Perché il Mowaa di David Adjaye è ancora rilevante, anche se il museo resta chiuso

Anche senza collezioni e senza pubblico, il campus progettato da Adjaye a Benin City mette già in scena un’idea africana di museo, radicata nei materiali, nel clima e nella storia urbana del luogo.

Le porte del Museum of West African Art (Mowaa), il grande complesso culturale voluto a Benin City, capitale dello stato di Edo, in Nigeria, e firmato dall’architetto britannico David Adjaye, restano chiuse. Eppure, prima ancora di accogliere il pubblico, questo museo racconta già tanto di sé con la sua architettura.  

Concepito come nuova infrastruttura culturale per l’Africa occidentale, il Mowaa traduce in architettura la logica spaziale e le tradizioni costruttive della regione, basate sulla terra cruda. Mira a ricollegare la Nigeria contemporanea al proprio patrimonio materiale e a costruire una piattaforma per la ricerca, la conservazione e la produzione culturale su scala regionale. 

“Lo vedo come un risveglio”, ha dichiarato Adjaye. “Un risveglio delle arti nella psiche nigeriana. L’edificio riattiva l’idea di un modernismo nigeriano capace di tenere insieme tradizione e futuro”.  
Dopo oltre cinque anni di sviluppo, il museo — un investimento multimilionario — è stato occupato da un gruppo di manifestanti locali il 9 novembre 2025, durante un evento di anteprima. 
Mentre gli ospiti stranieri venivano contestati e invitati ad andarsene, l’istituzione ha rinviato a tempo indeterminato la cerimonia di apertura.

Una questione di potere e proprietà

Le contestazioni ancora in corso ruotano attorno al nome e alla governance del museo. I manifestanti chiedono che l’istituzione venga chiamata Benin Royal Museum e posta sotto l’autorità dell’Oba, monarca sacro e guida spirituale del popolo Edo, originario di Benin City e della regione, appunto, di Edo. 

Benin City, antica capitale di questo regno — noto anche come Regno del Benin — fu tra il tredicesimo e il diciannovesimo secolo uno degli stati più influenti dell’Africa occidentale, celebre per la complessità della sua organizzazione politica e per l’altissimo livello della sua produzione artistica. Oggi il suo nome è legato soprattutto ai Bronzi del Benin, saccheggiati dalle truppe britanniche durante la spedizione coloniale del 1897, che li ha dispersi in istituzioni come il British Museum e l’Humboldt Forum di Berlino.  

Volevamo mostrare che le storie africane possono essere raccontate alle nostre condizioni

Ore Disu, direttore del Mowaa Institute

Annunciato nel 2020, il Mowaa era stato pensato anche come futura sede per i bronzi restituiti dai saccheggi coloniali. Le dispute sulla proprietà, però, hanno finora impedito il rientro delle opere in Nigeria.

Nato originariamente con il nome di Edo Museum of West African Art, il progetto prevedeva laboratori di conservazione e la costruzione di strutture di deposito adeguate a custodire opere restituite e reperti archeologici. Nel 2023 il governo nigeriano ha riconosciuto formalmente i bronzi come proprietà dell’Oba, e quindi del monarca e non dello Stato. Le tensioni sono cresciute ulteriormente quando il governo dello Stato di Edo ha revocato il terreno su cui il museo era stato costruito.

In assenza delle opere simbolo, l’istituzione ha ridefinito il proprio profilo come piattaforma più ampia dedicata all’arte storica e contemporanea dell’Africa occidentale, alla ricerca e all’educazione.

In un comunicato del 15 novembre 2025, con cui annunciava il rinvio dell’apertura al pubblico e il posticipo della mostra principale “Nigeria Imaginary: Homecoming” — presentata per la prima volta nel Padiglione nigeriano alla Biennale di Venezia 2024 — il museo parlava di “incomprensioni sulla visione e sul ruolo del Mowaa nel panorama culturale di Benin City”. La dichiarazione ribadiva l’impegno a lungo termine a “ispirare e sostenere la nuova generazione di creativi, artisti e cultural thought leaders a Benin City, in Nigeria e in tutta l’Africa occidentale”. 

