Biennale 2026: il dito e la luna. Molto rumore per quasi nulla

Tra polemiche geopolitiche, accuse incrociate e il caso Buttafuoco, la Biennale Arte 2026 viene travolta dal suo stesso “discorso”. Mentre “In Minor Keys” prova a costruire una mostra meditativa, il presente più esplosivo – dall’AI alla guerra – resta fuori campo.

Venezia, 5 maggio 2026. Inaugurazione Biennale 2026. Cielo terso con qualche incertezza. Prima che i giornalisti entrino nei Padiglioni il dibattito ha già consumato tutto lo spazio. Il rumore di fondo che da sempre accompagna le aperture veneziane è diventato prima frastuono e poi caos insopportabile. Mentre enormi yacht ancorati davanti ai Giardini dicono senza parole chi conta davvero nell’arte contemporanea.

Camminando verso il teatro dove il Presidente Pietrangelo Buttafuoco terrà il discorso inaugurale, l’altro “discorso sulla Biennale 2026” si riavvolge davanti agli occhi. Il padiglione russo. L’Europa che taglia i fondi. L’artista israeliano “discriminato”. La giuria dimissionaria. Il Ministro Giuli costretto a mandare gli ispettori. La Presidente del Consiglio che non avrebbe fatto le scelte del Presidente ma plaude alla sua capacità. Ancora il Ministro che conferma che la Presidenza della Biennale “è autonoma e sbaglia autonomamente”. Un ragazzo che lancia il parmigiano. Le Pussy Riot. Il Fronte democratico unito che sostiene il Presidente. Salvini che visita il Padiglione russo.


Nel barnum lagunare in cui tutti attaccano tutti e nessuno copre davvero nessuno, la domanda più ovvia resta inevasa. Ma la mostra com'è? La risposta è difficile perché “In Minor Keys” nasce sotto una cattiva stella e resta presto doppiamente orfana. Koyo Kouoh, prima curatrice africana nella storia della Biennale, muore nel maggio 2025, a 57 anni, prima di vedere realizzato il progetto. Direttrice esecutiva dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, figura centrale nel dialogo globale sull'arte africana contemporanea, Kouoh aveva lavorato anni su diaspora, femminismo, archivi culturali, pratiche artistiche legate alla giustizia sociale. Per questo la sua nomina era stata una sorpresa, per quanti immaginavano il nuovo Presidente come espressione del “sovranismo” governativo, l’emissario di fureria spedito in Laguna per vendicare la spocchia della sinistra. Invece, il progetto scelto da Buttafuoco parla di voci marginali, fragilità del presente, memorie collettive, equiparazione di culture e storie. Agli antipodi di qualsiasi ipotesi populista, sovranista o identitaria. Quasi woke, insomma.

Padiglione Russia, The tree is rooted in the sky. 61. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Luca Zambelli Bais

Alla scomparsa di Kouoh una seconda faglia tellurica allontana ancor più Venezia da Roma. Il Presidente della Biennale non cerca un curatore più allineato con Via del Collegio Romano o con la Segreteria della Presidenza del Consiglio, ma si affida al team curatoriale scelto dalla stessa Kouoh — Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter — affidandogli il mandato di portare a termine il lavoro seguendo alla lettera il progetto trasmesso dalla curatrice alla Fondazione nell'aprile 2025. Tutto il progetto: testo teorico, selezione degli artisti, architettura degli spazi e identità grafica ispirata al komorebi, il termine giapponese per la luce che filtra tra il fogliame. Una fedeltà che è insieme rispetto e vincolo. Ma anche segno inequivocabile della visione di Buttafuoco.

Qualunque cosa accada adesso, la Biennale non sarà mai più la stessa.

“In Minor Keys” è un titolo che cita Erin Manning, filosofa a sua volta influenzata da Deleuze e Guattari, che se pochi intellettuali ormai frequentano figuriamoci i politici. Le tonalità minori come spazio di resistenza e ascolto interiore. Le voci periferiche come forma di conoscenza. La sottrazione come metodo. Sono 110 artisti da cinque continenti selezionati per affinità di ricerca più che per provenienza geografica o notorietà. Dal Salvador, da Dakar, da San Juan, da Beirut, da Nashville, da Parigi. Un'utopia relazionale fondata su un apparato teorico solido. Peccato che la mostra che ne risulta sia fra le più esili degli ultimi anni. Perché?

