Mi viene spesso chiesto cosa penso dei progetti di architettura che diventano virali, soprattutto perché ci sono critici che sostengono come questi edifici, una volta trasformati in immagini, finiscano per compiacere troppo l’occhio. La mia opinione è che non dobbiamo aver fretta di liquidarli, e non tanto per una questione di gusto: molti, tra quelli più visti, non ne sono necessariamente privi.
Cosa ancora più importante è che questo tipo di architettura rappresenta una manifestazione di diversità estetica che nasce dal basso e risulta più vibrante e collegata alla vita quotidiana, contrapponendosi all’autorità dell’estetica elitaria, anche fino a sopraffarla.
È inoltre fondamentale che le idee e le visioni che stanno dietro le forme del costruito siano diffuse attraverso media differenti. Oggi, tutto ciò è addirittura diventato parte dell’essenza stessa dell’architettura, che deve possedere non solo fisicità, funzionalità e spiritualità, ma anche una grande capacità di comunicare. Un bell’edificio viene creato in uno spazio specifico, ma non deve rimanere un’isola, deve essere condiviso. Solo attraverso la divulgazione si può acquisire una conoscenza approfondita e attivare il dibattito; solo in questo modo, le idee di valore possono diventare influenti.
Certo, pochissimi hanno l’occasione di visitare e conoscere un edificio e ancora meno di abitare in una grande opera d’architettura. La maggior parte delle persone arriva a comprenderne il senso attraverso testi, immagini e diversi mezzi di comunicazione.
Tra queste ci sono gli studenti d’architettura e i progettisti, che più che altro studiano, analizzano e mettono in discussione edifici esemplari tramite immagini, video e disegni. Questi ultimi sono strumenti utili per finalità tanto analitiche quanto espressive — pensiamo ai diagrammi di Peter Eisenman e Rem Koolhaas — e spesso vengono considerati forme d’arte in sé, come quelli di Le Corbusier e Zaha Hadid. Il destino dei creativi è l’espressività.
Fotografia, pittura e cinema che trattano di architettura talvolta attirano l’attenzione più degli edifici che hanno per oggetto: rappresentazioni di livello possono comunicare ancor meglio la fisicità, la spiritualità e l’atmosfera di un progetto, oltre al suo vissuto. Quando il rendering della piramide di vetro del Louvre di Ieoh Ming Pei fu mostrato per la prima volta, suscitò stupore e dibattito in tutto il mondo. Oggi, le fotografie scattate da quella stessa angolatura sono diffuse e riscuotono largo apprezzamento.
Il vero significato di quell’edificio è la tensione visiva creata dalla sovrapposizione di vecchie e nuove immagini di quei volumi, oltre all’influsso culturale che ha esercitato sulla città e su un’epoca. Naturalmente, la realizzazione di progetti di bassa qualità e la loro diffusione sui media può creare equivoci, controversie e critiche. Eppure, se la mettiamo a raffronto con l’estetica conservatrice, priva di carattere e monotona che connota tante città, come pure con la mediocrità di costruzioni che sono semplicemente e senza mezzi termini brutte, trovo che questi aspetti negativi, per quanto vistosi, siano in realtà numericamente trascurabili.
Oggi, tutto ciò è addirittura diventato parte dell’essenza stessa dell’architettura, che deve possedere non solo fisicità, funzionalità e spiritualità, ma anche una grande capacità di comunicare.
Le architetture volutamente abbellite tramite l’immagine rappresentano davvero un pericolo? Forse. Dato però che la diffusione di immagini online, l’intelligenza artificiale e i filtri fotografici sono diventati comuni da tempo, lo sguardo del pubblico ha sviluppato la capacità di vedere oltre di essi per cercare la verità e sviluppare l'immaginazione. Di fatto, la stessa esistenza di filtri illustra la distanza tra reale e ideale. Il racconto dell’architettura per immagini agisce comunque a livello visivo, non può alterare sostanzialmente il mondo fisico. Un’immagine è un’estensione dello spazio fisico, non è fine a se stessa.
Si verifica anche un fenomeno grottesco: persone fisicamente attraenti vengono facilmente liquidate come pure presenze esteticamente interessanti e hanno bisogno di molto più tempo di altre per provare o dimostrare il proprio spessore e sostanza (certe volte perfino non riuscendoci del tutto). C’è un pregiudizio dualista molto diffuso: la bella architettura ignora la funzione, mentre quella fortemente connotata prescinde dal contesto. È una logica ridicola e arrogante, come se non si potesse andare fieri della bruttezza.
Chi disprezza la bellezza visiva lo fa perché la prima la riduce a decorazione senza senso. In realtà, è energia, vitalità ed esprime un senso dell’ordine. Offre piacere e cura, pertanto integra tanto la dimensione funzionale quanto quella spirituale dell’architettura.
Immagine di apertura: Martin Maurer, Big Duck, 1931, Flanders, Stati Uniti. Foto Gerald Zaffuts da Adobe Stock
