Una donna nuda senza volto si aggira tra le alte pareti del Berghain, la sala è buia e fredda, la donna si rotola su un terreno deserto, fatto di rocce e fango, sembra persa e disperata. Le pareti vibrano emanando suoni secchi che sembrano nascere dal tessuto stesso del cosmo. Come siamo arrivati qua? Che cosa è successo?
Non siamo i testimoni di un qualche tipo di fringe event, non stiamo guardando un horror porn dove si è scelto risparmiare sugli oggetti di scena, siamo innanzi a un led wall monumentale nella sala maggiore di Halle am Berghain dove Las Art Foundation mostra per la prima volta Liminals, opera creata su commissione da Pierre Huyghe.
Al Berghain l’arte incontra i quanti. E qualcosa va storto
Nel tempio mondiale del clubbing, Pierre Huyghe presenta Liminals: una figura generata con l’AI vaga in un paesaggio morto mentre un computer quantistico suona il cosmo. Un'opera tra metafisica e tecnologia estrema, che ha ricevuto critiche feroci.
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- Silvia Dal Dosso
- 26 gennaio 2026
La sala della ex centrale termoelettrica di Berlino Est, parte del complesso che occupa il club più famoso del mondo, è così fredda che per i 55 minuti di durata del video, il pensiero va inevitabilmente al waterboarding. La figura nuda, descritta dall’artista come “an inexistent being, a soulscape” e realizzata da un team gremito di 3D artists e AI designer, si aggira camminando e rotolando nello stile di Mosh Pit Simulator (2020) e di molti altri artisti digitali che da quasi un decennio sperimentano con Unity e Unreal Engine, ma qui è dotata di una qualità del rendering e di una compostezza metafisica che valgono tutto il supporto di Anthropic. La figura vaga nella nebbia. Talvolta prova a fare dei buchi per terra con le dita. Talvolta si accascia al suolo, arresa.
Le pareti vibrano emanando suoni secchi che sembrano nascere dal tessuto stesso del cosmo.
A dOCUMENTA 13, Huyghe era stato conosciuto e apprezzato per aver allestito il suo primo solo show nella zona del compost del Karlsaue Park di Kassel. In Untitled (2011-2012) oltre al rinomato cane Podenco con la zampa tinta di rosa chiamato Human, era apparsa una donna nuda di pietra. La donna riposava decapitata sul greto di uno stagno e, al posto della testa, Huyghe aveva coltivato una colonia di api, un vero e proprio alveare. Allora, quel corpo dalle forme classiche, era dotato di un letterale hivemind, omaggio dell’artista all’intelligenza collettiva animale. Ma oggi invece il corpo in CGI di Liminals invece presenta una testa dal volto cavo, vuota.
A risolvere ogni dubbio, sarà solo nero? O proprio cavo? La figura si china a quattro zampe e muovendo il collo verso una pietra spinosa permette alla terra di penetrarla. La sala, ormai contrita, alza gli smarphone o si copre il volto. Perchè? Come siamo arrivati qua?
Commentando Romance (2007), una delle sue primissime opere, Huyghe raccontava “As I start a project, I always need to create a world. Then I want to enter this world and my walk through this world is the work”. Ma oggi la curatrice di Las, Carly Whitefield, scherza su come il world building nell’arte sia diventato una buzzword, apprezzando Liminals come un rinfrescante atto di unworlding. Un’opera che, nella situazione geopolitica attuale, “speaks to the anxiety, and even the hopes and disorientation, of this moment in time”.
Bettina Kames, Ceo and Co-Founder di Las, racconta come a Venezia il loro padiglione si trovasse a due minuti di distanza da quello della fondazione Pinault. Negli ultimi anni, Pinault ha invitato Huyghe a gremire la sua sede in Punta Della Dogana, di nuovi e vecchi lavori. È lì che nella lieta risacca del libeccio, tra capolavori come gli ecosistemi marini di Zoodram 6 (2013) e Cambrian Explosion 19 (2013), o come Human Mask (2014), il video dove una scimmia camuffata con una maschera di teatro Nō si muove in un locale abbandonato apparendo come una cameriera stramba e di piccolissima statura, è lì che Las ha scoperto Liminal (2024).
A Venezia Liminal era una simulazione in cui i movimenti della figura variano in tempo reale, reagendo a dati ambientali come la luce, la temperatura e la presenza dei visitatori. Ma oggi, al Berghain, la figura è prigioniera di un video loop. Come le conchiglie tolte al loro ecosistema marino, non è più bagnata dalla luce della luna, ma grigia. Potrebbe essere, afferma Whitefield in conferenza stampa, che stia perlustrando zone “dove materia e significato si fanno instabili, carichi anziché vuoti” o forse la figura sta solo cercando le opere che sono rimaste a Venezia, rendendo questo led wall immensamente vuoto e solo.