Non perché manchino opere di qualità. Ai Giardini, Big Chief Demond Melancon apre il percorso con il carnevale come memoria di resistenza. Le bandiere di Alexa Kumiko Hatanaka celebrano vita e continuità. Maria Magdalena Campos Pons dialoga con Kamaal Malak attraverso tempo e spazio. Hala Schoukair evoca affetti perduti. Le quattordici tavolette in argilla di Philip Aguirre Y Otegui raccontano il presente con tecniche antiche. Mohammed Z. Rahman intreccia natura, artigianato e memoria.

Mohammed Z. Rahman, Emergency Then , 2024. 61. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Andrea Avezzù

Alle Corderie il ritmo cambia e il percorso si fa più netto. Si apre con l'omaggio all'amicizia tra Issa Samb e Khaled Sabsabi. Seguono i fiori a lutto di Dan Lie, la stanza rossa di Alfredo Jaar, gli abissi marini di Michael Joo, l'installazione planetaria di Dawn Dedeux che unisce meteoriti e archeologia. L'installazione immersiva di Cauleen Smith costruisce uno spazio partecipativo. I padiglioni dell'India, dell'Oman, dell'Uzbekistan sono tra i pochi lavori che interrogano, resistono, meravigliano. Il padiglione Vaticano, dislocato, è elegantissimo. E allora?

Allora è il progetto nel suo complesso a mancare di tensione interna, di scintille, di illuminazioni. La sottrazione elevata a metodo si trasforma troppo spesso in assenza di attrito, una delle prime leggi della termodinamica quindi della vita. Le opere dialogano sempre per affinità, mai per contrasto. Anche l'allestimento evita il percorso rigido: sedie, pouf, angoli di sosta, un invito esplicito alla meditazione che fa tanto woke. Così però l'urgenza si disperde. L’intenzione si spunta. L’energia scompare. Alla Biennale 2026 si respira, si cammina, si osserva, ci si riposa. Nessuna scossa. Niente passione.

Alfredo Jaar, The End of the World, 2023-2024. 61. Esposizione Internazionale d ’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto

Il dato più vistoso è l'assenza quasi totale di riflessioni sull'intelligenza artificiale. Nel 2026, quando lo scontro sull'AI ridisegna non solo il capitalismo della sorveglianza e la geopolitica globale ma l'intimità e la psicologia individuali questa assenza afferma qualcosa di preciso. Il presente più controverso viene eluso, esattamente come avviene in politica. La Biennale 2026 parla di un mondo appena passato mentre quello presente si trasforma altrove, rapidamente, senza chiedere permesso.

Del resto, il peccato originale era annunciato. Il team ha portato a termine il lavoro di un'altra persona. Non era quindi il momento della scommessa ma il tempo del rispetto. Ma nell’arte come nella vita se il rispetto è sempre commendevole ha anche sempre un costo altissimo: la mostra prende la forma di un omaggio, non di un evento né di una riflessione. Il confronto con le edizioni precedenti è così immediato e impietoso. La Biennale 2022 di Cecilia Alemani aveva costruito un universo coerente e visionario, con una tesi forte e uno sguardo riconoscibile dall'inizio alla fine. L’edizione 2024 di Adriano Pedrosa aveva avuto il coraggio di un'ipotesi curatoriale netta, a costo di divisioni profonde e insanabili. “In Minor Keys” va invece per un'altra strada: sceglie di non scegliere, insegue affinità elettive, procede con assonanze, rifiuta cortocircuiti. Non decide, non rischia, non scommette. Alla fine del percorso questa timidezza curatoriale si specchia nel frastuono politico e viceversa. Senza che nessuno dei due ne esca bene.

Il Padiglione Vaticano alla Biennale di Venezia 2026. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Luca Zambelli Bais

Nessuna analisi della Biennale 2026 però potrebbe essere completa senza parlare di Pietrangelo Buttafuoco, il suo presidente. L'uomo che l'ha voluta, sostenuta e inaugurata contro i propri sponsor e l’Europa, denunciando il rischio della fureria, di selezionare passaporti e non artisti, di fermarsi al dito e perdere la Luna. Ha perfettamente ragione, Buttafuoco, quando dice che l’unico veto dell’arte è vietare. Anche per questo nella farsa che è stato il “discorso sulla Biennale 2026”, essendo tutti i posti della ragione già occupati, ha avuto gioco facile a sedere sulla sedia del torto. E qui diventa interessante perché è l’ennesima dimostrazione che incasellare Buttafuoco è un errore. Tanto grave quando lo fa(ceva) la sinistra quanto adesso che lo fa la destra che prima l’ha scelto e ora lo considera un narcisista fantasista, uno discolo filorusso e filoiraniano o più semplicemente uno smooth operator che punta alla roulette del prossimo governo.