Ore Disu, direttore del Mowaa, sottolineava anche la volontà di rafforzare il rapporto con il territorio: “Negli ultimi quattro anni abbiamo lavorato per fondare delle pratiche inclusive che beneficeranno le città, le scuole, le università e le famiglie del territorio”. E poi: “Vogliamo approfondire e migliorare questo percorso, mentre ci prepariamo ad accogliere il pubblico”.

Un campus che riscrive il modernismo dell’Africa Occidentale

In assenza di una data di apertura, rimane solo l’architettura a dichiarare tangibilmente le ambizioni del Mowaa: un edificio che non si forma intorno a un unico volume ma è un vero e proprio campus. 

Sei ettari ricoperti di diversi edifici reinterpretano le costruzioni vernacolari dell’Africa Occidentale ma con tecniche costruttive contemporanee. Il disegno si ispira all’organizzazione spaziale storica di Benin City e al sistema di fortificazioni che la circondava: integra giardini, gallerie sopraelevate, spazi performativi, studi per artisti,  aree pubbliche, e il Mowaa Institute, lo spazio del museo dedicato alla ricerca.

Museo d'Arte dell'Africa Occidentale (MOWAA) © Marco Cappelletti  Marco Cappelletti Studio

 


L’apertura rinviata avrebbe dovuto inaugurare proprio il Mowaa Institute: un edificio monopiano di 4.500 metri quadrati, realizzato in gran parte con terra battuta di provenienza locale e copertura in calcestruzzo gettato in opera. La terra funziona come regolatore termico naturale, riducendo il ricorso agli impianti e legando l’edificio al suolo da cui proviene.

“Si tratta di strutture in calcestruzzo a basse emissioni”, spiega Adjaye “che richiamano le Mura di Benin, celebri prima di essere distrutte dai britannici nel 1897. Volevo tornare all’idea dei muri in terra battuta che un tempo circondavano la città”, conclude. 

Concepito come una scatola nella scatola, l’edificio permette di guardare al suo interno da tutto il perimetro dell’edificio. Ospita depositi sicuri per opere trafugate e restituite, laboratori di ricerca archeologica, un centro visitatori per il coinvolgimento locale e uffici amministrativi: funzioni che altrove finirebbero in edifici anonimi e invisibili, simili a magazzini.

Lo vedo come un risveglio. Un risveglio delle arti nella psiche nigeriana.

David Adjaye, architetto del Mowaa

“Quello che faccio è lavorare sulle tecniche costruttive e sui materiali dell’architettura nigeriana tradizionale per applicarle alle tipologie architettoniche contemporanee”, continua Adjaye. “Quello che avrebbe potuto essere un capannone in lamiera e acciaio è invece una struttura a basse emissioni, protetta dai raggi UV, isolata in massa dalla terra prelevata in sito. L’impronta di carbonio è quasi nulla, ma l’edificio mantiene standard tecnologici avanzati.” 

Anche senza mostre, dunque, l’architettura del Mowaa esplicita la propria missione: dimostrare che anche le infrastrutture pensate per raccontare la Nigeria a livello internazionale, quelle per la conservazione, la ricerca e l’esposizione, possono essere concepite, costruite e firmate localmente — non replicando i modelli architettonici occidentali, ma esprimendo in modo “contemporaneo” le tradizioni costruttive africane. 

“Volevamo mostrare che le storie africane possono essere raccontate alle nostre condizioni”, conclude Disu. “Questo museo è un dono per le persone nere e africane ovunque, per l’oggi e per le generazioni future. Nutriamo un profondo rispetto per il monarca e per il popolo di Benin City”.  

Tutte le immagini: Museum of West African Art (MOWAA) © Marco Cappelletti / Marco Cappelletti Studio

Ultimi articoli di Architettura

Altri articoli di Domus

China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram