Alla Biennale di Koyo Kouoh la vera protagonista è la performance

“In Minor Keys”, la Biennale immaginata da Koyo Kouoh prima della sua scomparsa nel 2025, trasforma performance, rituali e processioni collettive in un’elegia funebre diffusa, facendo della performance il vero epicentro culturale dell’esposizione.

La Biennale di Venezia è aperta al pubblico e lo resterà fino a novembre. Dopo le anticipazioni e i commenti a caldo, dopo la frenesia delle classifiche dei padiglioni, spesso selezionati secondo criteri vaghi e umorali, dopo le cronache mondane, giunge l’ora di una riflessione più posata su questo evento di portata mondiale. Se è ancora troppo presto chiedersi cosa resterà di questa edizione, e in particolare dell’esposizione principale curata da Koyo Kouoh – curatrice svizzera di origine camerunense prematuramente scomparsa nel 2025, ma il cui progetto, pensato in tutte le sue parti, è stato portato a compimento dall’equipe composta da Rasha Salti, Gabe Beckhurst Fejioo, Marie Hélène Pereira, Rory Tsapayi e Siddharta Mitter – il titolo scelto dalla curatrice offre già una chiave di lettura precisa.

“In Minor Keys”, in tonalità minori, ha un’origine musicale e rimanda a un ascolto introspettivo, capace di dare voce a narrazioni marginali, laterali, che si situano fuori campo e proprio per questo in attrito con il rumore mediatico dominante.

Maria Magdalena Campos-Pons & Kamaal Malak, Whispering in III Movements, 2026, performance alla Biennale Arte 2026. Foto Jacopo Salvi

Nella ricca messe di opere disseminate tra il Padiglione centrale dei Giardini e l’Arsenale, ciascuno troverà lavori con cui entrare in maggiore risonanza; molti resteranno disorientati dalla moltiplicazione delle tematiche, alcuni si mostreranno indifferenti o critici rispetto alla proposta complessiva e alle singole opere. Eppure è difficile non riconoscere come una dimensione rituale e cerimoniale attraversi l’intera esposizione. Nella dichiarazione d’intenti della curatrice risuonano le parole della scrittrice afroamericana Toni Morrison: “Nei nostri miti, nei nostri canti: è lì che si trovano i semi. Non è possibile concentrarsi incessantemente sulla crisi. Bisogna avere l’amore e bisogna avere la magia – anche questa è vita.”

Più che alla contemplazione distaccata, il rituale conduce a un’esperienza di partecipazione emotiva, a una com-passione nel senso più letterale del termine: sentire insieme.

Dall’ipnotica Blessing the Ancestors di Big Chief Demond Melancon di New Orleans alla processione di poeti ispirata al Poetry Caravan – il viaggio intrapreso da Koyo insieme a nove poeti africani nel 1999 – il pubblico è stato coinvolto in una serie di “invocazioni”, “incantamenti” e “processioni”, ispirate alle parate carnevalesche e ai raduni del mondo afro-atlantico.

Ne emerge un registro radicalmente diverso, partecipativo e comunitario. Un registro che restituisce energia a un genere ormai esausto come quello della performance (al centro di molte proposte nazionali, come nel padiglione austriaco, dove Florentina Holzinger riattualizza, con evidente compiacimento del pubblico, l’azionismo viennese).

Florentina Holzinger, Seaworld Venice, 2026, opening performance alla Biennale Arte 2026. Foto Helena Manhartsberger

È proprio in questa dimensione rituale che si chiarisce la natura della Biennale di Koyo Kouoh. Molti critici hanno letto questa prospettiva “minore” come una forma di ripiego, o come un rifiuto di affrontare le grandi questioni dell’attualità, dalle guerre all’intelligenza artificiale. Eppure la mostra resta saldamente ancorata al contemporaneo, attraversata da una polifonia di voci che resistono a sparizione, estinzione, silenzio, costrizione e violenza, e che portano con sé esperienze di perdita, malattia, esilio e dominio. In questo orizzonte, “In Minor Keys” restituisce all’arte una qualità atemporale, sottraendola all’urgenza del presente per riaprirla a una durata più profonda, inquieta, necessaria.