La sottrazione elevata a metodo si trasforma troppo spesso in assenza di attrito, una delle prime leggi della termodinamica quindi della vita.

La verità è che Buttafuoco è Buttafuoco da sempre, dall’ “Addio alla fica”, mitico ultimo titolo della sua Italia Settimanale, alla “Lode all’Inviolato” della conversione all’Islam di Battiato e Guenon, scelta teologica e biografica che viene da lontano. Buttafuoco è Buttafuoco da Sali&tabacchi, viaggio terzista nell’Italia di sempre coll’opposto reciproco Stefano di Michele, al Riempitivo, microrubrica che era il vero motore immobile del Foglio che fu. Dal fascismo d'antan della “Pietrangelo Buttafuoco Editore”, che lo faceva ricevere da Norberto Bobbio e contendere dai salotti radical chic, alla direzione scientifica della Civiltà delle Macchine, laboratorio d’inclusione mediterranea della Fondazione Leonardo. Senza considerare Le uova del Drago, racconto distopico di una possibile Seconda guerra mondiale, a Fimmini, grammatologia politicamente scorretta dell’altra parte del cielo, a Buttanissima Sicilia, omaggio al nero alla sua terra in equilibrio tra Bufalino e Sciascia.

L’orizzonte di Buttafuoco è lo stesso da sempre. Non il Rinascimento toscano ma il Barocco siciliano che trova nel Saraceno la quintessenza del melting pot mediterraneo. Non l'internazionalità ma l'universalismo. Non la contemporaneità ma il millenarismo. Non la geopolitica dell'Onu ma quella dell'Ismeo. Non la Rivoluzione di Robespierre e degli Stati Nazione ma il sincretismo indoeuropeo di Giuseppe Tucci e Rabindranath Tagore, l'afflato spirituale che unirebbe le genti da Gibilterra alla Grande Muraglia. Un pensiero che prima ancora della sua conversione gli fa chiamare Venezia al-Bunduqiyya, la città dell’impermanenza, e riconoscerla come quarta delle tre grandi capitali: Roma, Gerusalemme e La Mecca. Proprio come pensava Arnaldo Momigliano, però.

Il Padiglione dell'Oman alla Biennale di Venezia 2026. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Luca Zambelli Bais

Pietrangelo Buttafuoco è un’anima malinconica e ironica, arcisiciliana e arcitaliana, coltissima e mansueta – per questo entrerà in quel Regno dei cieli della religione che dice di aver abbandonato – ma soprattutto l’unico, nell’imbarazzante canea catalizzata attorno al governo, in possesso di una visione e capace d’imporla tessendo relazioni tanto paradossali quanto forti, ma soprattutto capace di tenere in equilibrio strapaesani e stracittadini, apocalittici e integrati, anime belle e duri di cuore, donne di poca virtù e uomini di mondo disponibili a distinguere il dito della Russia da quello di Israele come se i cadaveri dei bimbi palestinesi valessero meno di quelli ucraini.

Qualunque cosa accada adesso, la Biennale non sarà mai più la stessa. Perché il “discorso sulla Biennale”, cioè il dito, ha soverchiato la “Mostra Biennale”, cioè la Luna. Ha occupato tutto lo spazio e consumato tutto il tempo che per gli uomini e le donne è finito per definizione. Questo per noi voleva denunciare il Presidente islamico nella città più orientale d’Italia, contaminando Ca’ Giustinian con un universo incompatibile col consenso elettorale che fa rimuovere un direttore d’orchestra dopo averlo caldeggiato, con gli equilibri romani della Mostra del Cinema, con le ridicolaggini sovranazionali che si accaniscono contro un paese aggressore ma risparmiano tutti gli altri che fanno lo stesso.

Beau geste o personal branding nell’economia simbolica della Biennale poco importa. La via tracciata da Buttafuoco – tornare a interrogarsi sugli universali, rifiutarsi di trasformare le pietre in pane, di praticare il distacco come condizione di verità – è irreversibile. Ma consapevole che le certezze sono proprie del demonio, il Presidente si è affidato alla kenosis di Meister Eckart e alla saggezza di Confucio per cui “è il vento che fa il cielo”. Peccato che nonostante tutti gli sforzi il cielo di Venezia abbia oscurato la Luna della Biennale, sempre più coperta da un bordello – nell’accezione siciliana - che prefigura l’Armageddon. La resa dei conti finale che il licenziamento devi vertici dello staff del Ministero della Cultura fa solo presagire…

Immagine di apertura: Foto Marco Zorzanello

Speciale Biennale

Altri articoli di Domus

China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram