Smiljan Radić Clarke ha vinto il Pritzker 2026: l’architettura come atto di fede

Il Pritzker Prize 2026 premia l’architetto cileno autore di un’architettura lontana dallo spettacolo e dalle logiche dell’archistar: opere sospese tra paesaggio, materia e fragilità che rimettono al centro il senso più radicale del costruire.

C’è un momento, nella storia di ogni disciplina, in cui un riconoscimento non celebra soltanto un autore ma ridefinisce il senso stesso di ciò che quella disciplina dovrebbe essere. Il Pritzker Prize 2026 a Smiljan Radić Clarke è uno di quei momenti. Non un’incoronazione — Radić è troppo appartato, troppo ironico verso il potere, per permettersi di essere incoronato — ma qualcosa di più sottile e più necessario: una dichiarazione di principio. L’architettura, dice questa scelta, non è spettacolo. Non è brand. Non è la somma dei suoi follower. È, ancora e sempre, un atto di pensiero che si fa pietra, legno, luce, silenzio.

Siamo abituati, in questi anni, a Pritzker che assomigliano a manifesti politici o a risarcimenti storici. Premi sacrosanti, intendiamoci, necessari, giusti. Ma il riconoscimento a Radić è di altra natura. È il premio alla complessità irriducibile dell’architettura come arte. Un premio che avrebbe potuto essere dato vent’anni fa, e che arriva adesso — nel mezzo di un mondo che crolla, di edifici bombardati, di città smembrate — con una tempistica che ha il sapore di una scommessa. O forse di una risposta.

Dal bordo del mondo

Santiago del Cile, 1965. Un padre di origini croate, una madre britannica. Una famiglia di immigrati che porta con sé la memoria di paesaggi lontani, di culture sedimentate, di radici multiple che non si annullano a vicenda ma convivono in tensione generativa. Radić cresce in una città che è essa stessa una soglia: tra le Ande e il Pacifico, tra la sismicità del suolo e la vertigine del cielo, tra una modernità importata e un’identità in cerca di forma. Studia architettura alla Pontificia Universidad Católica de Chile — quasi bocciato, racconta lui stesso, quasi espulso dal sistema che avrebbe dovuto formarlo. Quella crisi, quella umiliazione formativa, lo spinge a viaggiare, a leggere, a studiare storia. Va a Venezia, studia estetica. Torna a Santiago. Apre il suo studio nel 1995. Comincia, lentamente, a costruire un mondo.

In trent’anni di lavoro, Radić ha costruito un corpus di opere che è, a guardarlo nella sua interezza, uno dei più coerenti e radicali che la contemporaneità abbia prodotto.

Non è una carriera lineare. Non è una traiettoria di conquista. È un percorso obliquo, come i suoi edifici, che non marciano mai frontalmente verso la loro destinazione ma la raggiungono per deviazioni, per accumuli laterali, per stratificazioni che rimandano al tempo geologico più che al calendario delle commissioni. Eppure, in trent’anni di lavoro, Radić ha costruito un corpus di opere che è, a guardarlo nella sua interezza, uno dei più coerenti e radicali che la contemporaneità abbia prodotto.

Guatero, 2023, Santiago, Chile. Photo courtesy of Smiljan Radić

La poetica della fragilità

Il termine che torna con più insistenza attorno all’opera di Radić è fragilità. La giuria del Pritzker scrive che i suoi edifici appaiono temporanei, instabili, deliberatamente incompiuti — quasi sul punto di scomparire. È una descrizione precisa, ma richiede una precisazione ancora più precisa: in Radić la fragilità non è debolezza, né estetismo da quattro soldi, né quella poetica del rudere che tanto ha stancato la critica degli ultimi anni. La fragilità di Radić è una posizione epistemologica. È il rifiuto di ogni certezza non guadagnata, di ogni autorevolezza non meritata. È la consapevolezza che l’architettura abita una zona di confine tra il permanente e il provvisorio, e che è proprio in quella zona che la vita si svolge davvero.

Nel 2017, quasi a formalizzare questo credo, Radić fonda la Fundación de Arquitectura Frágil, ospitata nel suo stesso studio. Un nome che è un programma, un manifesto, una dichiarazione di guerra silenziosa contro l’architettura come potere consolidato. L’architettura fragile non è l’architettura dei poveri di spirito: è l’architettura di chi sa che ogni costruzione è una scommessa sul futuro, e che il futuro non si lascia mai catturare definitivamente.

