Domus 1113 è in edicola

Dai progetti di Oma, Snøhetta e Mvrdv alla Giza di Heneghan Peng, nel numero di giugno di Domus l’architettura non è una decorazione estetica, ma un’infrastruttura morale che ha “il coraggio di farsi vedere”

Editoriale / L’architettura è immagine L’interno e l’esterno dell’edificio diventano un’immagine multimediale programmabile e immersiva, ponendo al centro lo spettatore.

Testo Ma Yansong
Foto Cristian Lourenço
Courtesy iStock Photos

Saggio / Luci e ombre della città Wanghong La diffusione delle immagini di luoghi ed edifici sui social media e l’interazione con chi li visita e li fotografa determinano la loro fama e incidono direttamente sul loro valore. Le logiche delle piattaforme e il capitalismo della sorveglianza si applicano oggi anche a territorio e architettura.

Testo Carwyn Morris, Chensi Shen, Yidan Karel Li
Foto Carwyn Morris
 

Saggi / Immagini come portali Consapevoli del potenziale virale dell’architettura di diventare strumento per comunicare all’istante le opere che espone, i fondatori di Alcova raccontano le dinamiche dell’attività di quel contenitore e i cambiamenti che essa riflette nella comunità di designer e pubblico 

Testo Joseph Grima,Valentina Ciuf
Foto Piergiorgio Sorgetti, Agnese Bedini, Melania Dalle Grave / DSL Studio

Let's Chat to / Thomas Heatherwick Alla vigilia del secondo festival dell’architettura a Tirana, una città che negli ultimi anni si sta trasformando grazie alle opere di progettisti internazionali, il Primo Ministro albanese parla del potere dell’architettura di influire sul modo in cui viviamo e di generare prosperità, e della necessità che rimanga ancorata allo spirito del luogo

Foto Mir, Plomp, Ilir Tsouko, Ossip van Duivenbode

Architettura / Grand Egyptian Museum Frutto di un processo costruttivo lungo, complesso e ambizioso, il monumentale museo di Giza è un’architettura che incarna la potenza delle immagini 

Testo Jonathan Glancey
Foto Iwan Baan 

Architettura / New Museum Di giorno, il materiale che riveste il museo di New York conferisce un aspetto semplice e uniforme alle facciate. Di sera, la struttura diventa trasparente, comunicando all’esterno le attività e creando un’atmosfera invitante e coinvolgente

Testo Oma
Foto Jason O’Rear, Jason Keen

Architettura / Grand Opera House Ispirato dai movimenti fluidi del corpo, più che un luogo per lo spettacolo il Teatro dell’Opera di Shanghai è un’esperienza dove l’architettura va in scena prima ancora che si alzi il sipario

Testo Snøhetta
Foto Tian Fangfang, Runzi Zhu

Architettura / Arena Milano Nel quartiere milanese di Santa Giulia, la nuova arena è connotata da una facciata cangiante: la finitura metallica ne determina l’aspetto diurno, mentre di notte le strisce LED permettono effetti di luce e multimediali di grandi dimensioni

Testo David Chipperfield Architects
Foto Noshe

Arte / As seen below Ad Aarhus, Danimarca, l’artista americano invita a sperimentare le qualità della luce naturale attraverso colori mutevoli, soprattutto all’alba e al tramonto, quando il cielo diventa parte integrante dell’opera 

Foto Mads Smidstrup

Architettura / Verdant ridges A Suzhou, un ex setificio trasformato in un teatro s’ispira all’arte pittorica di Tang Bohu, combinandone i paesaggi monocromi e i vivaci dipinti di figura 

Testo Wutopia Lab
Foto Guowei Liu

Architettura / Prada fifth avenue facade A New York, un involucro temporaneo trasforma la facciata dell’edificio in un’installazione cangiante di giorno e luminosa di sera

Testo Christopher Kupski 
Foto Bridgit Beyer

Architettura / Mon nuage A pochi chilometri da Parigi, un ristorante avvolto da una scultura metallica riflettente a cui sono appese 180 lampade a LED di sera diventa un enorme lampadario urbano che ravviva la piazza, creando un’ambientazione onirica

Testo Hamonic + Masson & Associés Architectes
Foto Florian Bouziges, Design De Lux

