C’è una grande cattedrale che guarda il mare nella campagna di Augusta, in provincia di Siracusa, sulla costa orientale della Sicilia. È circondata da ettari di terreno incolto: rovi, piante spontanee, alcune palme e un boschetto di eucalipti vanno attraversati oggi per raggiungerla. La sua altezza supera di molto quella degli alberi e degli edifici vicini. Non si mimetizza ma svetta in un impeto verticale incoraggiato da quindici telai in cemento armato. L’ha esplorata per Domus il fotografo Marco Menghi che si è imbattuto in “un luogo unico al mondo”.
L’edificio, in tutto il mondo, è l’unico della sua tipologia costruito totalmente in cemento armato, nonché una testimonianza preziosissima del periodo bellico e un vero e proprio reperto di archeologia industriale.
L’hangar di Augusta ha più di cento anni. Fu costruito dal 1917 su disposizione della Regia Marina, l’arma navale del Regno d’Italia, come aeroscalo per i dirigibili incaricati, durante la prima guerra mondiale, di difendere la zona dagli U-Boot, i sommergibili tedeschi. In realtà, la costruzione venne completata a conflitto concluso, nel 1920, ma continuò a ospitare dirigibili destinati ad attività di addestramento e ricognizione. Nel 1925 l’hangar cambiò funzione, diventando un idroscalo sotto il controllo della Regia Aeronautica. In seguito si susseguirono diverse destinazioni militari, fino alla definitiva dismissione nel 1958.
Oggi, all’interno e intorno all’edificio, nulla si muove se non le lucertole e la polvere, illuminata dalla luce del sole che filtra dalle aperture laterali e dalla grande porta, quasi del tutto chiusa. Nessuno fa rumore, eppure basta un passo o il battito d’ali di un uccello perché il suono echeggi nello spazio enorme e vuoto. L’edificio è inattivo e inagibile, ma i residenti sanno vedere in quello spazio infinito un futuro possibile, immaginando un luogo aperto e accessibile, e non l’ennesima occasione mancata di riscrivere il destino di un’architettura abbandonata o incompiuta, una trama purtroppo ricorrente nelle dinamiche dell’isola.
L’edificio
In pochi avranno contezza di quanti siano 12 mila metri cubi; l’hangar può ospitare un dirigibile di quelle enormi dimensioni. Costruire una struttura di questa portata è una sfida anche oggi ed è stata la più grande della carriera di Antonio Garboli, ingegnere laureato al Politecnico di Milano nel 1906, costruttore protagonista anche a Littoria, l’odierna Latina. Garboli lavorò parecchio per Mussolini.
L’edificio, in tutto il mondo, è l’unico della sua tipologia costruito totalmente in cemento armato, nonché una testimonianza preziosissima del periodo bellico e un vero e proprio reperto di archeologia industriale. La struttura è sorprendente, sia in termini di dimensioni (105,5 metri per 45,5 e 37 metri di altezza), sia per le soluzioni ingegneristiche. Le lunghe pareti e la grande volta a botte, nonostante l’abbandono, non risultarono danneggiate nemmeno dopo il terremoto che nel 1990 colpì l’area, tanto che un team di esperti dalle facoltà di architettura e ingegneria dell’università giapponese di Nagoya si recò ad Augusta per studiarne le tecniche costruttive.
Lo spessore ridotto della copertura in calcestruzzo, dieci centimetri, avrebbe consentito di ricostruirla in tempi rapidi, in caso di esplosioni e i “buchi” lasciati aperti nella struttura avrebbero fatto disperdere l’idrogeno dei dirigibili in caso di incidenti. Una gigantesca porta in metallo, oggi coperta di ruggine, si azionava a motore e si apriva e chiudeva a soffietto, piegandosi su se stessa. Sopra di essa una forma gentile è intatta e risolve la facciata allacciandosi alla struttura dei telai che collegano l’edificio al suolo. In effetti c’è una certa grecità nella forma dell’hangar che - in questo “timpano”, negli elementi ordinatamente ripetuti e nella simmetria - riecheggia l’archetipo del tempio classico.
La sua altezza supera di molto quella degli alberi e degli edifici vicini. Non si mimetizza ma svetta in un impeto verticale incoraggiato da quindici telai in cemento armato.
Un futuro possibile
Nato per esigenze belliche e legato, per tutta la durata della sua attività, a operazioni militari, l’hangar di Augusta oggi si presenta, più che come fantasma inquietante di una parentesi tragica e in parte rimossa, come uno spazio affascinante che seduce con una bellezza brutale. Dal 2002 l’associazione Hangar Team Augusta si è attivata, come organo volontario, per il recupero e la rigenerazione dell’edificio e dei sei ettari di parco che lo circondano e ha gestito il sito tra il 2006 e il 2012 tramite una convenzione con il Comune. Oggi l’area è chiusa per ragioni di sicurezza, ma la fondazione Le vie dei tesori ha ottenuto di tornarci e di organizzarci dei tour guidati: “L’apertura dell’hangar fa parte di un accordo triennale con il Demanio in cui Le Vie dei Tesori sono impegnate a valorizzare per tre anni i luoghi che hanno un interesse storico e culturale, per coinvolgere le comunità e attrarre anche investimenti futuri” ha detto Laura Anello, presidente della fondazione.
Per il futuro del sito unico al mondo le associazioni e i cittadini sognano un parco aperto e fruibile. La strada sembra ancora lunga sia per ragioni legate a una burocrazia infinita sia per mancanza di fondi, ma l’obiettivo - come espresso dall’Hangar Team - sembra chiaro: “una grande area a disposizione della cittadinanza nella quale sarà possibile realizzare eventi di varia natura sia in uno spazio chiuso di dimensioni inusitate (l’hangar per dirigibili appunto) che in spazi aperti immersi nel verde (l’area parco) o a stretto contatto col mare (nell’area ex-idroscalo) avendo come cornice i forti Garcia e Vittoria e, sullo sfondo, la città.”
