Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Domus 1108, gennaio 2026.
Più che un premio sembra un mandato. Gibellina assume il titolo di “Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026” non come riconoscimento celebrativo, ma come strumento operativo e progettuale. È una differenza sostanziale che chiarisce perché questa piccola città del trapanese, con i suoi ruderi trasformati in monumenti e le sue installazioni artistiche create prima che si chiamassero così, rappresenti qualcosa di molto più radicale di un museo diffuso.
La storia è nota. Terremoto del 1968. Visione utopica dell’avvocato Ludovico Corrao, una figura steineriana della volontà che si pone subito fuori dalla storia e, di fronte all’orrore della natura, chiama Burri, Consagra, Pomodoro, Cascella, Cucchi, Melotti, Mendini, Rotella e molti altri. Per invertire la tendenza del mondo, donando a una delle aree più critiche d’Europa l’arte come antidoto alla devastazione, alla morte, all’oblio.
Sperando nella redenzione. Un’idea meravigliosa e visionaria quella del Sindaco Corrao, tragica e fiduciosa nell’arte più che nel genere umano. Un progetto tanto lucente quanto caduco, che non riesce a far scattare la partecipazione lasciando Gibellina a livello di embrione, molto diversa dal sogno di Corrao.
Oggi, però, non è ieri. A oltre 50 anni dall’avvio della ricostruzione, con questa nomina Gibellina torna a essere laboratorio di visione in cui l’arte si fa strumento per immaginare il futuro. Non è nostalgia, ma metodo.
La città che nacque dalla tragedia come esperimento culturale ora s’interroga su cosa significhi essere memoria e progetto, conservazione e trasformazione. “Portami il futuro”, titolo del programma, è perfetto nella sua doppia valenza: imperativo e richiesta d’aiuto, slancio e vulnerabilità.
Se il Novecento ha insegnato che l’arte può immaginare di ricostruire una città, il 2026 deve dimostrare che può anche salvarla.
Dal 15 gennaio 2026 – anniversario del sisma – Gibellina diventerà un palinsesto esteso di mostre, residenze per artisti, performance, percorsi educativi. L’obiettivo è coinvolgere cittadini e artisti nello spirito di Corrao, costruendo un’eredità culturale non limitata all’anno del titolo. Ci riuscirà? Per rispondere bisogna capire perché ha vinto contro Carrara, Gallarate, Pescara e Todi.
La giuria è stata esplicita: Gibellina è pioniera della rigenerazione urbana, capace di essere insieme città-opera e città da abitare. È questa tensione dialettica – per nulla risolta e forse irrisolvibile – che ne fa un caso unico. Diversissimo da Matera, che si scopre antica e si fa turismo, e opposto a Venezia, che si consuma nella propria bellezza decadente. La verità è che Gibellina, territorio fatto paesaggio da una Land Art che trasforma lo spazio privato in pubblico, resta il luogo del revenant, il fantasma del trauma originario che, attraverso l’arte, tenta di esorcizzarlo testimoniandolo.
A pochi chilometri, immobile, un’immensa colata di cemento resta la pietra tombale sopra qualunque retorica della rigenerazione, la negazione di ogni idea di sostenibilità.
È il Cretto di Burri. Maestoso, irrisolto, inaudito nel senso greco. A ricordare che alcune ferite non si possono cicatrizzare, ma solo monumentalizzare. Intorno, un’altra domanda: cos’è davvero l’arte contemporanea? E cosa può contro un Mezzogiorno che i dati raccontano in spopolamento, abbandono, degrado?
Andrea Cusumano, direttore artistico del progetto con Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta, è la figura giusta per rispondere. Psicologo clinico convertito alla teoria scenica, parla di arte come pratica di presenza, non di rappresentazione. Un qui e ora chiamato ad abitare i luoghi, costruire relazioni, trasformare corpi e menti. Il budget promosso dal Ministero della Cultura e dalla Regione Siciliana aiuta: circa quattro milioni. Le ambizioni, però, sono più grandi: fare – di nuovo – di Gibellina un punto di riferimento nazionale per l’arte contemporanea, un catalizzatore culturale per l’intera Sicilia, rinnovando la scommessa che un territorio possa reinventarsi proprio attraverso la propria marginalità. Grazie all’arte e solo all’arte.
Il programma, ambiziosissimo, è frutto del dialogo con un comitato curatoriale e scientifico di primo livello: video-installazioni di Masbedo e Adrian Paci nel Teatro di Consagra; dialoghi tra Accardi, Battaglia, Boero, Ducrot e Vigo; una grande mostra sul Mediterraneo. E la riattivazione di ogni singola opera voluta da Corrao. La vera domanda, però, rimane: in un anno di attenzione, Gibellina Nuova sarà in grado di trasformare decenni di abbandono in un modello sostenibile? Riuscirà a fare di questo riconoscimento non un ennesimo momento di gloria, ma l’innesco di una vera trasformazione strutturale?
Forse la risposta la darà la capacità di non accontentarsi del risultato, di non ‘celebrare’ l’arte, ma di ‘interrogare’ attraverso l’arte, restituendole quella capacità energetica e politica che l’antichità classica e mediterranea aveva ispirato a Corrao. Del resto, Gibellina è sempre stata questo: una piccola città che continua a urlare domande senza offrire certezze. Una città di fondazione dove l’arte non decora lo spazio pubblico, ma lo ripensa. Dove abitare significa confrontarsi con una bellezza scomoda, con una memoria che non concede sconti, con un futuro difficile da decifrare.
Se il Novecento ha insegnato che l’arte può immaginare di ricostruire una città, il 2026 deve dimostrare che può anche salvarla. Non dalla storia – da quella non si scappa –, ma dall’indifferenza. Questa, forse, è l’unica utopia che valga ancora la pena tentare.
Immagine di apertura: Mimmo Paladino, Montagna di Sale, 1992, Gibellina, Trapani, SIAE 2025