Ma questo scarto non si gioca soltanto sul piano del tempo. Riguarda anche lo spazio e il modo di immaginare il mondo. Alla geografia ottocentesca degli Stati-nazione – ancora inscritta nel sistema dei padiglioni – la mostra contrappone una costellazione di relazioni generazionali e transnazionali, genealogie comunitarie ancestrali, prossimità urbane, legami territoriali e affettivi, tradizioni ibride e meticce o, per usare il termine del filosofo martinicano Édouard Glissant, processi di “creolizzazione” culturale.

Big Chief Demond Melancon, Blessing the Ancestors, 2026, performance alla Biennale Arte 2026. Foto Jacopo Salvi

Per questo ridurre l’esposizione a una semplice operazione “woke”, o definirla genericamente de- o post-coloniale, significa fraintenderne la portata. Certo, gli equilibri geografici abituali risultano ribaltati: l’America del Sud occupa più spazio di quella del Nord, l’Africa più dell’Europa. Ma il punto non è la sostituzione di un centro con un altro: è la messa in crisi dell’idea stessa di centro. Soprattutto, la dimensione essenziale della proposta di Koyo Kouoh, e che mi sembra tracciare una via, è precisamente il passaggio da un approccio politico dominante a una visione più antropologica dell’arte. A una visione dell’arte come antropologia.

In opposizione al “presentismo” che spesso si attribuisce all’arte contemporanea – un’attitudine alimentata meno dall’accelerazione tecnologica della comunicazione che dalle logiche speculative del mercato, secondo cui anche la Biennale dovrebbe sincronizzarsi al ritmo stagionale delle fiere e al culto della novità – l’esposizione rivendica una temporalità più lenta e stratificata. Una temporalità capace di tenere insieme l’immediatezza della vibrazione emotiva e la memoria sedimentata delle stratificazioni geologiche.

Yoshiko Shimada + BuBu de la Madeleine, Procession for the fallen comrades and fallen angels, 2025, performance alla Biennale Arte 2026. Foto Jacopo Salvi

Diverse opere, da Alvaro Barrington a Daniel Lind-Ramos, da Avi Mograbi a Ebony G. Patterson, attraversano il lutto; eppure, lungo tutta la mostra, affiora una malinconica speranza. L’arte appare qui come pratica di memoria e di evocazione: un modo per onorare gli antenati e continuare a parlare con gli assenti. Dalla sezione Shrines, che apre il Padiglione centrale evocando il lavoro di Issa Samb, cofondatore del rivoluzionario Laboratoire Agit’Art di Dakar, insieme a quello di Beverly Buchanan, fino alla potente installazione di Alfredo Jaar, concepita come un tempio rosso fuoco dedicato alle “terre rare”, materie prime indispensabili all’industria tecnologica e oggi al centro delle tensioni geopolitiche, emerge con forza una stessa intuizione: il mondo, non solo quello dell’arte, è plasmato da rituali, sistemi simbolici, miti condivisi e legami invisibili.

La mostra resta saldamente ancorata al contemporaneo, attraversata da una polifonia di voci che resistono a sparizione, estinzione, silenzio, costrizione e violenza.

Insistere su questa dimensione significa spostare l’asse dell’arte: non più soltanto dispositivo critico, ma pratica riparativa. Una forma di riconoscimento reciproco, di presa di coscienza di fragilità comuni e di un bisogno condiviso di pacificazione, respiro, appartenenza. Un tentativo di riallacciare i legami con la terra, con gli elementi, con le genealogie e con gli affetti. Più che alla contemplazione distaccata, il rituale conduce a un’esperienza di partecipazione emotiva, a una com-passione nel senso più letterale del termine: sentire insieme.

Poetry Caravan, 2026, performance alla Biennale Arte 2026. Foto Jacopo Salvi

Uscendo dall’esposizione, lo sguardo si posa inevitabilmente sulle file davanti ai padiglioni, sui movimenti silenziosi nelle sale, sull’attenzione quasi devota riservata agli oggetti esposti. Diventa allora evidente come anche l’Occidente secolarizzato continui a intrattenere con l’arte un rapporto profondamente rituale. Come osservava l’antropologo Alfred Gell, l’arte è forse l’ultimo spazio in cui, nelle società contemporanee, sopravvive una forma di totemismo, persino di animismo. Certo, ma in tonalità minori.

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