio modernista all’osso per ricucirne, con cura, il patrimonio materico, sociale e culturale.
Il principio che informa i suoi progetti è costruire un ponte tra strutture e culture differenti, per ‘riparare’ le comunità più fragili. L’architetto burkinabé racconta il legame profondo con la propria terra d’origine e la scelta di tradurre le tecnologie avanzate apprese all’estero in soluzioni low-tech, per rispondere alle esigenze del contesto usando risorse e conoscenze locali.
Attraverso demolizioni mirate e rispettando un budget ristretto, il progetto di Charleroi propone un modello di riuso adattivo non convenzionale e integra il vecchio palazzo delle esposizioni nella città.
La nuova sede della fondazione per l’arte contemporanea trasforma uno storico palazzo nel centro di Parigi in una gigantesca ‘macchina’ scenica, grazie a piattaforme mobili e soffitti di vetro.
Ad Amburgo, una fortezza bellica, vestigia della Seconda guerra mondiale, assume nuove funzioni: memoriale, albergo, spazio pubblico e parco panoramico. Trasformata in un edificio rigoglioso e in un’oasi verde nel cuore della città, si confronta con il passato, aprendosi ai suoi abitanti.
In un villaggio urbano di Shenzhen, sei edifici costruiti dai proprietari sono stati ‘riparati’, offrendo una prospettiva sulle possibilità e i limiti d’interventi ridotti e attenti.
A Oulu, sulla costa nord-occidentale della Finlandia, il restauro della biblioteca cittadina progettata tra gli anni Sessanta e Ottanta introduce nuovi paradigmi per il recupero e il riuso funzionale del patrimonio architettonico razionalista del XX secolo.
A Tangerang, Indonesia, grazie alla costruzione di tre nuovi piani interamente di bambù, un edificio raggruppa diverse funzioni: biblioteca, clinica odontoiatrica, residenza e studio di architettura.
A Dubrovnik, la riqualificazione del mercato storico si confronta con una maestosa villa rinascimentale. Un’innovativa pensilina regolabile ridefinisce lo spazio pubblico sul lungomare, integrando patrimonio, natura e vita quotidiana.
Nello Stato di New York, una vecchia cisterna sotterranea di cemento, realizzata nel 1924, è stata riattivata come spazio culturale e performativo di livello internazionale.
Una gigantesca coperta collettiva cresce anno dopo anno grazie al contributo dei cittadini, trasformando il tessuto in strumento di partecipazione e riflessione. Un progetto a lungo termine che ripensa lo spazio pubblico come esperienza condivisa.
Per il suo studio Ad hoc Practice & Hanoi Ad hoc, ottimizzare le risorse è la prassi alla base di un’architettura intesa come pratica spaziale vernacolare e immateriale.
Per questo studio collaborativo di architetti, urbanisti e tecnologi, la fusione tra vecchio e nuovo rappresenta un atto di rigenerazione teso a immaginare un futuro migliore.
L’attenzione alle specificità del luogo porta lo studio cinese ad apportare interventi minimali e conservativi, nel rispetto delle comunità.
Riparando le crepe del tessuto urbano con frammenti di ceramica, materiali recuperati o trovati sul posto, il flacking consente di innescare una riflessione sulla città come sistema in trasformazione permanente e di creare una comunità internazionale diffusa.