Tadao Andō

“A prima vista la mia architettura sembra esposta, come se avessi cercato di creare quel tipo di spazio astratto che risulta dall’eliminazione di tutti gli elementi funzionali e pratici. In realtà. Non lotto per uno spazio astratto ma per un archetipo dello spazio” (Tadao Ando)

Tadao Ando  Photo Studio Casali – Archivi domus

Immagine in apertura - Photo Studio Casali – Archivi domus

Tadao Ando è uno dei più noti esponenti dell’architettura giapponese del XX secolo, la cui fama ha precocemente travalicato i confini del Paese d’origine grazie a una concezione dell’edificio improntata a una spazialità che evoca il mondo interiore, tipicamente giapponese, mediata però attraverso l’applicazione di tecnologie occidentali, quali quelle del cemento armato a vista e delle grandi superfici in vetro. Governato da una forte componente geometrica, il suo linguaggio progettuale è infatti il riflesso delle esperienze vissute dall’architetto, un’allegoria del suo artefice, riassunta nel motto di Ando:

architecture resembles the architect

Nato a Osaka nel 1941, ha un background di matrice artigianale – da cui proviene un’accurata conoscenza diretta delle caratteristiche di molti materiali da costruzione - che gli deriva dalla frequentazione, fin dagli anni dell’adolescenza, di botteghe vetraie e di falegnamerie nel quartiere di Asahi (dove è cresciuto). Autodidatta, riceve il primo incarico professionale a soli vent’anni, quando si dedica in veste di artigiano al progetto d’interni per un night club. Entra a far parte della Gutai Bijutsu Kyokai (l’Associazione Artistica Gutai), grazie alla quale matura l’interesse per l’arte sperimentale a scapito della pittura tradizionale.

Tra il 1960 e il 1969, Tadao Ando intraprende viaggi di formazione che lo portano in giro per il Giappone (sulle tracce dei templi e delle case da tè di Kyoto, Yokohama e Nahodka), poi a Mosca, in tutte le più importanti capitali europee e, infine, negli Stati Uniti e in Africa. Rientrato nel Paese del Sol Levante, inaugura il proprio studio a Osaka, nel 1969, trasformandolo prima in un luogo d’incontro per giovani architetti e – molti anni dopo – in una fondazione che promuove l’esperienza didattica all’estero.

Gli anni Settanta lo vedono impegnato nella progettazione di numerose abitazioni unifamiliari, tra cui si ricordano la casa Tomishima a Osaka (1973), poi divenuta sede del suo studio di architettura; la casa Sumiyoshi (1976), una piccola residenza a schiera che esprime il desiderio di Tadao Ando di riformare la società attraverso l’architettura, maturata sulla scorta dei disagi legati all’inadeguatezza dell’abitazione della sua infanzia; le case Azuma (1979) e Koshino (1980) a Osaka: Esperienze da cui iniziano a emergere tratti comuni all’intera produzione di Tadao Ando: l’importanza assegnata al muro, pienamente manifestata con successivi progetti a carattere religioso, e il ruolo cruciale del cielo.

Negli anni Ottanta l’architetto firma una serie di complessi che lo portano alla ribalta della scena internazionale: nel 1983, conclude la costruzione dell’insediamento residenziale “Rokko I” (1978-1983), abbarbicato su un terreno scosceso lungo il fianco del monte Rokko da cui si gode il panorama della baia di Osaka, in direzione di Kobe. Per lo stesso luogo disegna non solo i successivi ampliamenti del complesso ma anche, nel 1986, la Cappella dei Venti, a cui fanno seguito quella sull’acqua realizzata a Hokkaido (1988) e la Chiesa della Luce di Osaka. Decisamente singolare la vicenda del complesso Rokko, che Tadao Ando ha continuato ad ampliare - in lotti successivi – per oltre trent’anni e che oggi ricopre quasi interamente il fianco dell’altura. L’intero progetto si basa su una griglia strutturale a maglia quadrata, in cemento armato, che disegna le unità indipendenti di ciascun alloggio e dentro cui ruolo predominante è svolto dalla vegetazione, libera di accerchiare il complesso e reiterata artificialmente nella copertura a verde delle numerosissime terrazze panoramiche disegnate. L’insediamento è poi studiato per favorire le relazioni umane, sul modello dell’Unitè d’Habitation visitata a Marsiglia durante il viaggio in Europa, ma anche sulla scia degli interventi Kingohusene (1957-1960) di Utzon e del complesso terrazzato “Søholm” (1950) di Arne Jacobsen, visto a Copenhagen.

