Domus 1110 è in edicola

Dai progetti di Elizabeth Diller alla piattaforma galleggiante per il Muyuna Fest in Amazzonia, nel numero di marzo il guest editor Ma Yansong esplora l'architettura come processo collettivo. 

C’è una parola che questo numero pronuncia con ostinazione, e quella parola è insieme. Non come slogan. Come condizione necessaria. Come unica risposta praticabile a un mondo che ha smesso di funzionare nel momento in cui qualcuno ha convinto tutti che bastasse una mente sola, un disegno solo, una pianta firmata da un nome solo, per fare architettura.

Esce Domus 1110, numero di marzo 2026, affidato al guest editor Ma Yansong, che con la semplicità di chi non ha bisogno di stupire enuncia la tesi centrale: il progetto contemporaneo non può più essere un atto solitario. È uno sport di squadra. Lo dice anche la copertina di Marta Cerdà Alimbau: quattro cordoncini intrecciati che formano una rete. Non una metafora decorativa, ma un diagramma strutturale: persone, luoghi, saperi tenuti insieme dalla tensione reciproca.

Domus 1110, Marzo 2026

Il dibattito teorico si apre su scala planetaria. Jason Ho del Mapping Workshop chiede di mettere le persone al centro dei processi urbani, non come beneficiari ma come protagonisti. Nasios Varnavas ed Era Savvides di Urban Radicals rivendicano l’indissolubilità tra etica ed estetica: la forma come modo di prendersi cura. Liu Yuelai esplora i giardini comunitari come strumenti di micro-rigenerazione, capaci di riparare i legami sociali dal basso. Cass R. Sunstein riflette sui limiti cognitivi che ci rendono incapaci di decidere per il futuro. Collectif Etc propone la narrazione collaborativa come strumento di ascolto nei territori complessi. May East e Jude Barber di Collective Architecture portano la questione dove brucia di più: la giustizia spaziale, il punto di vista delle donne, il “mutualismo co-evolutivo”, dove la partecipazione non è un’aggiunta al processo ma la condizione che lo rende possibile.

I progetti danno corpo a queste teorie. Rómulo Moya Peralta costruisce una piattaforma galleggiante per il Muyuna Fest a Iquitos, in Amazzonia: un’architettura che disimpara le regole della terraferma per seguire i ritmi del fiume. In Vietnam Vo Trong Nghia realizza con terra battuta e bambù la scuola Nuoc Ui, integrata nel paesaggio montuoso delle minoranze etniche. A Shenzhen Zhu Xiaodi sperimenta il “Soft Square”. A Roskilde Kunlé Adeyemi e Aga Filipowicz costruiscono piattaforme collettive. A Logroño Leopold Banchini e Andrea Rodriguez Novoa portano i bagni pubblici in strada. Song Dong presenta Borrow Light. In Myanmar Raphaël Ascoli e KoZin / Blue Temple rispondono a conflitti e disastri naturali con strutture modulari in bambù. Assemble Play trasforma il gioco stesso in uno strumento di progettazione urbana.

Domus 1110 diario, marzo 2026

Il fatto del mese è Milano Cortina 2026: lo specchio di un Paese che sa raccontarsi meglio di quanto sappia costruirsi. Una pista da bob da 120 milioni per meno di cento atleti. Foreste di larici compensate con piantine. La parola “sostenibilità” ripetuta cento volte mentre il cemento cola. Walter Mariotti apre il numero da qui, perché l’insostenibilità olimpica è la metafora perfetta del tempo che viviamo. Nessun Neo verrà a liberarci da questa Matrix autoinflitta.

Simona Bordone ci porta all’opposto: Tokyo 1964, Kenzo Tange, lo Yoyogi National Gymnasium. Un edificio costruito con l’angoscia di chi sa che deve durare più a lungo dell’evento per cui è stato pensato. Sessant’anni dopo, dura ancora. La pista da bob di Cesana Pariol, costruita per Torino 2006, è chiusa dal 2011. Il confronto non ha bisogno di commento.

Loredana Mascheroni incontra Konstantin Grcic, designer e curatore di White Out alla Triennale, dedicata al futuro degli sport invernali. Grcic è ottimista. Forse troppo, ammette lui stesso. Ma il rifiuto della resa, quando è intellettualmente onesto, ha la sua dignità.

Poi: Nicola Ermanno Barracchia sul principio del Due — l’arco, la diplomazia discreta, chi arriva primo non sempre sale sul podio. Valeria Casali ed Elena Sommariva con le Letture globali: Ise Gropius, Beatriz Colomina, Davide Vargas, Eileen Gray riscoperta come pioniera ancora attuale. Paul Smith sui tombini di Roma e Londra: i chiusini come archeologia a portata di piede, SPQR come promemoria che la storia cammina sotto di noi, letteralmente. Francesco Franchi con The Momney Project: ripensare le banconote dell’euro a partire dal lavoro di cura invisibile delle madri — sedici miliardi di ore al giorno, il 76 per cento svolto da donne. Se il denaro certifica il valore, questa è la domanda più urgente del design contemporaneo.

Valentina Petrucci incontra Tim Parks, scrittore britannico trapiantato in Italia, che ha imparato a guardare la pittura camminandoci dentro: leggendo il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis come un romanzo — da sotto a sopra, da sinistra a destra, la narrazione entra in scena. Matt Shaw documenta People’s Architecture Office e Rural Urban Framework: la Plugin House, le case ipogee nel nord della Cina reinventate come sistemi dinamici tra storia e comunità.

Alberto Mingardi ci porta a New Lanark, nel sogno costruito di Robert Owen: rifiutò il lavoro minorile, costruì un Institute for the Formation of Character con portico dorico e gallerie per la musica, poi partì per l’America nel 1825 sognando di moltiplicare l’esperienza. Andò male. Ogni tanto capita anche ai sogni più belli.

Elena Sommariva racconta Punto Luce al Gallaratese, il primo edificio realizzato ex novo da Save the Children, progettato da Aoumm: legno prefabbricato, tetto verde che cambierà colore con le stagioni, pensato ascoltando i ragazzi del quartiere. Un regalo alla periferia nord-ovest di Milano. Silvana Annicchiarico presenta Scatter d — la ricerca Is It Worth It? di Bahar Pourmoghadam e Marco Cattivelli, che abbraccia il difetto e trasforma l’imperfezione in linguaggio dichiarato: un piccolo sabotaggio poetico contro l’ortodossia della perfezione industriale. Alessandro Benetti racconta la casa radicale di Legnano: terra cruda, paglia, canapa, stufa a legna ricaricata due volte al giorno, parquet di recupero posato con i propri figli. Questo è il progetto esecutivo del futuro.

Walter Mariotti firma anche l’incontro con Mariacristina Gribaudi. Altalena rossa, profumo d’acciaio, sei figli, maratone, Keyline, Palazzo Ducale: una donna che ha capito che fabbrica e famiglia, arte e impresa sono stanze diverse della stessa casa, e che basta trovare il ritmo giusto per attraversarle tutte. E il pezzo su Sensoria Dolomites, hotel sull’Alpe di Siusi: dove arte non significa decorazione ma esperienza condivisa, dove il lusso vero è la qualità della relazione, non l’esclusività del prezzo.

Daniela Brogi chiude con Sentimental Value di Joachim Trier: uno smartphone, un selfie, una casa a Oslo, una madre morta suicida, un regista che vuole girare un film nei luoghi della sua infanzia. La memoria non è un mondo di proiezioni legate al tempo. È una faccenda sentimentale di spazi.

Esattamente come questo numero.

Buona lettura.

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