Milano Design Week

Salone del Mobile e Fuorisalone 2026


Come evitare la Design Week delle code: dove andare te lo diciamo noi

L’hotel segreto di Gio Ponti, un teatro medievale e le installazioni dove finalmente non c’è traccia di AI fatta male: questi sono i posti dove andare alla Milano Design Week se anche secondo voi, nel 2026, avere la Fomo è passato di moda.

Gira l’angolo, si infila tra le vie, è scomposta e si muove piano: la coda di fronte all’ex Ospedale di Baggio, dove quest’anno ha sede Alcova, è come un serpente. Comincia alle dieci del mattino e non lascia scampo. Puoi registrarti, prenotare, correre: a nessuno importa.

In centro la situazione quasi peggiora. A Cairoli c’è la “biblioteca” dalle luci soffuse di Jil Sander, pensata per numeri piccolissimi ed esaurita da almeno due settimane prima del Fuorisalone. Per non parlare di Prada Frames, che ormai da due anni sceglie il formato dei talk curati da Formafantasma in spazi minuscoli: prima era su un treno di Gio Ponti, ora è dentro un chiostro. Ovviamente anche questo è sold out.

Le code della Design Week. Foto Guido Rizzuti

Insomma, le code sono ormai una costante del Fuorisalone e del paesaggio urbano in generale, ma la domanda che ci poniamo oggi è un’altra: ne vale davvero la pena? Probabilmente no. E anche se fare la coda, dopo anni in cui la Design Week la vediamo passare e sparire, a un certo punto è una scelta, noi vogliamo segnalarvi strade alternative.

Le code sono ormai una costante del Fuorisalone: la vera domanda è se ne valga ancora la pena.

Quindi, è possibile godersi davvero la Design Week senza rimanere intrappolati in questi grandi serpenti? Secondo noi sì, e vi spieghiamo come. 

Non sei riuscito a salire sulla Torre Velasca? Ci sono altri capolavori modernisti dove non ci sono code

Ne abbiamo parlato noi e l’hanno fatto tutti: la misteriosa sala da tè sulla Torre Velasca ha chiuso martedì e nessuno è riuscito ad entrare. Lo stesso è valso per Villa Pestarini, una delle due sedi di Alcova, che è andata sold out ben due volte. Niente Bbpr e niente Franco Albini, perciò, per i mortali questo weekend. Ma fortunatamente non sono gli unici posti per gli amanti dell’architettura del ‘900.

The Mua Mua Hotel di Tom Dixon. Foto Alberto Dibiase

Il duo di designer 6:AM occupa da due anni delle piscine milanesi e quest’anno tocca alla Romano, con un’installazione ancora più riuscita di quella nella Cozzi dell’anno scorso. In via Ampère 24, zona Città Studi, la piscina pubblica progettata da Luigi Secchi faceva da sfondo ai riti balneari degli anni Trenta. Il senso è: come accedere a un quadro di De Chirico senza perdere tempo in code inutili. 

Il designer inglese Tom Dixon, invece, ha scelto, per la sua riproduzione di un micro-hotel con letti e arredi pazzeschi, un edificio del 1929 realizzato dallo studio tecnico di Gio Ponti. Nessuno lo sa, forse solo noi e lui. E quindi è decisamente un posto poco affollato. 

Le code della Design Week. Foto Alberto Dibiase

Non è un capolavoro, almeno non nel senso tradizionale del termine, ma in via Padova c’è una fabbrica degli anni Cinquanta che fino a qualche anno fa produceva cuscinetti per auto e che oggi ospita Deoron, una piattaforma indipendente di design che ha messo insieme una fiera decisamente interessante e underground. La location è incredibile ed è nel quartiere destinato a ridefinire il design a Milano: Nolo, altro che Brera.

Se poi vi piacciono i grandi classici c’è Nilufar, la galleria di design collectible fondata da Nina Yashar, è una garanzia. In entrambe le sue sedi presenta pezzi d’arredo incredibili all’interno di un sistema curatoriale intelligente e mai banale. Quest’anno nella sede Depot, quella in via Lancetti ispirata al Teatro alla Scala, l’idea è quella di riprodurre un hotel, mentre nella sede storica, quella in via della Spiga, aspettatevi una “casa magica”.

6:AM alla Piscina Romano. Foto Guido Rizzuti

Ok Villa Necchi Campiglio, ma hai mai sentito suonare un organo dell’Ottocento? I palazzi più belli senza fila

Quello che vorrebbero dire tutti i vecchi milanesi ai nuovi milanesi è: Villa Necchi Campiglio è bellissima, ma è sempre aperta. È un bene del Fai, e ormai l’abbiamo vista in tutte le salse. Ne esisteranno pure altri di posti in grado di riportarci in quella stessa dimensione di sospensione, tranquilla e ferma nel tempo.