Arte / Helter Skelter Uno stesso approccio radicale nei confronti dell’appropriazione e della manipolazione di immagini è alla base dell’opera dei due artisti americani, che tracciano topografie specifiche degli Stati Unti

Testo Nancy Spector
Foto Andrea Rossetti

Design / Take me home Tramite un poetico paesaggio visivo, sonoro e luminoso l’artista britannica mette in scena i ritmi universali delle migrazioni e invita a riflettere su quale sia il luogo a cui apparteniamo davvero

Testo Es Devlin

Design / Pixelography Un gesto pittorico porta l’intangibile flusso digitale nel mondo fisico grazie al processo d’arte partecipata ideato dal collettivo londinese che incoraggia l’interazione fra uomo e tecnologia, proiettando la creatività umana sugli schermi luminosi di Piccadilly Circus

Testo Hannes Koch, Florian Ortkrass
Foto Esteban Schunemann

Design /Solaris lumen Il duo belga invita a meditare sul tempo cosmico e sull’energia naturale con un’opera frutto di un approccio low-tech nel quale la luce è la protagonista. Un dittico analogico attivato dal sole prende vita solo quando le condizioni ambientali sono allineate

Testo Juliette Bibasse, Joanie Lemercier
Foto Romain Testuz

Tempi nuovi / Workac Nei progetti dello studio newyorkese, le immagini sono di dominio pubblico e attraggono il pubblico grazie alla loro familiarità e accessibilità 

Testi Matt Shaw
Foto Andrew Boyle

Tempi nuovi / Fala atelier Usando le immagini sia come strumento progettuale sia come dispositivo di documentazione, questo studio si è reinventato grazie a una tecnica e un linguaggio visivo nuovi

Foto Paulo Catrica,  Francisco Ascensao

Architettura senza architetti / Patrimonio dimenticato Attraverso la fotografia, molti edifici oggi abbandonati assumono una nuova qualità estetica che ne sottolinea il valore architettonico, offrendo loro un’ultima possibilità di essere riconosciuti e apprezzati. Le immagini sono inoltre l’unico modo per preservarne la memoria

Testo e foto Matt Emmett

Storie / Un'architettura che riflette sulla storia

Testo Ma Yansong

Il fatto del mese / Il dito e la luna. Molto rumore per quasi nulla

Testo Walter Mariotti

Dettagli / Fabrizio Moretti, l’arte si guarda con il corpo

Testo Valentina Petrucci

Grafica / Un’identità visiva per l’Amazzonia

Testo Francesco Franchi

Utopie e distopie / La civiltà del dibattito

Testo Alberto Mingardi

A casa di / La casina rosa di Guido Morselli

Testo Antonio Armano

Ogni numero di Domus nasce da una meditazione. Questa volta è dichiarata fin dalla copertina: l’architettura è immagine. Non diventa immagine, non si serve dell’immagine, è immagine, nel senso più radicale e scomodo del termine. Ma Ma Yansong, guest editor, non lo dice come una resa. Lo dice come chi ha costruito abbastanza da sapere che ogni edificio nasce già come visione mentale, e che la capacità di comunicare quella forma non è un optional commerciale ma una condizione costitutiva del progetto contemporaneo. La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.

La domanda che attraversa il numero, “un’architettura virale è ancora architettura?”, non trova una risposta unica, né il numero la cerca. La apre su più fronti, la gira, la consegna a voci diverse. Il saggio di apertura affronta il fenomeno wanghong con una densità analitica rara nella stampa di settore: la stazione Liziba di Chongqing, dove i treni passano letteralmente attraverso gli edifici residenziali, è diventata uno dei luoghi più fotografati della Cina non per scelta di un architetto ma per risonanza collettiva spontanea su Xiaohongshu e TikTok. Lo spazio urbano si fa speculazione: chi ottiene like ottiene valore, chi perde la risonanza perde il proprio senso economico. È una forma di urbanistica algoritmica che nessun piano regolatore aveva previsto. Il wanghong è morto, l’articolo lo dichiara senza nostalgia, e già si trasforma nel suo successore. Lunga vita al wanghong.

