C'è una soglia, nel cammino verso la comprensione dell'architettura, oltre la quale smetti di guardarla e cominci a sentirla. Domus 1111 è tutto qui: in quel passaggio dal visivo al sensoriale, dall'oggetto all'organismo, dalla forma alla carne. Questo numero presenta un'interrogazione radicale su cosa significa costruire per il corpo, con il corpo, come se si fosse un corpo.
Ma Yansong, guest editor 2026, apre con un editoriale che ha la forza di un atto poetico. Da un formicaio osservato per caso, il grattacielo nel mondo delle formiche, dove forma, spazio e struttura sono il riflesso di chi li abita, alla Statua della Libertà in costruzione sotto le volte affrescate di una chiesa, traccia una genealogia del corpo in architettura che è anche una critica al presente: troppe città, troppi spazi pubblici progettati contro il corpo umano, contro la sua libertà, la sua dignità, la sua voglia di stare insieme. L'architettura come corpo è anche, allora, un atto civile.
I saggi sviluppano questa visione in tre direzioni complementari. Andrés Jaque, con la sua Transspecies Kitchen installata nel Nachtegalenpark di Anversa, dissolve i confini tra cucina, digestione e spazio architettonico in un continuum metabolico che coinvolge esseri umani, microrganismi, piante e minerali: l'architettura, scrive, è l'organizzazione dei rapporti attraverso cui la vita metabolizza la vita, una definizione che vale più di molti trattati. Selena Savić affronta il design della scomodità, panche con braccioli anti-sonno, spike sul pavimento, musica classica per scacciare i giovani dalle piazze, come forma di esclusione sistematica del corpo dall'urbano, tracciando un filo diretto tra architettura ostile e discriminazione digitale. Xing Lihua e Meng Jianmin portano il corpo nell'ospedale: il loro Secondo Ospedale del Popolo di Dapeng a Shenzhen, organizzato attorno all'idea di Healing Ring, tre cortili multisensoriali che introducono fisicità tattile, microclimi temperati, luce naturale diffusa, dimostra che la medicina può tornare a prendersi cura dell'uomo intero, non solo della malattia.
C’è una soglia, nel cammino verso la comprensione dell’architettura, oltre la quale smetti di guardarla e cominci a sentirla.
Il dialogo tra Ma Yansong e Hiroshi Sugimoto è uno dei momenti più intensi del numero. Sugimoto parla del suo Osservatorio Enoura, finanziato interamente con i proventi della propria attività artistica, opera definitiva che continuerà a costruire finché avrà vita, come di un corpo fatto di spazio: gallerie di pietra allineate ai solstizi, bambù che cambiano ad ogni angolo, fossili di cinquecento milioni di anni accanto a pietre del tempio di Tōdaiji. Un'architettura che misura il tempo senza orologi, che fa sentire il peso della luce sul pavimento come un dito. La sua critica al modernismo trionfante, alla città-Manhattan globalizzata che distrugge la natura per costruire pietra artificiale, non è nostalgia: è un'etica della permanenza.
Nel corpo centrale del numero, i progetti parlano linguaggi diversi ma condividono una stessa tensione verso il sensoriale. Walter Mariotti racconta il Doshi Retreat nel Vitra Campus di Weil am Rhein, prima e ultima opera costruita fuori dall'India da Balkrishna Doshi, completata postuma nel 2025, come un corpo metallico e musicale che attraversa il visitatore prima ancora di mostrarsi: gong e flauto emergono dal terreno, risuonano nelle pareti d'acciaio concave, attraversano il corpo; un mandala di ottone martellato a mano rifrange la luce nello spazio, mentre la pioggia entra da un'apertura zenitale. Un santuario nato da un sogno, due cobra intrecciati, immagine di kundalini, che finirà rovina, e in quella fine troverà la sua eternità.
Yung Ho Chang racconta la Vertical e la Horizontal Glass House di Atelier FCJZ sul lungofiume di Shanghai: ogni primo dell'anno, intorno alle undici del mattino, l'ombra dell'una coincide perfettamente con la forma dell'altra. Come un corpo e la sua ombra: inseparabili. Nguyễn Hà porta il Museo e Tempio Đao Mẫu di Arb Architects ad Hanoi, costruito con cinque milioni di tegole di terracotta recuperate nel raggio di trentuno chilometri: una pelle che racconta il tempo, ossa ancorate agli alberi di longan esistenti nel giardino, carne fatta dei rituali Hầu Đồng. Anicka Yi porta la serie Radiolaria, sculture luminose animate da fibre ottiche e motori, ispirate all'antico zooplancton marino i cui scheletri di silice scrivono il tempo profondo nella geologia della Terra, come risposta alla domanda su cosa significhi essere un corpo poroso, fatto di minerali, codice, energia e aria.
Il Diario è il luogo dove Domus conversa: dall'archivio del 2001 con la Domus Design Factory nella chiesa sconsacrata di San Paolo Converso allestita da John Pawson, al mosaico raccontato da Paul Smith, dal Nando's sotto casa alla Cappella Palatina di Palermo del XII secolo, come forma del tempo: durevole, adattabile, irriproducibile dall'intelligenza artificiale. Valentina Petrucci intervista Andrea Crisanti, che parla d'arte con la stessa passione analitica che riserva alla scienza. Francesco Franchi riflette sul menu come piccola architettura tipografica e sulla sua graduale sostituzione con il QR code. Loredana Mascheroni incontra Barbara Radice nella casa milanese che divise con Ettore Sottsass per trent'anni. Walter Mariotti racconta Valentina De Santis e il trittico del Lago di Como come una produzione di senso più che un'esperienza d'accoglienza: ospitalità non come servizio standardizzabile, ma come apertura delle porte di casa propria.
L’architettura è l’organizzazione dei rapporti attraverso cui la vita metabolizza la vita.
La rubrica Contrordine porta questa architettura del pensiero verso il mondo: trentanove chilometri, la larghezza dello Stretto di Hormuz nel suo punto più stretto, attraverso cui transita ogni giorno circa il venti per cento del petrolio mondiale. I modelli di intelligenza artificiale sono mappe, non territorio. C'è un salto logico pericoloso tra migliorare ed eliminare la complessità. Il collo di bottiglia è una forma del mondo, non una malattia. E l'intelligenza, artificiale o umana, diventa saggezza quando impara ad abitare le forme del reale, anche le più scomode.
Il dossier dedicato al progetto di retrofitting della sede milanese di EY argomenta l'urbano contemporaneo. Il progetto Piuarch per la sede EY tra via Meravigli e piazza Cordusio reinterpreta questa logica di una Milano segreta alla scala di un headquarters contemporaneo. EY a Milano è una comunità professionale di diverse migliaia di persone, catene di carbonio, come le chiama il CEO di EY Italia Stefania Boschetti, che ha costruito nel tempo una relazione profonda con il sistema universitario, con le istituzioni, con il mondo della cultura d'impresa. Milano entra in EY, EY entra in Milano.
Sfogliate queste pagine come si attraversa uno spazio che non si finisce mai di abitare del tutto: con la consapevolezza che ogni volta che ci si ferma, qualcosa cambia, nella luce, nel suono, nella temperatura. Nella comprensione e dunque, buona lettura.
