Tante volte il grande designer Konstantin Grcic ha passato del tempo conversando con Domus, è un rapporto continuativo che sta ormai attraversando il suo quarto decennio. Stavolta siamo a Milano, in Triennale, seduti davanti a una delle grandi finestre aperte sul parco e sui bagnanti di De Chirico, e appeso di fronte a noi c’è un oggetto molto preciso, che avrà un ruolo rilevante in questa storia.
Siamo dentro una nuova mostra dedicata allo sport che Grcic cura dopo quella di Parigi: si tratta di “White Out”, una riflessione sugli sport invernali, pensata con Marco Sammicheli per essere design-focused, ma capace di coinvolgere un pubblico ampio.
I tanti oggetti selezionati per raccontare presente e futuro degli sport invernali – sci, tute ed equipaggiamenti, certo, ma anche dispositivi per il soccorso, progetti di strutture fisse e mobili, come il Refuge Tonneau di Charlotte Perriand e Pierre Jeanneret – raccontano uno dei fronti su cui il design ha fatto in assoluto di più per spingere in avanti i confini del possibile.
“Una parte molto importante della mostra è il primissimo segmento, Skins, che riguarda l’essere umano e il primo strato di protezione, l’essere là fuori in queste condizioni estreme: penso che sia da qui che inizi la storia del design negli sport invernali”. Avrebbe voluto l’equipaggiamento effettivamente utilizzato in gara da Federica Brignone, ma ne ha potuto mostrare solo un esemplare nuovo. La tuta Prada del saltatore Ryōyū Kobayashi e quella dell’hockeista Erik Salomonsson sono invece visibilmente vissute, con tutti i segni e i graffi del caso. Oltre il prodotto commerciabile ci sono poi territori diversi dove il design è cruciale: per Grcic si tratta soprattutto del mondo infrastrutturale.
Ma a portarci sul ponte che collega due mondi apparentemente distantissimi è di nuovo un oggetto, quello appeso davanti a noi da inizio intervista: è uno skeleton, il microslittino su cui gli atleti si lanciano faccia in giù a oltre 150 km/h per semitubi di ghiaccio. In realtà, è l’oggetto preferito di Grcic tra quelli in mostra, così grezzo e apparentemente “undesigned”, anonimo e ricoperto di nastro adesivo. Concentra però una densità altissima di ciò che il design oggi può essere veramente: “È progettato in modo da fare esattamente tutto ciò che deve fare, e niente di più. È una piastra d’acciaio, dà stabilità alla persona, ha due maniglie per spingerlo, e basta. Queste cose sono molto vicine a dei prototipi, (ma) anche il design più commerciale può adattarsi o imparare qualcosa da questa natura più grezza in cui le cose si possono presentare”. E per quanto le nuove tecnologie come il 3d printing possano produrre esse stesse un’estetica, il sentimento finirà sempre per prevalere: “Io continuo ad amare queste cose che sono così grezze e ‘sbagliate’”.
Quindi, a partire dal mondo dei winter sports, par di capire che sia ancora il prodotto ciò che è capace di cambiare i modi in cui viviamo. Si tratta però di un’evoluzione, ci dice Grcic; una questione di scambio reciproco, quasi negoziato, tra pratiche, mercati e industria: “Gli atleti e l’evoluzione dinamica dello sport rendono necessario ripensare, ri-ingegnerizzare, reinventare le cose, ogni anno, ogni due anni, e così via. Una progressione continua”. Ma è sulla scala dell’infrastruttura che torniamo, sulle piste come in città: “Molte cose nel quotidiano – strade, semafori – le diamo per scontate. Ma dietro hanno un engineering design molto precisi, non solo il design dell’oggetto semaforo, ma anche la temporizzazione dei semafori. Per esempio, Copenaghen ha cambiato la temporizzazione dei suoi semafori in base alla velocità dei ciclisti. È una decisione di design, che può avere grandi implicazioni sul traffico della città; più persone userebbero la bicicletta”.
Anche l’industria si trova a seguire: “Certo, sono tutti interessati a vendere i loro prodotti e a guadagnare. Ma penso che siano abbastanza intelligenti da sapere che, se non diventano davvero più smart e si assumono questa altra parte di responsabilità, si auto-escluderanno dal mercato; i resort di sport invernali, altro esempio, sono necessari solo finché vengono riconosciuti come accettabili e sostenibili”.
I designer sono un fattore di processo molto importante: mediano tra tutte quelle persone che sanno analizzare un problema e quelle che sanno costruire qualcosa. Hanno gli strumenti, hanno un posto.
