È il numero dell’estate, e arriva con una domanda che brucia più del solleone: cosa lasciamo a chi viene dopo di noi?
Ma Yansong, guest editor, apre l’editoriale con la forza quieta di chi ha progettato un’arca sospesa su una vecchia fabbrica di Shanghai, e da lì ragiona su riparazione, memoria, futuro. Riparare non è restaurare: è un atto creativo che dà nuova vita alla tradizione senza ossequiarla, che riconosce il tempo invece di venerare il passato. Come Confucio, in piedi sul fiume: tutto scorre, e ogni momento presente conta quanto ogni altro. La copertina è di Marta Cerdà Alimbau, Living matter, 2026: sfere organiche che germogliano in stratificazioni di colore, come strati geologici che crescono verso l’alto. Una metafora visiva perfetta per un numero che parla di edifici che non finiscono mai davvero. Il tema attraversa ogni pagina.
Alessandro Benetti apre con un portfolio sui silo industriali riconvertiti, definiti come “reliquie con un potenziale”, oggetti da svuotare e attraversare piuttosto che restaurare filologicamente. Il percorso parte dal capostipite storico, La Fábrica di Ricardo Bofill a Barcellona (1973), per arrivare ai Silos-Kanaal di Stéphane Beel ad Anversa (2016) e al Kunstsilo di Mestres Wåge Arquitectes a Kristiansand (2024).
Spicca lo Zeitz Mocaa di Thomas Heatherwick a Città del Capo (2017), il cui atrio centrale è scavato con una geometria parametrica che evoca Gordon Matta-Clark, fino ai diciotto cilindri di Tadao Ando a Pudong, ancora in cantiere. Jane Hall del collettivo Assemble racconta poi il Mu.zee di Ostenda, ex magazzino Seo progettato da Gaston Eysselinck. Ridotto all’osso con la rimozione delle facciate, l’edificio diventa manifesto di una filosofia profonda: riparare è come rammendare un calzino o curare un cuore spezzato, un esercizio che apprezza l’usura in vista della riapertura nel 2028.
La conversazione tra Ma Yansong e Francis Kéré, Premio Pritzker 2022, sposta il baricentro sul grado zero dell’architettura. Kéré spiega come si costruisce partendo dalla comunità e dai materiali locali, rifiutando sofisticazioni impossibili da mantenere. La sua scuola a Gando, sollevata mattone dopo mattone dall’argilla compressa, dimostra come l’atto del costruire possa restituire orgoglio e identità a un intero popolo. Sul fronte europeo, Nikolaus Hirsch analizza il Palais des Expositions di Charleroi, progetto di AgwA e jan de vylder inge vinck vincitore degli Eumies Awards 2026.
Gli architetti hanno riscritto un bando impossibile: nessun nuovo volume o parcheggio sotterraneo, ma il salvataggio integrale di 50mila m², trasformando l’atrio in una finestra visiva che unisce la città alta alla città bassa e al paesaggio industriale. A Parigi, Ateliers Jean Nouvel risponde per la nuova Fondation Cartier con cinque piattaforme mobili d’acciaio che fluttuano sotto soffitti di vetro, inserendo una macchina teatrale invisibile nell’involucro storico dei Grands Magasins du Louvre.
Riparare non è restaurare: è un atto creativo che dà nuova vita alla tradizione senza ossequiarla, che riconosce il tempo invece di venerare il passato.
Ma Yansong, guest editor Domus 2026
Le geografie del recupero toccano anche la memoria storica e il tessuto spontaneo. Ad Amburgo, Inter±Pol Studios trasforma il bunker antiaereo nazista di St. Pauli in parco pensile e memoriale, sfidando la monumentalità del regime con una rampa di 300 metri e oltre 4.700 alberi. A Shenzhen, nel villaggio urbano di Nantou, Arcity Office ripara sei edifici con il metodo del bricolage e materiali locali; un intervento descritto da Catherine Shaw il cui successo si misura nell’emulazione spontanea dei vicini. La rivista mappa così una serie di innesti puntuali: Jkmm Architects restituiscono la Biblioteca Centrale di Oulu senza alterare la firma di Studio Nurmesniemi; Raw Architecture Workshop eleva tre piani di bambù a Tangerang creando un organismo ibrido tropicale; Arp–Peračić-Veljačić fa fluttuare una pensilina mobile sul mercato storico di Gruž a Dubrovnik, dialogando con la cinquecentesca villa dei Gundulić; il collettivo Mass propone la rifunzionalizzazione culturale della Poughkeepsie Cistern, serbatoio del 1924 celebre per il suo riverbero di 14 secondi.
Chiude la sezione l’utopia liquida di Frank e Patrik Riklin con Bignik, la grande coperta da picnic collettiva che cresce dal 2012 e mira a includere ogni abitante di Basilea entro il 2053, espandendosi sul territorio senza curarsi degli ostacoli infrastrutturali.