Pite House, 2005, Papudo, Chile. Photo courtesy of Cristobal Palma

Casa Pite, a Papudo, è forse l’opera che più rappresenta questa posizione. Incastonata in uno sperone roccioso sulla costa cilena, la casa non combatte il paesaggio: si infiltra in esso, si lascia attraversare da esso, lo lascia vincere in certi punti per vincere lei stessa in altri. I boulder di granito non sono elementi decorativi: sono attori, portatori di peso, figure cariche di una temporalità che va ben oltre l’abitazione umana. Chi entra in quella casa non entra in un’opera d’architettura nel senso convenzionale del termine: entra in una condizione. In uno stato di presenza intensificata.

La fragilità di Radić è una posizione epistemologica. È il rifiuto di ogni certezza non guadagnata, di ogni autorevolezza non meritata.

Lo stesso vale per la House for the Poem of the Right Angle, costruita nel 2013 nei boschi di Vilches insieme alla scultrice Marcela Correa, sua moglie e collaboratrice di lungo corso. Il titolo non è casuale: rimanda a Le Corbusier, certo, ma lo fa con una libertà che è già una critica. Dove il Modulor corbuseriano è misura, controllo, razionalità trionfante, la casa di Vilches è inquietudine, ambiguità, un corpo a corpo con la natura che non ha vincitori dichiarati. Correa e Radić lavorano insieme da decenni, e questo sodalizio — tra architettura e scultura, tra costruzione e installazione, tra il solido e l’effimero — è uno degli aspetti meno discussi e più essenziali della sua poetica.

Le pietre, i massi, le cariàtidi di pietra

C’è un’ossessione che percorre tutta l’opera di Radić: il masso. Il boulder. La roccia trovata, non lavorata, non addomesticata. Nelle sue costruzioni, i massi di granito fungono da sostegni strutturali, da soglie, da guardiani. Nel padiglione Serpentine del 2014 a Londra — un guscio di fibra di vetro traslucida sorretto da pietre — queste rocce hanno la funzione di cariàtidi in un tempio arcaico che non si è mai costruito ma è sempre esistito nell’immaginazione. La giuria del Pritzker ha definito quel padiglione un rifugio temporaneo né completamente chiuso né apertamente trasparente. È una bella descrizione. Ma forse la più vera è un’altra: quel padiglione era il sogno di un bambino che costruisce capanne, portato alla sua trasfigurazione più alta.

Serpentine Gallery Pavilion, 2014, London, United Kingdom. Photo courtesy of Iwan Baan

I massi di Radić non sono simboli. Sono presenza. Sono la materia del mondo che reclama il suo diritto di esistere accanto alla materia dell’uomo, senza essere ridotta a ornamento o a citazione. In questo, Radić è vicino a certi scultori della land art — Richard Serra, Michael Heizer, Nancy Holt — ma la sua ambizione è più domestica, più umana, più interessata al corpo singolo che abita lo spazio che al corpo collettivo che attraversa il paesaggio. I suoi edifici sono fatti per essere vissuti, non contemplati da lontano.

Santiago, il Teatro, la musica del costruire

Il Teatro Regional del Bío-Bío a Concepción, completato nel 2018, è probabilmente l’opera in cui il talento di Radić si esprime nella sua forma più compiuta a scala civica. Un involucro semi-traslucido, sapientemente ingegnerizzato, che modula la luce e sostiene la performance acustica attraverso la restrizione — come ha scritto la giuria del Pritzker. La costruzione come narrazione, dove la texture e la massa portano significato tanto quanto la forma. È un edificio che sa di essere un teatro prima ancora di contenerne uno: il suo involucro è già una scena, il suo interno è già un palcoscenico della vita collettiva.

E poi c’è Nave, il centro per le arti performative di Santiago, del 2015 — un edificio che nasce dalla riconversione di un’officina industriale e diventa laboratorio, incubatore, luogo di ibridazione tra discipline. Radić non ama i confini netti tra le arti. La sua Fundación porta nel nome quella stessa apertura: architettura fragile è anche architettura porosa, permeabile, disposta a ricevere influenze da ogni parte. Dalla letteratura — il poeta Nicanor Parra è una presenza costante nel suo immaginario — dalla musica, dalla scultura, dalla storia dell’arte. Non è eclettismo: è il contrario dell'eclettismo. È la ricerca di un nucleo essenziale che può essere raggiunto solo attraversando molti territori.

