Ogni numero di Domus nasce da una meditazione. Questa volta è dichiarata fin dalla copertina: l’architettura è immagine. Non diventa immagine, non si serve dell’immagine, è immagine, nel senso più radicale e scomodo del termine. Ma Ma Yansong, guest editor, non lo dice come una resa. Lo dice come chi ha costruito abbastanza da sapere che ogni edificio nasce già come visione mentale, e che la capacità di comunicare quella forma non è un optional commerciale ma una condizione costitutiva del progetto contemporaneo. La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.
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Dai progetti di Oma, Snøhetta e Mvrdv alla Giza di Heneghan Peng, nel numero di giugno di Domus l’architettura non è una decorazione estetica, ma un’infrastruttura morale che ha “il coraggio di farsi vedere”
Testo Ma Yansong
Foto Cristian Lourenço
Courtesy iStock Photos
Testo Carwyn Morris, Chensi Shen, Yidan Karel Li
Foto Carwyn Morris
Testo Joseph Grima,Valentina Ciuf
Foto Piergiorgio Sorgetti, Agnese Bedini, Melania Dalle Grave / DSL Studio
Foto Mir, Plomp, Ilir Tsouko, Ossip van Duivenbode
Testo Jonathan Glancey
Foto Iwan Baan
Testo Oma
Foto Jason O’Rear, Jason Keen
Testo Snøhetta
Foto Tian Fangfang, Runzi Zhu
Testo David Chipperfield Architects
Foto Noshe
Foto Mads Smidstrup
Testo Wutopia Lab
Foto Guowei Liu
Testo Christopher Kupski
Foto Bridgit Beyer
Testo Hamonic + Masson & Associés Architectes
Foto Florian Bouziges, Design De Lux
Testo Nancy Spector
Foto Andrea Rossetti
Testo Es Devlin
Testo Hannes Koch, Florian Ortkrass
Foto Esteban Schunemann
Testo Juliette Bibasse, Joanie Lemercier
Foto Romain Testuz
Testi Matt Shaw
Foto Andrew Boyle
Foto Paulo Catrica, Francisco Ascensao
Testo e foto Matt Emmett
Testo Ma Yansong
Testo Walter Mariotti
Testo Valentina Petrucci
Testo Francesco Franchi
Testo Alberto Mingardi
Testo Antonio Armano
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- La redazione di Domus
- 08 giugno 2026
La domanda che attraversa il numero, “un’architettura virale è ancora architettura?”, non trova una risposta unica, né il numero la cerca. La apre su più fronti, la gira, la consegna a voci diverse. Il saggio di apertura affronta il fenomeno wanghong con una densità analitica rara nella stampa di settore: la stazione Liziba di Chongqing, dove i treni passano letteralmente attraverso gli edifici residenziali, è diventata uno dei luoghi più fotografati della Cina non per scelta di un architetto ma per risonanza collettiva spontanea su Xiaohongshu e TikTok. Lo spazio urbano si fa speculazione: chi ottiene like ottiene valore, chi perde la risonanza perde il proprio senso economico. È una forma di urbanistica algoritmica che nessun piano regolatore aveva previsto. Il wanghong è morto, l’articolo lo dichiara senza nostalgia, e già si trasforma nel suo successore. Lunga vita al wanghong.
Risponde, in dialogo implicito, il testo di Joseph Grima e Valentina Ciuffi, fondatori di Alcova, lo spazio espositivo nomade che ogni anno sceglie contenitori architettonici di straordinaria potenza iconica: l’ex Ospedale Militare di Baggio, Villa Bagatti Valsecchi, le serre Pasino. La loro tesi è precisa: l’immagine è il portale. Parla alla psiche, attrae l’occhio, genera il desiderio di presenza. Ma il portale deve aprirsi su qualcosa di sostanziale. L’architettura del contenitore è già il primo messaggio che l’opera manda al mondo, e se quel messaggio è vuoto, nessuna quantità di like potrà colmarlo.
A dare corpo alla domanda nel modo più diretto è la conversazione tra Ma Yansong ed Edi Rama, artista e Primo Ministro dell’Albania da quasi vent’anni. Rama dice una cosa che vale più di molti manifesti: “Non puoi mostrarmi una sola città brutta e prospera”. L’architettura eleva le persone o le deprime. Non è estetica: è politica. Tirana si sta trasformando, con Oma, Snøhetta, Mvrdv, con colori applicati sulle facciate grigie del periodo comunista come atti di resistenza civile, perché qualcuno ha avuto il coraggio di pensare che lo spazio costruito non è decorazione ma infrastruttura morale.
