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Non vi piace la torre JPMorgan Chase di Foster? Probabilmente non l’avete capita

Ampiamente criticato come nostalgico e fuori scala, il 270 Park è in realtà una radicale reinvenzione del grattacielo: una mega-struttura che condensa la storia di Manhattan mentre dichiara una nuova era della densità.

Gli edifici alti possono essere monumenti urbani. Con i suoi 423 metri di altezza, il 270 Park — la torre di JPMorgan Chase inaugurata alla fine del 2025 — è un’aggregazione di volumi stretti, simili a monoliti, disposti secondo una composizione a gradoni. Il nuovo grattacielo di New York non è soltanto un monumento alla città — il suo profilo, che ridisegna lo skyline di Manhattan, lo dichiara apertamente — ma è anche una microstoria dell’architettura.

© Chuck Choi

La torre di Foster & Partners non è stata compresa per ciò che è. Alte controventature triangolari ancorano l’edificio al suolo, liberando al piano terra una quantità massima di spazio pubblico fino a 24 metri di altezza. Per ottenere questo risultato, Foster guarda a due esempi iconici e sceglie di non occupare interamente il lotto: la lobby sopraelevata della Lever House di Gordon Bunshaft e il podio del Seagram Building di Mies van der Rohe. Tutti e tre avevano capito che un monumento ha bisogno di uno spazio arretrato rispetto alla città per poter essere contemplato. In questo caso si tratta addirittura di un intero isolato — un’occasione rara a New York.

La forma di Foster condensa letteralmente la città, impilandola verticalmente e orizzontalmente.

L’edificio, arretrato rispetto alla strada, emerge così come un gioiello. La lobby di questa monumentale aggiunta a Midtown è una soglia verso la griglia urbana e funziona come uno spazio multifunzionale che introduce alla città verticale sovrastante. Da sola, ha la scala di un piccolo museo. Questa analogia è suggerita dalla grande scalinata in marmo bianco che ne occupa il centro. Se nei musei la scalinata conduce verso una facciata neoclassica, qui è affiancata da due monumentali dipinti astratti del pittore tedesco Gerhard Richter e conduce non a nuove gallerie, ma ai nuclei degli ascensori. 

© Nigel Young / Foster + Partners

Tutt’intorno, gli spazi di incontro funzionano come vere e proprie aree pubbliche, come accadrebbe in un museo. Ma invece di separare il museo dalla città, il 270 Park lo reinserisce come introduzione necessaria alla città che si estende oltre e sopra. Se il museo nasce dal palazzo, la lobby del 270 Park rielabora la tipologia museale per metterla al servizio del grattacielo.

Il riferimento al museo è uno degli indizi della volontà di Foster di apprendere dalla storia dell’architettura. Le citazioni sono colte ma anche operative. La lobby, oltre a ribadire che — a differenza del museo — l’invenzione assoluta del grattacielo è la forma, richiama anche il modello del campus aziendale e della megastruttura. La JPMorgan Chase Tower è infatti un nuovo campus verticale, una mega-torre che sostiene, contro molte tendenze architettoniche, ideologiche e culturali del post-pandemia, che la risposta sia ancora una volta la densità.

© Chuck Choi

Le controventature triangolari evocano esempi precisi del brutalismo postbellico applicato ai campus aziendali. All’epoca, queste megastrutture — studiate anche da figure come Paul Rudolph — proponevano una città densificata come alternativa alla dispersione suburbana. 

© Chuck Choi

Può sembrare paradossale citare la megastruttura brutalista degli anni Settanta come antecedente del 270 Park, in una Manhattan già satura di torri. Ma è proprio in questo contesto che il progetto acquista forza. Come il Met Life Building — collegato a Grand Central — aveva rielaborato la tipologia dell’isolato urbano dopo il Flatiron, così il 270 Park si innesta su questa genealogia per proporre una forma accelerata e intensificata di densità. 

Il nuovo grattacielo di New York non è soltanto un monumento alla città, ma è anche una microstoria dell’architettura.

Non è il primo edificio a interrogare la storicità della griglia newyorkese in rapporto al futuro del grattacielo: anche il De Rotterdam di Rem Koolhaas si muoveva in questa direzione. Ma senza la densità reale di Manhattan, quell’operazione non poteva raggiungere l’effetto che qui si compie. La forma di Foster condensa letteralmente la città, impilandola verticalmente e orizzontalmente.

© Foster + Partners

Per molti versi il nuovo grattacielo può apparire come un monumento alla città del passato — ed è forse questa la ragione del suo rifiuto superficiale nel dibattito giornalistico. Troppo nostalgico, troppo ambizioso, fuori scala rispetto alla sensibilità contemporanea. 

© Nigel Young / Foster + Partners

Eppure il modo in cui Foster rielabora i riferimenti storici suggerisce un nuovo tipo di monumento. Come scriveva Alois Riegl, il monumento è «una creazione umana eretta con lo scopo specifico di mantenere vivi nella memoria delle generazioni future determinati atti o eventi». Il 270 Park compie esattamente questo gesto nei confronti dell’architettura di Park Avenue, evocando anche le cuspidi iconiche dell’Empire State Building e del Chrysler.

Ma fa di più: la mega-torre cambia la città e dichiara storica la sua densità attuale. Il 270 Park riconosce che, nella storia del grattacielo, doveva emergere una nuova forma sintetica capace di condensare la complessità senza precedenti della metropoli contemporanea. È una mega-architettura, un nuovo tipo di monumento che è al tempo stesso soglia verso il futuro della città. Per la prima volta, l’architettura è simultaneamente passato e futuro.

Immagine di apertura: © Nigel Young / Foster + Partners

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