La più grande mostra sui tarocchi è in Italia e racconta la loro vera storia

Dal mazzo Colleoni commissionato dagli Sforza nel Quattrocento fino a Italo Calvino e agli artisti del Novecento: all’Accademia Carrara di Bergamo la più ampia mostra mai dedicata ai tarocchi ricostruisce sei secoli di immagini, simboli e interpretazioni.

L’Accademia Carrara di Bergamo è una struttura arroccata ai piedi della Città Alta, una pinacoteca ottocentesca che custodisce una delle collezioni d’arte antica più importanti del paese e che è stata di recente oggetto dell’ampliamento che ha vinto il Premio italiano di Architettura 2025

Nei suoi magazzini fino a qualche settimana fa giaceva da oltre un secolo larga parte di uno dei più antichi e più completi mazzi di tarocchi al mondo: il mazzo Colleoni, commissionato alla metà del Quattrocento da Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, duchi di Milano. 

È attorno a questo oggetto che il curatore Paolo Plebani ha costruito la mostra “Tarocchi. Le origini. Le carte. La fortuna”: non solo carte ma settanta dipinti, manoscritti miniati, libri e opere contemporanee che ripercorrono la storia dei tarocchi dalle corti dei Quattrocento a oggi. “Una mostra non è un libro”, dice Plebani per spiegare la sua scelta di mettere insieme arte bassa e alta e di utilizzare diversi medium all’interno dello spazio espositivo. “È una messa in scena: racconti una storia attraverso gli oggetti”. 

Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Bagatto, 1455- 80, The Morgan Library C Museum, New York

Plebani, che prima di imbattersi in questo progetto non era neppure un appassionato di tarocchi, oggi ha curato la più ampia e completa esposizione al mondo mai dedicata a questo universo iconografico: “Molti mi dicevano che una mostra di carte non avrebbe attirato pubblico. Io invece ero convinto del contrario”, dice a Domus.   

Le origini: un gioco di corte

Settantotto carte articolate in due gruppi principali: cinquantasei denominate arcani minori, suddivise in quattro semi — Denari, Coppe, Spade e Bastoni — e ventidue arcani maggiori, figure archetipiche che seguono un percorso simbolico che va dal Bagatto, il giocoliere che apre il mazzo, fino al Mondo, la carta conclusiva del ciclo, passando per la Morte, l’Amore, l’Appeso, la Stella, la Luna, il Sole e il Matto, la carta senza numero. 

I tarocchi hanno mantenuto una straordinaria costanza iconografica: figure come la Morte o la Ruota della Fortuna continuano a parlare al presente dopo sei secoli.

Paolo Plebani

Oggi i tarocchi evocano ore di divinazione fai-da-te tra amici (più solitamente amiche), esoterismo alla Jodorowsky oppure qualche risata alle cene ma, in origine, nel lontano Quattrocento, erano semplicemente un gioco di carte: “Per tre secoli, fino al Settecento, i tarocchi sono stati un po’ come la nostra briscola, un gioco di presa”, racconta Plebani, “Ogni carta aveva un valore e il Matto funzionava come una sorta di antesignano del jolly”.  

“Tarocchi. Le origini. Le carte. La fortuna”, Accademia Carrara, 2026. Foto Antonio Cadei

Commissionati dai nobili agli artisti, i primi mazzi sono piccoli oggetti di lusso: carte dipinte a mano, spesso con fondi dorati e tecniche simili alla miniatura medievale. La struttura del mazzo è già molto simile a quella odierna, ma i temi variano da regione a regione. A nord delle Alpi, per esempio, compaiono scene di caccia e falconeria — in mostra c’è un rarissimo mazzo proveniente da Vienna che mostra levrieri e cavalieri in inseguimento. In Italia, invece, il simbolismo medievale si intreccia con la cultura classica, la religione e il linguaggio figurativo del Rinascimento.  

Ma è con l’intervento della letteratura che l’iconografia allegorica legata al gioco si uniforma. Tra il 1351 e il 1374, Francesco Petrarca scrive I Trionfi, un poema dove immagina una sequenza simbolica di forze che governerebbero l’esistenza umana – Amore, Morte, Fama e Tempo. Nel Rinascimento queste allegorie iniziano a essere rappresentate come figure archetipiche.  

“Tarocchi. Le origini. Le carte. La fortuna”, Accademia Carrara, 2026. Foto Antonio Cadei

I Trionfi diventano così un repertorio iconografico diffusissimo. Non sorprende quindi che entrino presto anche nelle botteghe che producevano giochi di carte. 

A guardarli oggi questi manufatti dipinti, esposti nelle prime sale della mostra, non sembrano così diversi dai tarocchi che popolano le librerie esoteriche contemporanee come le ricerche Amazon di molte persone. “I tarocchi hanno mantenuto una straordinaria costanza iconografica”, spiega Plebani. “Figure come la Giustizia, la Morte o la Ruota della Fortuna possono aver cambiato nome, ma nelle immagini sono rimaste sorprendentemente simili nel corso dei secoli e continuano a parlare al presente. 

Le carte: il mazzo perduto

Dei primi mazzi di carte, quelle quattrocentesche, sono rimasti pochissimi esemplari, attraverso i quali la storia dell’arte ha provato a ricostruire, nel Duemila, ciò che oggi vediamo all’Accademia Carrara: “Facciamo storia di questo gioco con pochissime testimonianze”, dice Plebani, “Sono rimasti solo una ventina di mazzi e molti conservano solo due, quattro o sei carte”.