Editoriale, Domus 1113, giugno 2026

Risponde, in dialogo implicito, il testo di Joseph Grima e Valentina Ciuffi, fondatori di Alcova, lo spazio espositivo nomade che ogni anno sceglie contenitori architettonici di straordinaria potenza iconica: l’ex Ospedale Militare di Baggio, Villa Bagatti Valsecchi, le serre Pasino. La loro tesi è precisa: l’immagine è il portale. Parla alla psiche, attrae l’occhio, genera il desiderio di presenza. Ma il portale deve aprirsi su qualcosa di sostanziale. L’architettura del contenitore è già il primo messaggio che l’opera manda al mondo, e se quel messaggio è vuoto, nessuna quantità di like potrà colmarlo.

A dare corpo alla domanda nel modo più diretto è la conversazione tra Ma Yansong ed Edi Rama, artista e Primo Ministro dell’Albania da quasi vent’anni. Rama dice una cosa che vale più di molti manifesti: “Non puoi mostrarmi una sola città brutta e prospera”. L’architettura eleva le persone o le deprime. Non è estetica: è politica. Tirana si sta trasformando, con Oma, Snøhetta, Mvrdv, con colori applicati sulle facciate grigie del periodo comunista come atti di resistenza civile, perché qualcuno ha avuto il coraggio di pensare che lo spazio costruito non è decorazione ma infrastruttura morale.

Il numero attraversa diversi progetti. Jonathan Glancey racconta il Grand Egyptian Museum di Heneghan Peng Architects a Giza: vent’anni di cantiere, cinquanta ettari di sito, un edificio che connette museo e deserto attraverso un ventaglio di linee prospettiche allineate alle piramidi di Khufu, Chefren e Micerino. Glancey ha l’onestà di scrivere che il museo completato perde qualcosa dell’eterna magia del progetto di concorso, quella tensione del non-ancora, dell’architettura come promessa. Eppure le folle si riversano già all’interno, ben prima che la metropolitana lo raggiunga. Oma presenta l’ampliamento del New Museum di New York: sette piani che dialogano con l’iconico edificio di Sanaa del 2007, monolitico di giorno e trasparente di notte, rivelando la propria anatomia interna al quartiere di Bowery

Diario, Domus 1113, giugno 2026

Snøhetta firma la Grand Opera House di Shanghai ispirandosi ai movimenti fluidi del corpo nella danza: il tetto elicoidale è palcoscenico pubblico, piattaforma di osservazione, luogo di raccolta civica, un’architettura che recita prima ancora che si alzi il sipario. David Chipperfield Architects con Arup presenta l’Arena Milano nel quartiere Santa Giulia, sede olimpica invernale 2026, con la sua facciata di tubi di alluminio che scintilla di giorno e di notte si trasforma in schermo Led, rileggendo l’anfiteatro romano alla scala umana del quartiere. James Turrell porta ad Aarhus il suo Skyspace più ambizioso - quaranta metri di diametro, sedici di altezza, un oculo sul cielo che trasforma la percezione del tempo e della luce. “L’architettura tiene il cielo vicino”, scrive Turrell, “così che l’atto stesso di guardare diventi l’opera”. È una definizione di architettura che non ha nulla da spartire con la viralità, e tutto da spartire con la presenza.

Tra le pagine più affascinanti e suggestive del numero c’è la fotografia di Matt Emmett sugli edifici abbandonati: il National Gas Turbine Establishment, le acciaierie di Liegi, il carcere di Reading Gaol. Strutture che stanno scomparendo nell’incuria e nel silenzio, e che attraverso la fotografia ottengono un’ultima possibilità di essere riconosciute. Se l’unico modo per preservare la memoria di un’architettura è l’immagine, scrive Emmett, quell’attività di documentazione vale già qualcosa. Il numero si chiude idealmente con il progetto Mirage di Ma Yansong per la Tour Montparnasse, specchi concavi che avrebbero riflesso la Tour Eiffel capovolta sulla cicatrice di Parigi. Non è stato realizzato, né poteva esserlo: era un atto critico, uno specchio posto davanti alla storia ininterrotta del potere monumentale. A volte l’immagine che conta di più è quella che non si costruisce mai.