Il numero attraversa diversi progetti. Jonathan Glancey racconta il Grand Egyptian Museum di Heneghan Peng Architects a Giza: vent’anni di cantiere, cinquanta ettari di sito, un edificio che connette museo e deserto attraverso un ventaglio di linee prospettiche allineate alle piramidi di Khufu, Chefren e Micerino. Glancey ha l’onestà di scrivere che il museo completato perde qualcosa dell’eterna magia del progetto di concorso, quella tensione del non-ancora, dell’architettura come promessa. Eppure le folle si riversano già all’interno, ben prima che la metropolitana lo raggiunga. Oma presenta l’ampliamento del New Museum di New York: sette piani che dialogano con l’iconico edificio di Sanaa del 2007, monolitico di giorno e trasparente di notte, rivelando la propria anatomia interna al quartiere di Bowery.
Snøhetta firma la Grand Opera House di Shanghai ispirandosi ai movimenti fluidi del corpo nella danza: il tetto elicoidale è palcoscenico pubblico, piattaforma di osservazione, luogo di raccolta civica, un’architettura che recita prima ancora che si alzi il sipario. David Chipperfield Architects con Arup presenta l’Arena Milano nel quartiere Santa Giulia, sede olimpica invernale 2026, con la sua facciata di tubi di alluminio che scintilla di giorno e di notte si trasforma in schermo Led, rileggendo l’anfiteatro romano alla scala umana del quartiere. James Turrell porta ad Aarhus il suo Skyspace più ambizioso - quaranta metri di diametro, sedici di altezza, un oculo sul cielo che trasforma la percezione del tempo e della luce. “L’architettura tiene il cielo vicino”, scrive Turrell, “così che l’atto stesso di guardare diventi l’opera”. È una definizione di architettura che non ha nulla da spartire con la viralità, e tutto da spartire con la presenza.
Tra le pagine più affascinanti e suggestive del numero c’è la fotografia di Matt Emmett sugli edifici abbandonati: il National Gas Turbine Establishment, le acciaierie di Liegi, il carcere di Reading Gaol. Strutture che stanno scomparendo nell’incuria e nel silenzio, e che attraverso la fotografia ottengono un’ultima possibilità di essere riconosciute. Se l’unico modo per preservare la memoria di un’architettura è l’immagine, scrive Emmett, quell’attività di documentazione vale già qualcosa. Il numero si chiude idealmente con il progetto Mirage di Ma Yansong per la Tour Montparnasse, specchi concavi che avrebbero riflesso la Tour Eiffel capovolta sulla cicatrice di Parigi. Non è stato realizzato, né poteva esserlo: era un atto critico, uno specchio posto davanti alla storia ininterrotta del potere monumentale. A volte l’immagine che conta di più è quella che non si costruisce mai.
Nel Diario curato da Elena Sommariva il numero trova il suo respiro più personale. Mariotti apre con la Biennale Arte 2026 “In Minor Keys”, doppiamente orfana: della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025 a 57 anni, e della scommessa intellettuale che avrebbe potuto essere. Il team che aveva scelto porta a termine il lavoro di un’altra persona; non era il momento della scommessa, ma il tempo del rispetto, con un costo altissimo: la mostra prende la forma di un omaggio, non di una riflessione. L’apparato teorico è solido, ma la mostra che ne risulta è tra le più esili degli ultimi anni. Le opere dialogano sempre per affinità, mai per contrasto. Alla Biennale 2026 si respira, si cammina, ci si riposa. Nessuna scossa. Niente passione. Il dito, il dibattito attorno a Buttafuoco, ha soverchiato la luna. E la luna, questa volta, se lo meritava poco.
La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.
Simona Bordone recupera dall’Archivio il testo di Pierre Restany sulla Biennale del 1968: il parallelo con l’oggi è imbarazzante nella sua precisione. Il peggior nemico dell’artista, scriveva Restany, è il conformismo dei valori stabiliti, l’estetica dogmatica, la sclerosi dei generi tradizionali. Valentina Petrucci incontra Fabrizio Moretti che racconta della Visitazione di Pontormo a Carmignano, in una chiesa appartata, quasi segreta. Il cuore segreto del quadro non sta nell’abbraccio né nei colori acidi e innaturali che hanno reso Pontormo inconfondibile. Sta nell’ancella di sinistra che ci guarda. Il quadro non vuole essere visto: vuole vedere. Mariotti racconta il restauro di Villa Priuli Crisanti in Val Liona, condotto da Romina e Domenica Mimma Raulli nel segno della compatibilità, della reversibilità, della misura.
Come scrisse Cesare Brandi, il restauro non è un atto creativo: è un atto critico. E questa villa è ora di Andrea Crisanti, epidemiologo di fama mondiale che ha scelto di restituire parte del suo successo alla storia. Il Contrordine affronta l’Italia abbandonata: le stazioni chiuse nel 1986, i castelli demaniali, le caserme dismesse. Di chi è questo patrimonio? La risposta, sempre, è la stessa: è dello Stato, è di tutti, perciò di nessuno. Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. La cosa di cui qualcuno si prende concretamente cura. E allora, come sempre, buona lettura!
