Tom Dixon

«Alcuni giorni lavoro come designer, ma ciò che mi interessa veramente è l’invenzione, l’ingegneria e la commercializzazione, più che il processo di progettazione. Penso che i progettisti reali dovrebbero tendere a essere interessati a tutta la catena. Quindi faccio il designer occasionalmente. Tendo a rimanere ai margini e a volte faccio nascere un prodotto che è stato progettato principalmente attraverso un interesse per i materiali e le tecnologie» (Tom Dixon)

Tom Dixon

Tom Dixon nasce a Sfax, in Tunisia, nel 1958 da padre inglese e madre franco-lettone. Trasferitosi in Inghilterra all’età di quattro anni, ha frequentato brevemente il Chelsea College of Art and Design, senza però ottenere alcun titolo.

Appassionato alla tecnica della saldatura, imparata da autodidatta, ha iniziato la propria carriera come autore di mobili prodotti riciclando rottami industriali – realizzati quasi improvvisando, senza disegni a priori, la lavorazione pressoché istantanea del metallo. Tra i membri fondatori del collettivo Creative Salvage, attraverso cui vende le prime opere e che fu istituito a Londra nel 1985, ha avuto contatti diretti con la corrente oggi denominata “New British Sculture”, che esordì nella capitale inglese attraverso la mostra “Objects and sculture,” tenutasi nel 1981 all’Institute of Contemporary Art. Con i nuovi scultori inglesi, Dixon condivide l’interesse per l’uso dello scarto industriale.

l 1985 è un anno di svolta per il designer inglese: attraverso Creative Salvage, viene scoperto da Giulio Cappellini che gli propone l’inizio di una proficua collaborazione con l’azienda di famiglia: Dixon viene lanciato sul mercato internazionale e presentato come enfant prodige del design contemporaneo, ottenendo da subito notevole visibilità. A questa vicenda risalgono il progetto della S-Chair (1991), la sinuosa seduta dall’anima in metallo verniciato il cui rivestimento può variare, dalla pelle al feltro, dalla paglia di palude (la versione oggi parte della collezione permanente del MoMA di New York) al midollino; la “Bird Chaise” (1991), la chaise lounge a dondolo in conglomerato di legno, metallo e poliuretano espanso il cui profilo ricorda la sagoma di un uccello in volo; la “Pylon Chair” (1992), completamente realizzata con sottili fili metallici, saldati a mano e laccata in diversi colori, a richiamare l’immagine di un traliccio dell’alta tensione.

L’esperienza italiana si risolve però in pochi anni e, già nel 1989, Dixon torna a Londra dove fonda lo studio Space, inizialmente dedicato alla produzione dei mobili in metallo e di scenografie e interni commerciali. Di lì a poco, allo studio si affianca Space Shop, lo showroom in cui vengono venduti prodotti firmati da Dixon medesimo e da giovani designer a lui legati: diviene imprenditore di sé stesso, inaugurando un sistema di fare design completamente opposto a quello italiano, in cui ruolo chiave spetta al confronto tra progettista e aziende disposte a produrne i pezzi, e in parte già percorso da personaggi come Ingo Maurer.

I confini tra brand e individuo si elidono, tanto più quando Dixon manifesta la necessità di includere strategie di vendita, comunicazione e promozione nel corpus di ciascun progetto, composto non solo dall’artefatto, ma anche da saggi critici, campagne pubblicitarie, magazine aziendali che recano la sua firma.

Accanto alla sperimentazione sui metalli, più lentamente Dixon sviluppa quella sulle materie plastiche, per la quale si prodiga nella ricerca di un partner aziendale in grado di soddisfare le sue aspettative. Ricerca che si rivela però vana e che culmina con la fondazione di Eurolounge, l’impresa dedicata aperta nel 1994 per la quale Dixon realizza “Jack” (1994), seduta diventata icona del suo linguaggio progettuale. Concepita come oggetto luminoso in polietilene pigmentato, impilabile, facilmente maneggiabile e adatta a un uso informale, scevro di qualunque imposizione, “Jack” è frutto di una spinta tecnologica che porta Dixon a indagare il sistema dello stampaggio rotazionale, all’epoca poco applicato al design dell’arredo e mutuato dalla produzione di dissuasori del traffico e di giocattoli.