Tra il “guscio” plasmato dal marketing e il “nocciolo” terra degli ingegneri, è in una terra di mezzo molto ampia che il design trova il suo posto, che i designer trovano oggi il loro ruolo: “Il design è quella disciplina che si colloca all’interfaccia tra il problema e i fatti, il contenuto, la scienza, le soluzioni realizzabili che si trasformano in implementazione”, ci dice Grcic. Quindi, che si tratti dei semafori a Copenaghen o del design di un cannone da neve o di una seggiovia in montagna, penso che i designer siano un fattore molto importante nell’intero sviluppo; mediano tra tutte quelle persone che possono analizzare un problema e quelle che possono costruire qualcosa. Hanno gli strumenti, hanno un posto”. La loro terra oggi è più quella della concettualizzazione e della pianificazione dei processi, che poi si traducono in forme.
Va bene, Grcic, ma in fin dei conti vogliamo dire che i designer hanno effettivamente un qualche potere? “Sì. E questo potere sta crescendo. Da quando ho iniziato a oggi, il mio potere si è moltiplicato, non perché ora sia più anziano, più esperto o abbia una fama: la responsabilità, il profilo professionale si sono enormemente ampliati. I designer sono, prima di tutto, pensatori, e il loro potere è cresciuto man mano che il processo di design è stato integrato in molti processi fin dall’inizio: sediamo al tavolo dei decisori fin dall’inizio”.
Con la Milano Design Week in arrivo, non sarò un produttore o un espositore nel senso classico. Voglio contribuire, far sì che il mio prodotto diventi parte di altre attività. Si tratta di essere una presenza, ed è quello che amo.
Lui stesso traduce nella sua pratica attuale questa ibridazione tra processo e prodotto – col suo nuovo brand 25Kg lancerà un progetto alla prossima Design Week milanese, ma più che una presentazione vorrebbe una presenza, una partecipazione a tante attività diverse – con l’aggiunta che questa nuova fase, dice, lo ha riportato in parte là da dove per lui tutto era cominciato, verso “il contatto diretto con tutto ciò che serve per produrre qualcosa di valore”, soprattutto ora che può produrre personalmente i suoi oggetti e al contempo essere coinvolto nei processi decisionali e strategici di alcuni clienti. Certo: “I tempi sono estremamente difficili ora – basta pensare che parliamo di sport invernali nell’epoca del cambiamento climatico – ma sono ancora un appassionato di cose, non sto abbandonando il design!”
È diventato più un lavoro di domande da porre: chi ha bisogno di un nuovo prodotto, prima di tutto? Poi, come lo si può disegnare in modo che costituisca un passo avanti rispetto a ciò che l’ha preceduto, più sostenibile, più radicato nella realtà. “Sento che questo non è il momento di creare grandi ‘effetti wow’. Il buon lavoro sta nel dettaglio, nella piccola scala” – attenzione: solo un anno fa abbiamo fatto una conversazione molto simile anche con Sabine Marcelis – “forse in una scala regionale, dove parli direttamente con le persone, dove accedi immediatamente al problema, e non a una qualche idea astratta di problema. Sento che il mondo, il mondo quello buono, sta tornando a questo”. Non è più il tempo di certe idee nostalgiche di futuro – e nel dirlo ci indica la foto di Leo Gasperl col suo grosso guscio aerodinamico con cui si tentavano record sugli sci negli anni ’30. Non è più il tempo di certe idee nostalgiche di futuro – e nel dirlo ci indica la foto di Leo Gasperl col suo grosso guscio aerodinamico con si tentavano record sugli sci negli anni ’30.
I tempi sono estremamente difficili ora (…) ma sono ancora un appassionato delle cose, non sto abbandonando il design!
Fatto sta, restiamo comunque invasi, circondati dagli oggetti: in fin dei conti è sostenibile continuare a pensarne di nuovi? “Ci sono troppi oggetti”, conferma Grcic, “ma già 50 anni fa avrei detto che c’erano troppe cose. E la risposta non è ‘fermiamo tutto’. Come designer, posso mettere in discussione o persino rifiutare certi progetti. E lo faccio. L’impatto può essere piccolo, ma almeno non supporto certi processi. Le cose, comunque, fanno parte della cultura, dell’umanità; dobbiamo essere molto attenti, intelligenti, ingegnosi al riguardo, anche perchè è una discussione difficile: non possiamo definire in modo assoluto le cose che vale la pena produrre. Ci possono essere cose che sono buone per qualcun altro”.
Ma alla fine, Konstantin Grcic si è anche divertito a progettare anche l’allestimento di questa mostra?
“Sì”.
- Mostra:
- White Out The Future of Winter Sports
- Curata da:
- Konstantin Grcic e Marco Sammicheli
- Dove:
- Triennale Milano, Milano, Italia
- Date:
- Fino al 15 marzo 2026
Immagine di apertura: Konstantin Grcic, 2025. Foto Markus Jans
