Il Premio Pritzker 2026 per l’architettura va a Smiljan Radić Clarke, architetto cileno che nel 1995 ha fondato lo studio che ne porta il nome a Santiago, in Cile. La sua è un’architettura vulnerabile, segnata da una forte presenza emozionale — una “architettura come atto di fede”, come scrive il direttore editoriale di Domus, Walter Mariotti — fatta di edifici che sembrano proteggere e accogliere le persone più che sorprenderle, progettati per catturare l’essenza dei luoghi insieme allo scorrere del tempo e ai mutamenti della luce.
“Attraverso un corpus di opere collocato tra incertezza, sperimentazione materica e memoria culturale, Smiljan Radić privilegia la fragilità rispetto a qualsiasi pretesa di certezza. I suoi edifici appaiono temporanei o deliberatamente incompiuti — quasi sul punto di scomparire — ma offrono un rifugio strutturato e silenziosamente gioioso, che accoglie la vulnerabilità come condizione intrinseca dell’esperienza umana”, ha dichiarato la giuria del premio.
“L’architettura esiste tra forme grandi e durevoli — strutture che restano sotto il sole per secoli — e costruzioni più piccole e fragili, effimere e spesso senza un destino chiaro. In questa tensione tra tempi diversi cerchiamo di creare esperienze con una presenza emozionale, che invitino le persone a fermarsi e a riconsiderare un mondo che troppo spesso scorre davanti a loro con indifferenza”, dice Radić.
Tra le opere che manifestano chiaramente il suo metodo progettuale, la sua interpretazione del Serpentine Pavilion nel 2014 è forse il più noto a livello internazionale: una struttura leggera e quasi primitiva, un guscio translucido sostenuto da grandi pietre naturali che trasformano il padiglione in un rifugio temporaneo nel paesaggio di Kensington Gardens.
Il rapporto tra architettura e paesaggio ritorna in molte opere di Radić, i cui edifici spesso si orientano per proteggersi dai venti, filtrare la luce o incorniciare porzioni di territorio, costruendo un dialogo diretto con il contesto naturale. È il caso della Pite House, affacciata sull’oceano Pacifico, o della Carbonero House (Casa del Carbonero), immersa nelle campagne cilene.
Questo approccio emerge anche negli interventi urbani, come nel Teatro Regional del Bío-Bío, a Concepción, o con il centro culturale Nave, a Santiago, che nasce dal recupero di un edificio danneggiato dal terremoto del 2010.
