Nel 1933, un giovane svizzero di 21 anni parte dalla sua terra d'origine, il Canton Turgovia, e decide di raggiungere a piedi l'Africa. Percorre la penisola italiana fermandosi a Capri e a Positano. Prosegue poi fino a Palermo, dove sale su una nave che lo porta a Tunisi. Camminando o chiedendo passaggi in camion, va dalla Tunisia al Marocco. In Algeria, incontra il deserto e si ferma nell'oasi di Biskra, per poi raggiungere più a sud la città di Touggourt. Durante questo viaggio—che fu poi seguito, tra il 1949 e il 1952, da altri quattro—realizza un reportage di straordinaria bellezza, le cui immagini sono oggi in mostra a Lugano, a Villa Ciani, fino al 10 marzo.
Peter W. Häberlin (1912-1953) è una figura inconsueta: per doveri familiari, compie un primo apprendistato come pasticcere, ma dopo il servizio militare comprende subito che il suo Paese, la Svizzera, è ormai diventato un orizzonte troppo ristretto per il suo carattere. La fotografia gli offre così un destino di segno diverso.
Rientrato in patria dal suo primo viaggio, Häberlin si forma in scultura e fotografia presso l'Alta Scuola Anseatica di Amburgo, per poi trasferirsi, a causa della Seconda guerra mondiale, a Zurigo presso la Scuola di arti applicate. Qui studia sotto la guida del tedesco Hans Finsler che, chiamato nel 1932 a organizzare il corso di fotografia della scuola zurighese, lo dirige fino al 1957.
Il nomade svizzero
Il suo lavoro sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse stato per il volume fotografico Yallah, i cui testi furono scritti da Paul Bowles. Una mostra alla villa Ciani di Lugano ripercorre l'opera di Peter W. Häberlin.
View Article details
- Laura Bossi
- 14 febbraio 2013
- Lugano
Dopo la scuola, inizia una collaborazione, interrotta da ampie pause con la rivista zurighese Du, che negli stessi anni pubblica le fotografie di Werner Bischof, René Groebli, Otto Pfenniger. Questa partecipazione, comunque, è l'unica di cui si ha una traccia precisa nel suo archivio, a testimoniarne l'irrequietezza caratteriale. Infatti, è solo nella dimensione del viaggio che Häberlin trova una sua compiutezza. Come racconta Alessia Borellini, in uno dei saggi del catalogo della mostra, la sua esistenza nomadica possiede una duplice valenza: "Vi è naturalmente il viaggio fisico, che condusse Häberlin per almeno cinque volte nel corso della sua vita a percorrere quasi le medesime vie nel deserto algerino, ma vi è anche il viaggio anteriore, che egli compì seguendo a volte traiettorie simili, a volte avanzando e poi ripercorrendo a ritroso esperienze, sensazioni e pensieri, perché il viaggio interiore è libero per definizione dai vincoli del tempo e dello spazio".
Come si può intuire il carattere del fotografo svizzero era lontano da perseguire con sistematicità il successo professionale, almeno nei termini ai quali molti sono abituati. Il lavoro di Häberlin sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse stato per la pubblicazione nel 1956, a tre anni dalla sua morte a soli 41 anni, di Yallah, un saggio fotografico che ne raccoglieva le immagini scattate durante i viaggi africani e di cui lo scrittore americano Paul Bowles, autore de Il tè nel deserto, scrisse l'introduzione. Il New Yorker ne pubblicò nel 1957 questa recensione: "Le fotografie sono opera di uno svizzero morto nel 1953 all'età di 41 anni che era, al di là di ogni dubbio, uno dei grandi fotografi del nostro tempo".
L'Africa logora l'uomo bianco completamente. L'integrità dell'anima si disintegra lentamente, e con quella l'intimità dell'anima
La mostra "Sahara. Peter W. Häberlin. Fotografie 1949-1952" è un omaggio all'idea di viaggio, un invito da non perdere davvero: sono 128 immagini in bianco e nero dal carattere unico, che accostano ai paesaggi del Sahara quelli dei villaggi nel Camerun settentrionale o delle tombe a cupola in Algeria centrale. Per poi trovare la sua intensità più forte nei ritratti dei bambini e delle giovani donne.
"Sahara. Peter W. Häberlin. Fotografie 1949-1952"
Villa Ciani, Parco Civico
Fino al 10 marzo 2013
Martedì–domenica 10.00–18.00, giovedì 10.00–21.00
Lugano, Svizzera