Per Ma Yansong l’eredità che lasceremo sarà un’architettura della riparazione

Nell’editoriale di luglio-agosto, il guest editor di Domus 2026 si chiede se il compito dell’architettura non sia quello di riparare il passato, più che conservarlo.

Recentemente, ho partecipato a un simposio in cui è stata avanzata la tesi che, considerate le attuali tendenze demografiche, l’Europa potrebbe non avere più bisogno di costruire nuove abitazioni. Qualcuno ha addirittura sostenuto che certi edifici dovrebbero essere demoliti e che, in futuro, si dovrebbero semplicemente continuare a utilizzare e adattare quelli già esistenti.

È possibile, forse, che la creatività della nostra generazione sia proprio il modo in cui riusciamo a conciliare vecchio e nuovo?

Pantheon, Roma, IT,. 27 Bce. Foto National Gallery of Art, Washington

Sembra abbastanza ragionevole, ma più ci rifletto e più qualcosa non mi quadra. Soprattutto quando penso ai grandi edifici storici: opere straordinarie create dalle generazioni precedenti e tramandate fino ai nostri giorni. Se ci limitiamo a riutilizzare ciò che già esiste, qual è allora l’atto creativo della nostra generazione? Qual è il dono del tutto unico che lasceremo a chi verrà dopo di noi?

Ciò che trascende veramente il tempo non è mai il materiale, bensì la creazione e l’esperienza umana dello spazio, oltre a un lignaggio spirituale ininterrotto.

Esiste una concezione orientale per cui la materia è effimera, ma lo spirito resiste nel tempo. Il Grande Santuario di Ise, in Giappone, resiste da oltre 1.300 anni, pur essendo interamente costruito in legno. Segue un’esclusiva tradizione millenaria che si chiama Shikinen Sengū: ogni 20 anni viene completamente ricostruito. Durante questi interventi, tutto il legname viene sostituito, mentre la forma architettonica, le dimensioni e la configurazione spaziale di ogni singolo elemento vengono riprodotte fedelmente seguendo un rigoroso criterio. Invece di rimanere attaccati alla sostanza materiale decadente, si punta a conservare in tutta la loro autenticità l’ordine spaziale e l’essenza spirituale del santuario.

Rem Koolhaas, Fondazione Prada, Milano, IT, 2018. Foto Bas Princen / Courtesy Fondazione Prada

Trovo questa prospettiva particolarmente interessante. I materiali sono organici: si deteriorano e sono soggetti a cicli di rinnovamento. La cosiddetta eternità è sempre relativa. Ciò che trascende veramente il tempo non è mai il materiale, bensì la creazione e l’esperienza umana dello spazio, oltre a un lignaggio spirituale ininterrotto.

C’è un classico quesito filosofico: la maggior parte delle cellule del corpo umano si rinnova completamente ogni sette anni. Una volta sostituite tutte le cellule, quella persona è ancora la stessa? Credo che la risposta sia sì, perché ciò che definisce una persona non è mai soltanto la sua matericità. Lo stesso vale per l’architettura.

Herzog & de Meuron, Caixa Forum Madrid, Madrid, ES, 2008. Foto © CaixaForum Madrid | Foto: Olga Planas

Soprattutto dopo un disastro o una guerra, ci rendiamo conto che quello che ha davvero bisogno di essere riparato non sono soltanto gli edifici, ma anche la memoria e la speranza. Credo che il modo in cui consideriamo ciò che è antico, obsoleto e storico sia fondamentalmente una questione di valori, ma anche di relazioni dinamiche. Si potrebbe addirittura affermare che la questione essenziale non è mai il passato in sé: quello che conta è il rapporto che vi intratteniamo.

È proprio questa la differenza tra archeologia e antropologia: la prima valorizza la sostanza materiale originaria, quelle opere d’arte e di architettura conservate e restaurate con cura come reperti in un museo, intoccabili, ma in un certo senso ‘morte’. Secondo una prospettiva antropologica, invece, le persone vengono poste al centro. Il criterio per giudicare l’architettura è se serva alla gente e se possa generare nuovi significati. Proprio come il linguaggio, che non può esistere a prescindere dalla vita umana, l’architettura è viva solo quando viene utilizzata dalle persone.

Se ci limitiamo a riutilizzare ciò che già esiste, qual è allora l’atto creativo della nostra generazione?

Quando parliamo di ‘persone’ ci riferiamo a quelle del passato, del presente o del futuro? Ovviamente, a quelle del presente: al rapporto degli esseri umani contemporanei con il mondo, con la storia e con il futuro. È all’interno di questo rapporto che dialoghiamo e ci esprimiamo: è in questo che consiste la creazione.

Doris Salcedo, Shibboleth, Londra, UK, 2007. Foto © Doris Salcedo

Come vengono percepiti oggi gli edifici storici? Per questo numero abbiamo curato un affascinante speciale sui silo. Abbiamo selezionato progetti di riutilizzo adattivo che coinvolgono grandi strutture di stoccaggio dell’era industriale, come quelle per cereali, depositi di petrolio e gasometri. Queste strutture sono state trasformate in musei d’arte, centri culturali, residenze e uffici, assumendo funzioni completamente nuove. L’estetica architettonica originaria dell’era industriale non è il valore centrale: offre piuttosto la base e le condizioni per una nuova estetica contemporanea. Gli edifici non hanno più uno scopo di deposito, anzi vengono trasformati in modo creativo in nuovi spazi per un uso contemporaneo.

Questo è ciò che definiamo ‘riparazione’: non è soltanto resistenza al passare del tempo, ma parte dello scorrere del tempo stesso. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia: è piuttosto un rapporto dinamico tra il nostro essere in continua evoluzione e il mondo esistente. Quando ero giovane, ero particolarmente ansioso e mi capitava spesso di pensare che c’era voluto moltissimo tempo per acquisire anche solo le limitate conoscenze che avevo a portata, mentre il sapere umano non avrebbe fatto altro che aumentare. Anche se avessi trascorso tutta la vita a studiare il passato, non sarei mai riuscito a imparare tutto. La questione mi ha tormentato a lungo.

Ai Weiwei, Dropping a Han Dynasty Urn, Pechino, 1995. Foto © Ai Weiwei Studio / courtesy Ai Weiwei Studio

Ora, grazie all’intelligenza artificiale, abbiamo capito che imparare a porre le domande che ci interessano davvero è molto più importante che padroneggiare la conoscenza. Le nostre scelte sono le nostre creazioni. I nuovi rapporti che instauriamo con il mondo sono il modo in cui la nostra generazione crea.

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