Nei Tempi Nuovi, Matt Shaw presenta tre studi emblematici: il vietnamita Trung Mai (Ad hoc Practice), che elegge i materiali di scarto a risorsa primaria; Oyo Architects, per cui la riuscita di un intervento rigenerativo sta nel non mostrare i segni di una novità strillata; e Devolution di Xiamen, che preserva le tracce e gli adesivi del passato contro le logiche della gentrificazione virale. Questa stessa estetica del risarcimento minimo appartiene al flacking di Ememem, l’artista che ripara le crepe stradali da Lione a New York con frammenti di ceramica colorata, operando direttamente dentro le ferite della città. È la conferma della tesi di Ma Yansong: non serve venerare il passato se non sappiamo riconoscerci nel presente per progettare il futuro.
Il Diario sposta l’attenzione sulla dimensione politica e sociale dello spazio. Emanuele Piccardo ripercorre la storia della Pineta di Arenzano, fondata settant’anni fa da maestri come Gardella, Zanuso e Ponti, poi ferita dalla speculazione. Il festival “Abitare la vacanza” tenta oggi un difficile recupero critico di quella memoria attraverso la creazione di un archivio storico. Nell’Archivio Domus, Simona Bordone riscopre l’architetto egiziano Abdel Wahed El-Wakil, allievo di Hassan Fathy, e la sua strenua difesa del modelo vernacolare contro l’omologazione coloniale occidentale. Nelle Letture globali vengono presentati tre testi fondamentali: la monografia di Marco Mulazzani su Andrea Milani (Electa), Mysteries of a Communist Cave di Lytle Shaw (Park Books, 2026) sulla sede del Pcf di Niemeyer, e Ostinazioni (Corraini, 2026), volume curato da Alberto Coretti che scompone il metodo progettuale di Massimo Osti.
Il giacimento reale del Paese è fatto di comunità e memoria: una volta esaurito, nessuna metrica economica potrà rigenerarlo.
La sezione dei Dettagli offre un mosaico di sguardi: Valentina Petrucci intervista Romeo Sozzi, che legge nel San Giuseppe falegname di de La Tour suggestioni vicine a Lucio Fontana; Kaveh Madani, scienziato ambientale incontrato da Mariotti alla “Venice Climate Week”, invita alla moderazione intellettuale e a superare l’occidentalizzazione forzata dei modelli ecologici; Paul Smith racconta la persistenza della luce da nord negli studi d’artista londinesi di Talgarth Road; Francesco Franchi illustra il Crosswalk Accident Chart di Tuzla, dove la segnaletica diventa infografica del trauma; ed Elena Sommariva documenta la scuola partecipata di Pacentro e la ricerca tessile tridimensionale di Isa Glink per Kvadrat. Se Alberto Mingardi ritrova nel Piano meccanico di Vonnegut la profezia dell’intelligenza artificiale contemporanea, Silvana Annicchiarico isola il gesto minimo del tavolo di Gabriel Schroer e Antonio Armano celebra l’isolamento acustico dei serramenti di Cartoceto.
La sezione Criticamente ospita l’affondo di Cristian Minerva sui rischi della digitalizzazione del progetto e sull’abuso retorico del nome di Carlo Scarpa come certificato di conformità. Di contro, Loredana Mascheroni analizza il successo dei “3daysofdesign” di Copenhagen, basato su prossimità e lentezza, mentre Alessandro Benetti presenta l’asilo di Noventa Vicentina dello studio Amaa, radicato nel cemento a vista dello sprawl veneto. Paola Carimati tesse un filo rosso tra le riflessioni femministe di Chiara Alessi, Serena Dandini e Cathy La Torre sui sistemi di controllo del design e sulle storiche appropriazioni del genio femminile. Giovanni Comoglio descrive gli spazi di Rh Milan in corso Venezia, mentre Daniela Brogi riscopre la Milano metacinematografica del regista e architetto Maurizio Nichetti.
Il consueto Contrordine del Direttore Editoriale, Walter Mariotti, propone una disamina severa sul turismo di massa in Italia, ridotto a pura attività estrattiva praticata sui paesaggi. I dati Istat relativi al 2024, con 139,6 milioni di arrivi e 466,2 milioni di presenze, non sono un successo da festeggiare ma un allarme civile. Gli indicatori di Limone sul Garda, con oltre mille presenze per abitante, la densità asfittica di Sorrento e lo spopolamento di Venezia, trasformata in un ecosistema per non residenti, documentano il collasso delle strutture sociali urbane. La proliferazione della microricettività privata riduce lo spazio dell’abitare a mero asset finanziario. Il giacimento reale del Paese è fatto di comunità e memoria: una volta esaurito, nessuna metrica economica potrà rigenerarlo.
Non ci resta che augurarvi una buona estate e una buona lettura.