Dopo un momento di risacca la sala vibra di nuovo, ci sono dei sassolini che saltano e si fondono con il terreno, il suono è quello secco che non sembra nascere dall’aria, ma dal tessuto stesso del cosmo. L’opera in cattività, è il risultato di una scelta non solo curatoriale ma finanziaria, la Fondazione Las “all'intersezione tra arte, le ultime tecnologie, e la scienza” spiega Kames, “preferisce commissionare opere”. Da un lato, la natura interdisciplinare e innovativa di Las assicura sponsor come Anthropic e Volkswagen, dall’altro “le commissioni permettono ai laboratori di entrare in collaborazione diretta con gli artisti” come approfondisce il fisico Tommaso Calarco, Direttore dell’Institute for Quantum Control PGI-8 al Forschungszentrum Jülich, dove si fa ricerca con i supercomputer più potenti d’Europa.
È a Jülich che si trova il computer quantistico a 100-qubit Pasqual con cui Calarco e colleghi hanno creato il suono che non sembra nascere dall’aria ma dal cosmo: “per la prima volta abbiamo usato un simulatore quantistico come strumento musicale”, racconta entusiasta Calarco. “Con uno strumento musicale pizzichi una corda o colpisci un tamburo, e poi l’oggetto vibra. Noi abbiamo fatto esattamente la stessa cosa. Abbiamo colpito le minuscole membrane degli atomi, che sono i qubit nel simulatore quantistico, eccitandole in un certo modo, e abbiamo registrato la riverberazione dell’atomo mentre reagiva a quell’impulso.”.
Come per il primo “woop” di un buco nero registrato nel 2015 dal rilevatore Ligo, “non è automaticamente suono, perché nel vuoto non c'è suono, che ha bisogno dell'aria. Ma abbiamo usato sensori per misurare queste vibrazioni".
Si tratta di un flop monumentale o di un’opera straordinaria che rispecchia perfettamente l’era e il contesto in cui è collocata?
Al vibrare della sala e del pianeta deserto, la “figura umanoide” si fonde con il terreno, diventando immagine di quella “incertezza” a cui si riferiva Whitefield: «Vediamo una dissoluzione dei confini tra sfera interiore ed esteriore, e tra materia vivente e non vivente». Una metafora di «come un sistema quantistico possa esistere in stati multipli prima di essere misurato, quando possibilità infinite collassano in un’unica versione della realtà»: riflessioni sulla teoria sviluppata cento anni fa da Einstein e Bohr, nate anche dalla collaborazione dell’artista con Calarco e con il filosofo Tobias Rees. Mentre Liminals descrive «un mondo in cui possibilità multiple possono esistere contemporaneamente e un esito non può essere previsto fino in fondo», forse quella figura che vaga affranta siamo noi, seduti nella fredda sala dell’Halle am Berghain a guardare l’opera, mentre cerchiamo di spiegarci come sia possibile che si sia deciso di mettere in campo un dispiegamento di mezzi così imponente per realizzare quello che la columnist di Kunstforum Anika Meier, nel suo blog personale, ha definito «uno slop di AI con un budget esorbitante».
Le critiche, soprattutto sui giornali tedeschi, non mancano. Dal Frankfurter Allgemeine che si domanda “perché mostra seni e una vulva, quando avrebbe potuto generare un corpo completamente asessuato? E perché tutto è così grigio e triste, quando avrebbe potuto costruire un mondo completamente diverso?” al Die Zeit che afferma categorico “Mai la testa dell’artista è stata così vuota”. Liminals così permane in più stati della materia, replicando all’infinito la sua “incertezza”: si tratta di un flop monumentale o di un’opera straordinaria che rispecchia perfettamente l’era e il contesto in cui è collocata? Stiamo facendo il gioco dei venture capitalist o stiamo creando nuove metafore per la cultura? Come siamo arrivati qua? Cosa è successo? Ci sono momenti per fare worlding e momenti per fare unworlding. Al Berghain, come in molti luoghi della cultura attuale, questi momenti nel tempo oscillano in uno stato opposto, sovrapposto e multistabile.
Nell’ottobre scorso, in occasione del Sensing Quantum Symposium organizzato da Las a Berlino, si è tenuta una conversazione tra Tommaso Calarco e Shamira Ahmed, moderata dall’artista Hito Steyerl, dal titolo "Chi possiede il futuro quantistico? Governance, responsabilità e accesso". Come ha ricordato Tommaso Calarco, questa è una tecnologia ancora in formazione, che potrebbe andare in una o in tutt’altra direzione, e il contributo culturale di artisti, letterati e creativi potrebbe effettivamente cambiare le sorti di alcune delle sue applicazioni. Rimane la domanda su chi potrà avere accesso a questo tavolo e perchè.
Immagine di apertura: © Pierre Huyghe / VG Bild-Kunst, Bonn, 2026. Foto Stefan Lucks
- Pierre Huyghe. Liminals
- LAS Art Foundation
- Halle am Berghain
- 23 gennaio — 8 marzo 2026