Nel 1937 Charlotte Perriand è in Croazia con Pierre Jeanneret, vede lungo la spiaggia una giostra per bambini e ha un’intuizione: c’è un progetto che le sta a cuore e ha appena capito come migliorarlo. Novant’anni dopo, nel 2026, chi entra alla Triennale di Milano non può fare a meno di notare una sorta di modulo spaziale atterrato sui mosaici dell’ingresso: una specie di barile d’alluminio con oblò che invitano a guardare dentro. Il Refuge Tonneau – rifugio-barile, appunto – è un nodo cruciale nel rapporto di Perriand con la montagna, determinante per la sua storia tanto quanto le sedute presentate con Le Corbusier e Jeanneret nel 1929 o gli interni della Cité Radieuse. A raccontarcelo è la figlia di Charlotte, Pernette Perriand, che con Jacques Barsac da anni cura l’eredità culturale della grande protagonista del design moderno.
Il rifugio di Charlotte Perriand del 1938 che sembrava un’astronave
Geniale negli spazi interni, installabile praticamente ovunque, leggero anche nel concetto: il Refuge Tonneau, progettato insieme a Pierre Jeanneret e all’ingegnere André Tournon, non venne mai realizzato fino ai nostri anni. La figlia Pernette lo racconta a Domus.
Courtesy Cassina
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Foto Omar Sartor. Courtesy Cassina
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- Giovanni Comoglio
- 18 febbraio 2026
“Ha cominciato a fare alpinismo a 18 anni, era pazza della montagna”, ci dice Pernette. “All’epoca dormiva anche à la belle étoile; spesso però si era trovata bloccata dal maltempo senza possibilità di riparo: lassù non c’era niente. O meglio, c’era qualche rifugio, ma erano costruzioni di pietra o cemento. Charlotte, che era un’avant-gardiste, si è messa allora a sviluppare rifugi prefabbricati, da sola o con Pierre Jeanneret. Il punto era che ogni pezzo non doveva pesare più di 40 kg, così da poter essere portato a spalle su per le montagne”.
Charlotte era una donna engagée, voleva condividere l’amore per la montagna con il maggior numero di persone.
Pernette Perriand
È così che nel 1937 arriva il Refuge Bivouac: prefabbricato, leggero, smontabile, ispirato nella sua sezione trapezia alla figura di una scatola da scarpe.
Resta però un inizio. “In Francia all’epoca erano circa 50.000 tra sciatori e alpinisti, e la curva continuava ad aumentare: bisognava creare rifugi per metterli in sicurezza. Questi erano prototipi, da moltiplicare in 20, 30, 40 esemplari da spargere fra le cime”, dice Barsac.
“Charlotte era una donna engagée, voleva condividere l’amore per la montagna con il maggior numero di persone”, aggiunge Pernette, “perché rispetto all’immensità delle Alpi francesi e svizzere 50.000 erano pochi. Era una postura politica: lottava per le innovazioni sociali, desiderava dedicare la propria competenza alla prefabbricazione e all’architettura per il tempo libero, rispondere a un bisogno sociale e sportivo”.
Il Refuge Bivouac può accogliere solo sei persone, e quella forma spigolosa andrebbe ottimizzata nella risposta al vento. È qui che arrivano la giostra sulla spiaggia, l’intuizione e, nel 1938, lo sviluppo di un nuovo concept insieme a Pierre Jeanneret e all’ingegnere André Tournon. Il Refuge Tonneau parte da una struttura metallica semplice: un ombrello di 12 spicchi appeso a un palo centrale, con il dimensionamento della pianta determinato da uno studio attentissimo della disposizione delle cuccette, il massimo numero di posti inscrivibile in un cerchio. Si può arrivare a 18. Il “barile” è alto: nel livello superiore si dispongono le cuccette; in quello d’ingresso uno spazio minimale per sedersi e scaldarsi, e all’occorrenza ricavare altri due posti letto. Tutto è avvolto da pannelli sandwich prefabbricati in alluminio e isolante, alcuni ciechi, altri con oblò. La forma è un prisma dodecagonale, vicinissimo a un cilindro: il vento non è più un problema.