NAVE, Performing Arts Center, 2015, Santiago, Chile. Photo courtesy of Cristobal Palma

Un architetto del suo tempo, e oltre il suo tempo

Radić ha sessant’anni. Non è un giovane promettente né un maestro consegnato alla storia. È nella piena maturità di una pratica che ha ancora molto da dire, molto da costruire. E il Pritzker arriva in un momento in cui la discussione sull’architettura è attraversata da tensioni che non si possono ignorare: la crisi climatica, l’emergenza abitativa, la distruzione sistematica del patrimonio costruito nelle zone di guerra, il progressivo svuotamento del senso civico dello spazio pubblico. In questo contesto, la scelta di premiare un architetto come Radić — che non ha mai costruito un grattacielo, che lavora con uno studio di pochi collaboratori, che rifiuta la logica della crescita come fine in sé — è una scelta precisa. È dire che l'architettura non si misura in metri cubi, in budget, in visibilità mediatica.

Radić è un architetto che ha deciso di non avere paura della propria solitudine. Di non cercare il consenso come alibi.

Alejandro Aravena, presidente della giuria e lui stesso cileno, lui stesso Pritzker (2016), ha scritto di Radić con una precisione rara: che in ogni opera è capace di rispondere con originalità radicale, rendendo ovvio ciò che non lo era. Che torna alle fondamenta più irreducibili dell’architettura esplorando limiti non ancora toccati. Che, sviluppato in un contesto di circostanze impietose, dal bordo del mondo, con uno studio di pochi collaboratori, è capace di condurci al nucleo più intimo dell’ambiente costruito e della condizione umana. È un ritratto bellissimo, e vero. Ma c'è qualcosa che Aravena non dice, e che vale la pena aggiungere: Radić è un architetto che ha deciso di non avere paura della propria solitudine. Di non cercare il consenso come alibi. Di costruire, lentamente, con ostinazione, come se ogni edificio fosse l'unico che gli fosse concesso di fare.

Teatro Regional del Bío-Bío, 2018, Concepción, Chile. Photo courtesy of Hisao Suzuki

L’architettura come atto positivo

In questi giorni, Radić ha detto una cosa che merita di essere riportata — non verbatim, ma nel suo senso più profondo: che questo è un momento triste della storia, non la migliore circostanza per ricevere un premio. Ha citato il poeta Nicanor Parra, che negli anni Quaranta scrisse che il cielo sta cadendo a pezzi, e ha aggiunto che oggi sembra che sia la terra stessa a crepare. Eppure — ha detto — continua a credere che l’architettura sia un atto positivo. Continua a credere che il Pritzker faccia parte di quell'atto positivo, nonostante le circostanze.

È una dichiarazione di fede. Non religiosa, non ideologica: semplicemente umana. L’architettura come resistenza alla dissoluzione, come affermazione della possibilità di abitare il mondo anche quando il mondo sembra disabitabile. È questo, in fondo, che Radić ha costruito in trent'anni: non edifici, ma prove di possibilità. Dimostrazioni pratiche che si può ancora fare architettura come se avesse senso, come se la bellezza avesse conseguenze, come se il corpo umano nello spazio fosse ancora la misura di ogni cosa.

Domus, il mondo, la pietra

Per una rivista come Domus, che da quasi un secolo tiene insieme la tensione tra progetto e cultura, tra costruzione e pensiero, tra la specificità del fare e l’universalità del senso, il Pritzker a Radić è qualcosa di più di una buona notizia. È una conferma che il discorso sull’architettura non si è ancora esaurito nella comunicazione dell’architettura. Che esistono ancora pratiche che resistono alla spettacolarizzazione. Che esiste ancora qualcuno che costruisce come se la pietra avesse memoria, come se il legno avesse voce, come se la luce filtrando attraverso una parete di fibra di vetro potesse dire qualcosa che le parole non sanno dire.

Smiljan Radić Clarke ha ricevuto il Pritzker Prize 2026. Ha detto che sarà un po’ un mal di testa, tutta questa esposizione che non vorrebbe. Lo crediamo. Ma speriamo che il rumore passi in fretta, e che lui torni presto a costruire, nel silenzio del suo studio di Santiago, tra i libri e i massi di granito e i disegni che sembrano sogni riportati sulla carta. L’architettura ne ha bisogno. Noi ne abbiamo bisogno.

Immagine di apertura: Smiljan Radić Clarke, photo courtesy of The Pritzker Architecture Prize

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