La chiesa sull’acqua (1985-1988) è delimitata da un muro a L in cemento armato lasciato a vista (come la maggior parte delle superfici verticali della chiesa), che la circonda e che indirizza la vista sul lago artificiale a cui è rivolta. L’impianto planimetrico è invece costituito da due quadrati sovrapposti, di cui il minore ospita quattro croci le cui estremità arrivano a sfiorarsi.

Il rapporto con l’acqua è la chiave di lettura di molti altri progetti, tra cui il centro commerciale “Time’s I” (1984), ancorato lungo le banchine del fiume Takase e sagomato a ricordare il profilo di un’imbarcazione. L’anno successivo Tadao Ando riceve il primo premio internazionale, ossia la Medaglia intitolata ad Alvar Aalto che gli viene conferita dall’associazione nazionale degli architetti finlandesi.  

Agli anni Novanta risalgono incarichi prestigiosi quali la progettazione del Museo d’Arte Contemporanea di Naoshima (1988-1992); il tempio sull’acqua di Hompuku-ji a Hyogo (1989-1991), costruito intorno a un bacino idrico artificiale - stagno riservato alla coltura dei fiori di loto - la cui superficie è solcata da una passerella che conduce alla gradinata d’accesso ai locali interni; il Padiglione giapponese all’Expo di Siviglia (1989-1992), che reinterpreta l’architettura tradizionale in legno attraverso le tecnologie contemporanee; la sede della Pulitzer Foundation for Arts a Saint Louis, in Missuri (1991-2001); il Centro Ricerche sulla comunicazione Benetton denominato “Fabrica” (1992-2000), costruito a Treviso intorno a una villa palladiana del XVI secolo – restaurata e sottoposta a interventi per la conservazione - che diventa il fulcro di tutto il nuovo insediamento, interrato per non turbare il bucolico ambiente in cui è inserito; il Modern Art Museum a Forth Worth, in Texas (1997-2002), che ripropone un lago artificiale su cui si specchiano ampie superfici vetrate e l’aggetto del tetto piano in cemento armato, retti da una serie di slanciati pilastri sagomati a Y.

Il tema della casa unifamiliare giapponese, mai abbandonato, torna a essere centrale negli anni Duemila, grazie interventi come la casa 4x4 a Hyogo (2001-2003): una piccola torre in cemento armato affacciata sul Mare Interno che affronta il tema della riduzione al minimo – imposta dalla scarsità di terreno disponibile - degli spazi vitali.

Nel corso della sua carriera Ando ha collaborato spesso con il fratello gemello, Takao Kitayama, un apprezzato developer nel settore di avanguardistici centri commerciali.

Tra le numerose onorificenze ricevute da Tadao Ando, si ricordano il Gran Premio Giapponese d'Arte, nel 1994, e l’anno successivo il premio Pritzker. È stato visiting professor a Yale, Harvard e alla Columbia University (1987-1990).

Attraverso le parole di Masao Furuyama:

L’architettura di Ando unisce la semplicità della forma alla complessità dello spazio, utilizzando materiali piacevoli al tatto Veicola una chiara immagine critica della proposta attraverso forme semplici, favorite dalla geometricità degli spazi. Contiene sempree un’audace proposta di vita o un elemento di critica sociale. […] Ma l’architettura di Ando non è minimalista: è vero che si basa su scatole prive di ornamenti, ma i muri spogli accrescono l’immaginazione e sollecitano l’empatia dell’osservatore proprio perché nudi
Estremi cronologici:
1941–in vita
Ruolo professionale:
architetto, designer

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