Il Refuge Tonneau non verrà realizzato, almeno non subito: arriva la guerra e tutto si paralizza. Ma le fondamenta del metodo sperimentale di Perriand sono ormai posate e, dal dopoguerra, si svilupperanno pienamente. Charlotte diventa una delle voci più importanti di un approccio moderno al progettare la vita in montagna. “Diceva che prima della guerra c’era stata la sperimentazione, dopo la guerra l’applicazione”, conferma Pernette. “Pensiamo anche a Le Corbusier con Marsiglia, Chandigarh, ovunque: erano applicazioni di esperimenti prebellici. Per Charlotte è stato lo stesso”.
Lo si vede nel vero “work of a lifetime” sviluppato lungo due decenni sulle Alpi francesi: Les Arcs. Tre diversi insediamenti per gli sport invernali (Arc 1600, Arc 1800, Arc 2000) di cui cura urbanistica, architettura e interior, per un volume di accoglienza di circa 30.000 letti. Ritornano temi già avviati prima della guerra: costruzioni lineari a tetto verde inglobate nelle curve di livello dei pendii, e l’idea di prefabbricare intere porzioni di spazio domestico.
Diceva che prima della guerra c’era stata la sperimentazione, dopo la guerra l’applicazione.
Pernette Perriand
“Nel 1937 presenta anche la sua prima stanza da bagno prefabbricata all’Esposizione internazionale”, racconta Perriand, “e dal 1968 le realizza in materiali nuovi, non più alluminio ma poliestere. A Les Arcs arrivavano sui camion: ne installavamo otto ogni giorno dentro le strutture in calcestruzzo degli appartamenti. E ci si rende poco conto della difficoltà che ha affrontato per arrivare a un’architettura e a un design così economici. Per Les Arcs ha creato anche i mobili: pezzi interessanti, non cari, che corrispondevano alle condizioni economiche dell’epoca e che, ancora 50 anni dopo, sono in uso”.
Qui stanno le fondamenta del “metodo Perriand”: attraversare le scale con il pensiero, con oggetti ibridi tra architettura e design come il Refuge Tonneau; radicare ogni progetto nel programma, nella realtà, in una necessità concreta, in un budget. Se guardiamo un’icona come il Fauteuil à dossier basculant, azzarda Barsac, la sua struttura e il cuoio teso sono come guardare il Refuge Bivouac: stesso processo di concezione. Pernette non è del tutto d’accordo: per lei “il lavoro di Charlotte nasce prima di tutto da un bisogno, e poi da un prezzo. È quello che mi ha insegnato: considerare subito cosa posso fare entro un budget preciso”. E soprattutto dal programma: “se parti da un programma sbagliato e non lo cambi, non potrai avere buoni risultati”.
Il Refuge Tonneau verrà poi realizzato: prima in versione “apocrifa”, ispirata, con soluzioni tecniche applicate nella stazione Concordia in Antartide (2002) e nella Mars Society Desert Research Station (2011); poi finalmente costruito da Cassina come Perriand e Jeanneret lo avevano immaginato, nel 2012. Nel 2026 fa tappa olimpica alla Triennale Milano con la mostra White Out di Konstantin Grcic e Marco Sammicheli. Negli ultimi anni Barsac e Pernette Perriand hanno portato alla luce molti progetti inediti di Charlotte: dalla Maison au bord de l’eau, prodotta con Louis Vuitton, agli arredi presentati da Saint Laurent alla Milano Design Week 2025, costruiti anch’essi da Cassina.
Courtesy Saint Laurent
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Un tempo che travalica quello di una vita, anche lunga come quella di Charlotte, così come il tempo del design travalicava le sue ore in studio. “Lavorava con una sola persona; faceva un’enorme quantità di ricerche e schizzi, che poi affidava per mettere a punto le idee. Ma quando rientrava a casa, a pranzo, la sera, continuava a ripensare, a lavorare. Era estremamente esigente. E sì, era sempre lei ad avere l’ultima parola”.