Ogni numero di Domus nasce da una meditazione. Questa volta è dichiarata fin dalla copertina: l’architettura è immagine. Non diventa immagine, non si serve dell’immagine, è immagine, nel senso più radicale e scomodo del termine. Ma Ma Yansong, guest editor, non lo dice come una resa. Lo dice come chi ha costruito abbastanza da sapere che ogni edificio nasce già come visione mentale, e che la capacità di comunicare quella forma non è un optional commerciale ma una condizione costitutiva del progetto contemporaneo. La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.
La domanda che attraversa il numero, “un’architettura virale è ancora architettura?”, non trova una risposta unica, né il numero la cerca. La apre su più fronti, la gira, la consegna a voci diverse. Il saggio di apertura affronta il fenomeno wanghong con una densità analitica rara nella stampa di settore: la stazione Liziba di Chongqing, dove i treni passano letteralmente attraverso gli edifici residenziali, è diventata uno dei luoghi più fotografati della Cina non per scelta di un architetto ma per risonanza collettiva spontanea su Xiaohongshu e TikTok. Lo spazio urbano si fa speculazione: chi ottiene like ottiene valore, chi perde la risonanza perde il proprio senso economico. È una forma di urbanistica algoritmica che nessun piano regolatore aveva previsto. Il wanghong è morto, l’articolo lo dichiara senza nostalgia, e già si trasforma nel suo successore. Lunga vita al wanghong.
Risponde, in dialogo implicito, il testo di Joseph Grima e Valentina Ciuffi, fondatori di Alcova, lo spazio espositivo nomade che ogni anno sceglie contenitori architettonici di straordinaria potenza iconica: l’ex Ospedale Militare di Baggio, Villa Bagatti Valsecchi, le serre Pasino. La loro tesi è precisa: l’immagine è il portale. Parla alla psiche, attrae l’occhio, genera il desiderio di presenza. Ma il portale deve aprirsi su qualcosa di sostanziale. L’architettura del contenitore è già il primo messaggio che l’opera manda al mondo, e se quel messaggio è vuoto, nessuna quantità di like potrà colmarlo.
A dare corpo alla domanda nel modo più diretto è la conversazione tra Ma Yansong ed Edi Rama, artista e Primo Ministro dell’Albania da quasi vent’anni. Rama dice una cosa che vale più di molti manifesti: “Non puoi mostrarmi una sola città brutta e prospera”. L’architettura eleva le persone o le deprime. Non è estetica: è politica. Tirana si sta trasformando, con Oma, Snøhetta, Mvrdv, con colori applicati sulle facciate grigie del periodo comunista come atti di resistenza civile, perché qualcuno ha avuto il coraggio di pensare che lo spazio costruito non è decorazione ma infrastruttura morale.
Il numero attraversa diversi progetti. Jonathan Glancey racconta il Grand Egyptian Museum di Heneghan Peng Architects a Giza: vent’anni di cantiere, cinquanta ettari di sito, un edificio che connette museo e deserto attraverso un ventaglio di linee prospettiche allineate alle piramidi di Khufu, Chefren e Micerino. Glancey ha l’onestà di scrivere che il museo completato perde qualcosa dell’eterna magia del progetto di concorso, quella tensione del non-ancora, dell’architettura come promessa. Eppure le folle si riversano già all’interno, ben prima che la metropolitana lo raggiunga. Oma presenta l’ampliamento del New Museum di New York: sette piani che dialogano con l’iconico edificio di Sanaa del 2007, monolitico di giorno e trasparente di notte, rivelando la propria anatomia interna al quartiere di Bowery.