Il primo di questi luoghi è vicinissimo alla villa di Portaluppi ed è l’Istituto dei Ciechi, un’istituzione milanesissima, proprio da insider, quelle dove si va in gita alle medie. Qui si fa musica e si fa per le persone non vedenti. È giusto dietro l’angolo del Conservatorio di Milano e ha una sala dell’organo che ha dell’incredibile. Lo studio di design Dotdotdot con Geely Auto ha restaurato il suo organo ottocentesco e, in occasione del Fuorisalone, lo fa suonare per 4 minuti con una partitura che cambia in base a chi e a come entra nello spazio. C’è poca fila e vale anche la pena solo per entrarci per la prima volta.

Dotdotdot x Geely all'Istituto dei Ciechi. Foto Guido Rizzuti

Un’altra istituzione milanese imperdibile che ha aperto durante questa Design Week è il Teatro Arsenale, prima chiesa medievale, poi centro per spettacoli con una scuola per attori. Anche qui giace un’installazione che punta tutto sulla percezione e sul colore: Estúdio Campana presenta Floralis, una collezione di tappeti disegnata per Art de Vivre. Ii tappeti sembrano attori, sospesi sul palco buio e sotto le luci del teatro. Qualcuno direbbe anche che li ha visti muoversi.

l McDonald's ti fa tornare bambino ma, se c'è troppa fila, c'è anche questa giostra

Nel Tortona Design District quest’anno c’è una coda lunghissima ed è quella che ti porta in una sala di palline gigantesca e identica a quella dei vecchi McDonald’s degli anni 2000. Ovviamente a riprodurla in grande scala è stata proprio McDonald’s insieme al curatore Nicolas Ballario, che ci ha abbinato due quadri, uno di Damien Hirst e l’altro del duo di artisti contemporanei Vedovamazzei. Questo è un luogo dove senza dubbio si torna bambini, ma ce n’è un altro che non ti obbliga a fare una fila di più di mezz’ora ed è la giostra disegnata dall’artista e chef newyorkese Laila Gohar in via Palestro.

La giostra di Arket al Giardino delle Arti. Foto Guido Rizzuti

Situata appunto tra i Giardini di Porta Venezia e quelli di Palestro, questa giostra, realizzata in collaborazione con Arket per il lancio della prima collezione prêt-à-porter dell’artista, prende come punto di partenza una giostra storica proveniente da Wiesbaden, in Germania, risalente alla fine del XVIII secolo. Un oggetto raro, sopravvissuto come testimonianza di una tradizione artigianale ormai quasi scomparsa, su cui Gohar interviene con un gesto tanto semplice quanto efficace: sostituire i cavalli con frutta e verdura sovradimensionate.

È un esempio di installazione artistica sempre più raro nello spazio urbano contemporaneo, specialmente durante il Fuorisalone: è davvero inclusiva senza essere semplificata, coinvolge bambini e adulti senza banalizzare i contenuti. Insomma, non vi prende per stupidi.

Le code della Design Week. Foto Alberto Dibiase

Le code che valgono la pena

Resta il fatto che, se non avete intenzione di correre da una parte all’altra della città, ci sono alcune cose che vale la pena vedere, anche se c’è da fare file mediamente lunghe. Una di queste è l’intervento di Snøhetta con Usm alla Fondazione Luigi Rovati, il museo etrusco milanese progettato da Mario Cucinella, sempre in zona Palestro. Si tratta di una gigantesca struttura modulare circondata da una grande bolla bianca in tessuto. Finalmente non c’è traccia di schermi, dispositivi digitali o intelligenze artificiali usate male, ma solo spazi vuoti e la luce del sole che filtra dalla superficie. È un’installazione che sfonda lo spazio e tende, quasi, all’infinito.

Aesop, The Factory of Light nella Chiesa di Santa Maria del Carmine. Foto Alberto Dibiase

Un altro luogo calmo, dove la coda ti porta per una volta in un’oasi di pace, è la “fabbrica di luce” di Aesop: uno degli interventi con la qualità architettonica maggiore di quest’anno. Siamo nella Chiesa di Santa Maria del Carmine, che il brand di skincare, saponi e creme, estremamente legato al design del prodotto, ha deciso di ricoprire con elementi recuperati dai cantieri milanesi, gli stessi che compongono le lampade che, per la prima volta, il brand ha deciso di progettare in un’edizione limitatissima. All’ingresso, ovviamente, ci si lava anche le mani.

Snøhetta con USM alla Fondazione Luigi Rovati. Foto Guido Rizzuti

Infine, non possiamo non citare l’Università Statale di Milano che, a pochi passi dalla Torre Velasca, in pieno centro, è il vero luna park del design e dell’architettura di questa settimana, quest’anno con Big, Snøhetta, Mad, e Zaha Hadid. Ma, si sa, ogni luna park è sempre più bello di notte. E quindi per evitare le lunghe code anche qui vi consigliamo di andare sul tardi: chiude a mezzanotte ed è l'ultimo giro di Cenerentola che potete fare questo weekend.

Immagine di apertura: Le code della Design Week. Foto Guido Rizzuti

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