Al 2002 risale la fondazione di Tom Dixon Ltd, che ha lo scopo dichiarato di ridefinire lo scenario del design britannico attraverso la produzione di lampade e arredi che avranno uno straordinario successo. Cui seguiranno l’apertura – nel 2010 – del primo negozio monomarca, ospitato in un ex deposito merci d’età vittoriana, e di Design Research Studio, laboratorio di giovani progettisti dediti all’allestimento di spazi commerciali e interni, in genere, che recano il “marchio” Tom Dixon. Di lì a poco, inizia la collaborazione di Dixon con alcune aziende internazionali che lo scelgono come art director. Tra queste, la Artek – profondamente legata al maestro svedese Alvar Aalto – e la catena di distribuzione francese Habitat.

Importanti oggetti risalenti a questo periodo sono la “Cone light Tripod Stand” (2004), assemblaggio lungo un treppiede di sovradimensionate forme coniche la cui superficie interna - altamente riflettente - consente di potenziare al limite la luce diffusa di una semplice lampadina, e la “Felt Shade” (2006), lampada in feltro che ricorre a una tecnologia produttiva in cui i vari strati di questa particolare stoffa, ottenuta dal pelo animale, sono tra loro saldati e forgiati a caldo per realizzarne la forma. Tutte opere disegnate per il proprio brand, accanto a cui vengono realizzati oggetti per terzi come la seduta in plastica trasparente “Fresh Fat Plastic” per Selfridges e la “Flame Cut Series” (2008). Quest’ultima, presentata alla mostra “Reconstruction #3. The artists playground” presso il Castello inglese di Sudeley, è composta da tavolo, sedia, chaise lounge, dondolo, seggiolina e culla che Dixon definisce “impossibili”. Dal peso spropositato e gelidi al contatto, i mobili – installati nel giardino del castello appartenuto a Giorgio III – sono in acciaio, realizzati in pochi esemplari (da otto a dodici pezzi ciascuno) e smontabili, perché frutto dell’assemblaggio di lastre imbullonate. Dunque, un tentativo di ironizzare sul tema dell’arredo scomponibile, pieghevole e imballabile.

Il 2010 è anche l’anno di un vero e proprio evento, organizzato dal designer inglese al Salone del Mobile di Milano, dove la “Flash Factory” consente ai visitatori di ripercorre l’esperienza dixoniana di montare in proprio, con l’aiuto di factory workers appositamente selezionati, uno dei prodotti proposti.

Nell’ampia produzione del designer rientra a pieno titolo la pubblicazione di “Rethink” (2000), il primo volume firmato per fare il punto sulla propria carriera in cui Dixon invita i lettori a intravedere, in piena autonomia, usi semplici, diversificati e individuali di oggetti e complementi ordinari: «Rethink – scrive – significa guardare al mondo degli oggetti esistenti in un altro modo. Tentar di trovare la bellezza enigmatica contenuta nel quotidiano, nel banale. Individuare l’opportunità di raggiungere un obiettivo, anche quando questo non è intenzionale. Talvolta può significare addomesticare il manufatto industriale per farne un uso domestico. Ma sempre tenendo gli occhi bene aperti».

Al primo volume sono seguiti “The interior world of Tom Dixon” (2008) e “Industry” (2010).

Attraverso le parole di Andrea Branzi:

Capire il mondo di Tom Dixon, il suo modo di progettare e di produrre, è un’impresa interessante perché, a differenza di molti suoi coetanei, niente è lasciato al “caso” e tutto costituisce un “caso”
Estremi cronologici:
1958–in vita
Ruolo professionale:
designer

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