Foto Cristian Lourenço
Courtesy iStock Photos
L’interno e l’esterno dell’edificio diventano un’immagine multimediale programmabile e immersiva, ponendo al centro lo spettatore.
Foto Carwyn Morris
La diffusione delle immagini di luoghi ed edifici sui social media e l’interazione con chi li visita e li fotografa determinano la loro fama e incidono direttamente sul loro valore. Le logiche delle piattaforme e il capitalismo della sorveglianza si applicano oggi anche a territorio e architettura.
Foto Piergiorgio Sorgetti, Agnese Bedini, Melania Dalle Grave / DSL Studio
Consapevoli del potenziale virale dell’architettura di diventare strumento per comunicare all’istante le opere che espone, i fondatori di Alcova raccontano le dinamiche dell’attività di quel contenitore e i cambiamenti che essa riflette nella comunità di designer e pubblico
Alla vigilia del secondo festival dell’architettura a Tirana, una città che negli ultimi anni si sta trasformando grazie alle opere di progettisti internazionali, il Primo Ministro albanese parla del potere dell’architettura di influire sul modo in cui viviamo e di generare prosperità, e della necessità che rimanga ancorata allo spirito del luogo
Foto Iwan Baan
Frutto di un processo costruttivo lungo, complesso e ambizioso, il monumentale museo di Giza è un’architettura che incarna la potenza delle immagini
Foto Jason O’Rear, Jason Keen
Di giorno, il materiale che riveste il museo di New York conferisce un aspetto semplice e uniforme alle facciate. Di sera, la struttura diventa trasparente, comunicando all’esterno le attività e creando un’atmosfera invitante e coinvolgente
Foto Tian Fangfang, Runzi Zhu
Ispirato dai movimenti fluidi del corpo, più che un luogo per lo spettacolo il Teatro dell’Opera di Shanghai è un’esperienza dove l’architettura va in scena prima ancora che si alzi il sipario
Foto Noshe
Nel quartiere milanese di Santa Giulia, la nuova arena è connotata da una facciata cangiante: la finitura metallica ne determina l’aspetto diurno, mentre di notte le strisce LED permettono effetti di luce e multimediali di grandi dimensioni
Ad Aarhus, Danimarca, l’artista americano invita a sperimentare le qualità della luce naturale attraverso colori mutevoli, soprattutto all’alba e al tramonto, quando il cielo diventa parte integrante dell’opera
Foto Guowei Liu
A Suzhou, un ex setificio trasformato in un teatro s’ispira all’arte pittorica di Tang Bohu, combinandone i paesaggi monocromi e i vivaci dipinti di figura
Foto Bridgit Beyer
A New York, un involucro temporaneo trasforma la facciata dell’edificio in un’installazione cangiante di giorno e luminosa di sera
Foto Florian Bouziges, Design De Lux
A pochi chilometri da Parigi, un ristorante avvolto da una scultura metallica riflettente a cui sono appese 180 lampade a LED di sera diventa un enorme lampadario urbano che ravviva la piazza, creando un’ambientazione onirica
Foto Andrea Rossetti
Uno stesso approccio radicale nei confronti dell’appropriazione e della manipolazione di immagini è alla base dell’opera dei due artisti americani, che tracciano topografie specifiche degli Stati Unti
Tramite un poetico paesaggio visivo, sonoro e luminoso l’artista britannica mette in scena i ritmi universali delle migrazioni e invita a riflettere su quale sia il luogo a cui apparteniamo davvero
Foto Esteban Schunemann
Un gesto pittorico porta l’intangibile flusso digitale nel mondo fisico grazie al processo d’arte partecipata ideato dal collettivo londinese che incoraggia l’interazione fra uomo e tecnologia, proiettando la creatività umana sugli schermi luminosi di Piccadilly Circus
Foto Romain Testuz
Il duo belga invita a meditare sul tempo cosmico e sull’energia naturale con un’opera frutto di un approccio low-tech nel quale la luce è la protagonista. Un dittico analogico attivato dal sole prende vita solo quando le condizioni ambientali sono allineate
Foto Andrew Boyle
Nei progetti dello studio newyorkese, le immagini sono di dominio pubblico e attraggono il pubblico grazie alla loro familiarità e accessibilità
Usando le immagini sia come strumento progettuale sia come dispositivo di documentazione, questo studio si è reinventato grazie a una tecnica e un linguaggio visivo nuovi
Attraverso la fotografia, molti edifici oggi abbandonati assumono una nuova qualità estetica che ne sottolinea il valore architettonico, offrendo loro un’ultima possibilità di essere riconosciuti e apprezzati. Le immagini sono inoltre l’unico modo per preservarne la memoria