Le Torri Ananas sono l’ultima architettura dimenticata riscoperta dal rap italiano

Sulla copertina di Chic Nisello 2 di Vegas Jones compaiono le Torri Ananas di Cinisello Balsamo, progettate da Riccardo Blumer negli anni Novanta. Ma da Scampia al Rozzol Melara, il rap italiano sta trasformando periferie e architetture dimenticate in nuove icone culturali.

Sulla copertina di Chic Nisello 2, il nuovo progetto di Vegas Jones in uscita il 22 maggio, c’è uno degli edifici più strani e riconoscibili dell’hinterland milanese: le Torri “Ananas” di Cinisello Balsamo.

Progettate da Riccardo Blumer negli anni Novanta per un complesso direzionale, devono il loro soprannome a un’associazione immediata: due volumi alti e arrotondati, rivestiti da una trama tridimensionale che li fa somigliare a un frutto tropicale fuori scala piantato alle porte di Milano.

La facciata è costruita come un sistema di rilievi, pieni e vuoti, inclinazioni e ombre. Non si limita a chiudere l’edificio, ma lo rende riconoscibile da lontano, trasformando una tipologia ordinaria — quella degli uffici — in un oggetto urbano quasi pop. Una stranezza controllata che, nel tempo, ha fatto di un complesso direzionale un vero landmark locale.

Le Torri Ananas di Cinisello Balsamo sulla copertina di Chic Nisello 2, il nuovo progetto di Vegas Jones in uscita il 22 maggio.

Anche per questo, la scelta di Vegas Jones non funziona solo come sfondo. Nato a Garbagnate Milanese e cresciuto a Cinisello Balsamo, il rapper torna con il secondo capitolo del progetto che più lo lega alla città e sceglie le Torri Ananas come segno di appartenenza. Nel rap, del resto, i luoghi contano da sempre. Non c’è bad boy senza una periferia da nominare, rivendicare, trasformare in mito personale.

Marracash lo aveva già fatto con la Barona in Badabum Cha Cha (2008), video diventato iconico proprio perché trasformava il quartiere in una dichiarazione d’origine. Un legame ribadito di recente con Marra Block Party, il concerto a scopo benefico che ha riportato il rapper nelle strade in cui è cresciuto.

Da quel lontano 2008, la lista si è allungata. Le Vele di Scampia sono diventate una delle immagini più ricorrenti del rap italiano e francese, da PNL a Lacrim, da Guè a Enzo Dong. Liberato e Francesco Lettieri, nei video di 9 maggio e Tu t’e scurdat’ ’e me, hanno attraversato le architetture di Aldo Loris Rossi a Napoli — da Piazza Grande alla Casa del Portuale — raccontando una città lontana dalla cartolina. Mahmood ha ambientato Tuta Gold nel Rozzol Melara di Trieste, lo stesso complesso brutalista scelto pochi mesi fa anche dalle IVE per il video K-pop di Bang Bang. Fabri Fibra, Emma e Baby Gang hanno invece optato per le architetture del cimitero monumentale di Busto Arsizio, legate a Richino Castiglioni e Luigi Ciapparella, per In Italia 2024.

In un momento in cui molta architettura contemporanea fatica a produrre immagini davvero popolari, il rap sembra aver trovato una funzione inattesa: trasformare edifici marginali, periferici o brutalisti in elementi di immaginario collettivo. Non più semplici sfondi, ma simboli di appartenenza, identità e memoria urbana.

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