Victor Brauner, Le surrealiste (Il surrealista) , 1947,olio su tela, 60,8 x 45,7 cm, The Peggy Guggenheim Collection, Venezia

In questo panorama, il mazzo Colleoni rappresenta perciò un caso più che straordinario. Delle settantotto carte originarie ne sopravvivono oggi settantaquattro. Ventisei sono conservate all’Accademia Carrara — arrivate nel 1900 grazie al lascito del collezionista Francesco Baglioni — mentre le altre sono divise tra The Morgan Library & Museum di New York e una collezione privata.  

“È uno dei pochi che ci consente di percepire il mazzo quasi nella sua interezza. Vederlo riunito dà una sensazione incredibile”, dice Plebani. 

Esposte in una lunga teca e illuminate da una luce minima che ne protegge i pigmenti e ne fa emergere i fondi dorati, queste carte sono il punto di arrivo della prima sezione storica della mostra e il ponte che ci accompagna nel contemporaneo. 

La fortuna: Italo Calvino e il mazzo Colleoni

Con l’invenzione della stampa nel Cinquecento i mazzi iniziano a essere prodotti in serie e il gioco si diffonde rapidamente in tutta Europa: arriva nelle osterie, nelle bettole e nelle strade e viene reinterpretato infinitamente anche dalle persone comuni. Ma la storia dell’arte resta a lungo guardinga rispetto al loro valore, almeno fino a quando i tarocchi non entrano anche nella letteratura del Novecento. 

Una delle sale della mostra, allestita come una biblioteca con volumi provenienti da epoche diverse, ricostruisce il momento in cui Italo Calvino entra in contatto con il mazzo Colleoni. 

Nel 1973 lo scrittore pubblica Il castello dei destini incrociati, un libro costruito a partire dalle immagini dei tarocchi, che diventano una vera e propria “macchina narrativa”: un gruppo di viaggiatori, rimasti senza parola, racconta la propria storia disponendo le carte sul tavolo.

Nulla di troppo diverso da quello che accade oggi ad eventi e cene: i tarocchi con Calvino diventano un momento per riconoscersi e per raccontarsi. 

Italo Calvino posa come Il Bagatto per il libro I Tarocchi dei Visconti. Foto Alessia Baranello

“Calvino è uno dei primi autori a cui dobbiamo la celebrità moderna del nostro mazzo”, spiega Plebani, “Con l’editore Franco Maria Ricci nel 1969 pubblica la prima riproduzione fotografica completa del Colleoni e, invitato a scrivere un testo per il volume, finisce per costruire un intero libro a partire dalle carte”. 

È in occasione della pubblicazione de i Tarocchi dei Visconti che Calvino arriva addirittura a mettersi in scena dentro il mazzo: in una fotografia che accompagna il libro, oggi esposta all’Accademia, lo scrittore posa come il Bagatto, il mago che apre la sequenza degli arcani maggiori. 

Ma Calvino non è l’unico a “sbattere la testa sui tarocchi”, come scrive in una lettera a Ricci, e neppure l’unico artista del Novecento a rappresentarsi come la prima carta del gioco.  

Nel Novecento e oltre

Il Bagatto — il mago che apre la sequenza degli arcani maggiori — è un prestigiatore, un giocoliere, un ruffiano. Indossa un enorme cappello e di fronte a lui ha disposti sul tavolo una serie di “ingredienti” — acqua, fuoco, terra, aria — con i quali proverà a ricostruire il mondo da zero. Nel Novecento, secolo di rivoluzioni sociali e artistiche che vogliono mettere a soqquadro lo status quo, molti artisti sembrano riconoscersi proprio in questa figura ambigua e nel suo gesto originario: combinare elementi diversi per generare nuove visioni del mondo.

Una mostra non è un libro: è una messa in scena in cui gli oggetti raccontano una storia.

Paolo Plebani

Alcuni, come Victor Brauner, nel dipinto Il Surrealista, si rappresentano proprio nei panni del Bagatto, circondati dagli oggetti simbolici del tavolo del mago. Altri, come Leonora Carrington, arrivano a creare veri e propri mazzi di tarocchi, reinterpretando gli arcani maggiori attraverso il suo universo visionario popolato da animali fantastici, alchimie e figure ibride. Altri ancora, come Niki de Saint Phalle, trasformano i tarocchi in architettura: nelle sale finali della mostra compaiono immagini e modelli del suo Giardino dei Tarocchi, il parco di sculture monumentali costruito in Toscana tra gli anni Settanta e Novanta. 

Niki de Saint Phalle, Tarocchi, La Temperanza , 2002, DSM Leinfelden- Echterdingen, DSM Inv.-Nr. 2003- 479, Landesmuseum Württemberg

Tra le teche della sezione novecentesca compare anche la rivista surrealista Minotaure, fondata a Parigi nel 1933. In uno dei numeri esposti la copertina disegnata da André Derain sovrappone alla figura del Minotauro alcune carte di un mazzo di tarocchi di Marsiglia.  

I tarocchi, insomma, cominciano a significare qualcosa di diverso per tutti ed è qui che sta la ragione della loro sopravvivenza attraverso sei secoli. “Le immagini sono sempre un testo aperto”, dice Plebani, “ma nei tarocchi questa caratteristica è particolarmente evidente”. 

E se il secolo scorso è stato quello del Bagatto, chissà quale carta del mazzo finirà per rappresentare il nostro. 

Mostra: :
“Tarocchi. Le origini. Le carte. La fortuna”
A cura di:
Paolo Plebani
Dove :
Accademia Carrara, Bergamo
Date:
27 febbraio - 2 giugno 2026

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