Contrordine, Domus 1113, giugno 2026

Nel Diario curato da Elena Sommariva il numero trova il suo respiro più personale. Mariotti apre con la Biennale Arte 2026 “In Minor Keys”, doppiamente orfana: della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025 a 57 anni, e della scommessa intellettuale che avrebbe potuto essere. Il team che aveva scelto porta a termine il lavoro di un’altra persona; non era il momento della scommessa, ma il tempo del rispetto, con un costo altissimo: la mostra prende la forma di un omaggio, non di una riflessione. L’apparato teorico è solido, ma la mostra che ne risulta è tra le più esili degli ultimi anni. Le opere dialogano sempre per affinità, mai per contrasto. Alla Biennale 2026 si respira, si cammina, ci si riposa. Nessuna scossa. Niente passione. Il dito, il dibattito attorno a Buttafuoco, ha soverchiato la luna. E la luna, questa volta, se lo meritava poco.

La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere.

Simona Bordone recupera dall’Archivio il testo di Pierre Restany sulla Biennale del 1968: il parallelo con l’oggi è imbarazzante nella sua precisione. Il peggior nemico dell’artista, scriveva Restany, è il conformismo dei valori stabiliti, l’estetica dogmatica, la sclerosi dei generi tradizionali. Valentina Petrucci incontra Fabrizio Moretti che racconta della Visitazione di Pontormo a Carmignano, in una chiesa appartata, quasi segreta. Il cuore segreto del quadro non sta nell’abbraccio né nei colori acidi e innaturali che hanno reso Pontormo inconfondibile. Sta nell’ancella di sinistra che ci guarda. Il quadro non vuole essere visto: vuole vedere. Mariotti racconta il restauro di Villa Priuli Crisanti in Val Liona, condotto da Romina e Domenica Mimma Raulli nel segno della compatibilità, della reversibilità, della misura. 

Come scrisse Cesare Brandi, il restauro non è un atto creativo: è un atto critico. E questa villa è ora di Andrea Crisanti, epidemiologo di fama mondiale che ha scelto di restituire parte del suo successo alla storia. Il Contrordine affronta l’Italia abbandonata: le stazioni chiuse nel 1986, i castelli demaniali, le caserme dismesse. Di chi è questo patrimonio? La risposta, sempre, è la stessa: è dello Stato, è di tutti, perciò di nessuno. Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. La cosa di cui qualcuno si prende concretamente cura. E allora, come sempre, buona lettura!

Editoriale / L’architettura è immagine Testo Ma Yansong
Foto Cristian Lourenço
Courtesy iStock Photos

L’interno e l’esterno dell’edificio diventano un’immagine multimediale programmabile e immersiva, ponendo al centro lo spettatore.

Saggio / Luci e ombre della città Wanghong Testo Carwyn Morris, Chensi Shen, Yidan Karel Li
Foto Carwyn Morris
 

La diffusione delle immagini di luoghi ed edifici sui social media e l’interazione con chi li visita e li fotografa determinano la loro fama e incidono direttamente sul loro valore. Le logiche delle piattaforme e il capitalismo della sorveglianza si applicano oggi anche a territorio e architettura.

Saggi / Immagini come portali Testo Joseph Grima,Valentina Ciuf
Foto Piergiorgio Sorgetti, Agnese Bedini, Melania Dalle Grave / DSL Studio

Consapevoli del potenziale virale dell’architettura di diventare strumento per comunicare all’istante le opere che espone, i fondatori di Alcova raccontano le dinamiche dell’attività di quel contenitore e i cambiamenti che essa riflette nella comunità di designer e pubblico 

Let's Chat to / Thomas Heatherwick Foto Mir, Plomp, Ilir Tsouko, Ossip van Duivenbode

Alla vigilia del secondo festival dell’architettura a Tirana, una città che negli ultimi anni si sta trasformando grazie alle opere di progettisti internazionali, il Primo Ministro albanese parla del potere dell’architettura di influire sul modo in cui viviamo e di generare prosperità, e della necessità che rimanga ancorata allo spirito del luogo

Architettura / Grand Egyptian Museum Testo Jonathan Glancey
Foto Iwan Baan 

Frutto di un processo costruttivo lungo, complesso e ambizioso, il monumentale museo di Giza è un’architettura che incarna la potenza delle immagini 

Architettura / New Museum Testo Oma
Foto Jason O’Rear, Jason Keen

Di giorno, il materiale che riveste il museo di New York conferisce un aspetto semplice e uniforme alle facciate. Di sera, la struttura diventa trasparente, comunicando all’esterno le attività e creando un’atmosfera invitante e coinvolgente