Snøhetta firma la Grand Opera House di Shanghai ispirandosi ai movimenti fluidi del corpo nella danza: il tetto elicoidale è palcoscenico pubblico, piattaforma di osservazione, luogo di raccolta civica, un’architettura che recita prima ancora che si alzi il sipario. David Chipperfield Architects con Arup presenta l’Arena Milano nel quartiere Santa Giulia, sede olimpica invernale 2026, con la sua facciata di tubi di alluminio che scintilla di giorno e di notte si trasforma in schermo Led, rileggendo l’anfiteatro romano alla scala umana del quartiere. James Turrell porta ad Aarhus il suo Skyspace più ambizioso - quaranta metri di diametro, sedici di altezza, un oculo sul cielo che trasforma la percezione del tempo e della luce. “L’architettura tiene il cielo vicino”, scrive Turrell, “così che l’atto stesso di guardare diventi l’opera”. È una definizione di architettura che non ha nulla da spartire con la viralità, e tutto da spartire con la presenza.
Tra le pagine più affascinanti e suggestive del numero c’è la fotografia di Matt Emmett sugli edifici abbandonati: il National Gas Turbine Establishment, le acciaierie di Liegi, il carcere di Reading Gaol. Strutture che stanno scomparendo nell’incuria e nel silenzio, e che attraverso la fotografia ottengono un’ultima possibilità di essere riconosciute. Se l’unico modo per preservare la memoria di un’architettura è l’immagine, scrive Emmett, quell’attività di documentazione vale già qualcosa. Il numero si chiude idealmente con il progetto Mirage di Ma Yansong per la Tour Montparnasse, specchi concavi che avrebbero riflesso la Tour Eiffel capovolta sulla cicatrice di Parigi. Non è stato realizzato, né poteva esserlo: era un atto critico, uno specchio posto davanti alla storia ininterrotta del potere monumentale. A volte l’immagine che conta di più è quella che non si costruisce mai.
Nel Diario curato da Elena Sommariva il numero trova il suo respiro più personale. Mariotti apre con la Biennale Arte 2026 “In Minor Keys”, doppiamente orfana: della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025 a 57 anni, e della scommessa intellettuale che avrebbe potuto essere. Il team che aveva scelto porta a termine il lavoro di un’altra persona; non era il momento della scommessa, ma il tempo del rispetto, con un costo altissimo: la mostra prende la forma di un omaggio, non di una riflessione. L’apparato teorico è solido, ma la mostra che ne risulta è tra le più esili degli ultimi anni. Le opere dialogano sempre per affinità, mai per contrasto. Alla Biennale 2026 si respira, si cammina, ci si riposa. Nessuna scossa. Niente passione. Il dito, il dibattito attorno a Buttafuoco, ha soverchiato la luna. E la luna, questa volta, se lo meritava poco.
La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.
Simona Bordone recupera dall’Archivio il testo di Pierre Restany sulla Biennale del 1968: il parallelo con l’oggi è imbarazzante nella sua precisione. Il peggior nemico dell’artista, scriveva Restany, è il conformismo dei valori stabiliti, l’estetica dogmatica, la sclerosi dei generi tradizionali. Valentina Petrucci incontra Fabrizio Moretti che racconta della Visitazione di Pontormo a Carmignano, in una chiesa appartata, quasi segreta. Il cuore segreto del quadro non sta nell’abbraccio né nei colori acidi e innaturali che hanno reso Pontormo inconfondibile. Sta nell’ancella di sinistra che ci guarda. Il quadro non vuole essere visto: vuole vedere. Mariotti racconta il restauro di Villa Priuli Crisanti in Val Liona, condotto da Romina e Domenica Mimma Raulli nel segno della compatibilità, della reversibilità, della misura.
Come scrisse Cesare Brandi, il restauro non è un atto creativo: è un atto critico. E questa villa è ora di Andrea Crisanti, epidemiologo di fama mondiale che ha scelto di restituire parte del suo successo alla storia. Il Contrordine affronta l’Italia abbandonata: le stazioni chiuse nel 1986, i castelli demaniali, le caserme dismesse. Di chi è questo patrimonio? La risposta, sempre, è la stessa: è dello Stato, è di tutti, perciò di nessuno. Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. La cosa di cui qualcuno si prende concretamente cura.
E allora, come sempre, buona lettura!