Architettura / Grand Opera House Testo Snøhetta
Foto Tian Fangfang, Runzi Zhu

Ispirato dai movimenti fluidi del corpo, più che un luogo per lo spettacolo il Teatro dell’Opera di Shanghai è un’esperienza dove l’architettura va in scena prima ancora che si alzi il sipario

Architettura / Arena Milano Testo David Chipperfield Architects
Foto Noshe

Nel quartiere milanese di Santa Giulia, la nuova arena è connotata da una facciata cangiante: la finitura metallica ne determina l’aspetto diurno, mentre di notte le strisce LED permettono effetti di luce e multimediali di grandi dimensioni

Arte / As seen below Foto Mads Smidstrup

Ad Aarhus, Danimarca, l’artista americano invita a sperimentare le qualità della luce naturale attraverso colori mutevoli, soprattutto all’alba e al tramonto, quando il cielo diventa parte integrante dell’opera 

Architettura / Verdant ridges Testo Wutopia Lab
Foto Guowei Liu

A Suzhou, un ex setificio trasformato in un teatro s’ispira all’arte pittorica di Tang Bohu, combinandone i paesaggi monocromi e i vivaci dipinti di figura 

Architettura / Prada fifth avenue facade Testo Christopher Kupski 
Foto Bridgit Beyer

A New York, un involucro temporaneo trasforma la facciata dell’edificio in un’installazione cangiante di giorno e luminosa di sera

Architettura / Mon nuage Testo Hamonic + Masson & Associés Architectes
Foto Florian Bouziges, Design De Lux

A pochi chilometri da Parigi, un ristorante avvolto da una scultura metallica riflettente a cui sono appese 180 lampade a LED di sera diventa un enorme lampadario urbano che ravviva la piazza, creando un’ambientazione onirica

Arte / Helter Skelter Testo Nancy Spector
Foto Andrea Rossetti

Uno stesso approccio radicale nei confronti dell’appropriazione e della manipolazione di immagini è alla base dell’opera dei due artisti americani, che tracciano topografie specifiche degli Stati Unti

Design / Take me home Testo Es Devlin

Tramite un poetico paesaggio visivo, sonoro e luminoso l’artista britannica mette in scena i ritmi universali delle migrazioni e invita a riflettere su quale sia il luogo a cui apparteniamo davvero

Design / Pixelography Testo Hannes Koch, Florian Ortkrass
Foto Esteban Schunemann

Un gesto pittorico porta l’intangibile flusso digitale nel mondo fisico grazie al processo d’arte partecipata ideato dal collettivo londinese che incoraggia l’interazione fra uomo e tecnologia, proiettando la creatività umana sugli schermi luminosi di Piccadilly Circus

Design /Solaris lumen Testo Juliette Bibasse, Joanie Lemercier
Foto Romain Testuz

Il duo belga invita a meditare sul tempo cosmico e sull’energia naturale con un’opera frutto di un approccio low-tech nel quale la luce è la protagonista. Un dittico analogico attivato dal sole prende vita solo quando le condizioni ambientali sono allineate

Tempi nuovi / Workac Testi Matt Shaw
Foto Andrew Boyle

Nei progetti dello studio newyorkese, le immagini sono di dominio pubblico e attraggono il pubblico grazie alla loro familiarità e accessibilità 

Tempi nuovi / Fala atelier Foto Paulo Catrica,  Francisco Ascensao

Usando le immagini sia come strumento progettuale sia come dispositivo di documentazione, questo studio si è reinventato grazie a una tecnica e un linguaggio visivo nuovi

Architettura senza architetti / Patrimonio dimenticato Testo e foto Matt Emmett

Attraverso la fotografia, molti edifici oggi abbandonati assumono una nuova qualità estetica che ne sottolinea il valore architettonico, offrendo loro un’ultima possibilità di essere riconosciuti e apprezzati. Le immagini sono inoltre l’unico modo per preservarne la memoria

Storie / Un'architettura che riflette sulla storia Testo Ma Yansong

Il fatto del mese / Il dito e la luna. Molto rumore per quasi nulla Testo Walter Mariotti

Dettagli / Fabrizio Moretti, l’arte si guarda con il corpo Testo Valentina Petrucci

Grafica / Un’identità visiva per l’Amazzonia Testo Francesco Franchi

Utopie e distopie / La civiltà del dibattito Testo Alberto Mingardi

A casa di / La casina rosa di Guido Morselli Testo Antonio Armano