Opera House, nuovo simbolo delle città: da Renzo Piano a Snohetta, ecco le più belle del mondo

Dal secondo dopoguerra, il teatro dell’opera è diventato sempre più una scultura urbana autonoma, che disegna nuovi scenari e dinamiche sociali al di là dello spettacolo in sè. Tra Parigi e Sydney, New York e la Cina, esploriamo una trasformazione straordinaria.

Se, nell’immaginario collettivo, il teatro dell’opera si associa convenzionalmente a un’idea di cultura elitaria e di società che esibisce soprattutto sé stessa sotto le luci del foyer, piuttosto che inseguire l'acustica (migliore) tra gli stalli ombrosi del loggione, a partire dall’epoca moderna nuove committenze, aspettative collettive e programmatiche complesse inducono questa tipologia architettonica a lasciare cadere quell’aura di recinto sacro del Grand Monde, che la caratterizzava in passato, e a trasformarsi sempre di più in infrastruttura ri-generativa e generativa di nuove energie urbane collettive.

Senza rinunciare a ‘fare scena’, queste architetture convertono lo spazio di rappresentazione in luogo di vita, sopra e fuori dal palco.

Una metamorfosi che si fa sia urbanistica sia semantica. Il teatro d’opera classico, sviluppatosi in età moderna, tradizionalmente integrato nel tessuto edilizio, era lo specchio di una chiara gerarchia sociale e di un ruolo istituzionale della cultura. Ma nella seconda metà del ‘900 si passa all’opera architettonica “stand alone” che si svincola dal contesto, assumendo un ruolo di landmark strategico da un duplice punto di vista: potente strumento di marketing territoriale in grado di modellare nuovi scenari urbani e promuoverne l'attrattività; e al tempo stesso dispositivo civico multi-funzionale, in grado di innescare nuove dinamiche relazionali, “democraticamente” aperto ad un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo, da vivere nella quotidianità, al di là dello spettacolo.


Nonostante l'atterraggio nelle trame complesse della città odierna, a qualsiasi latitudine, il teatro dell'opera contemporaneo non smette tuttavia di strappare ancora quel sonoro “wow” che la grandeur dei fasti di una volta, seppure in forma diversa, ispirava: macro-sculture urbane, spesso situate in spazi aperti, waterfront o aree di riconversione, in cui forma e funzione sono strettamente intrecciate dal virtuosismo compositivo e tecnologico, in cui l’involucro diventa sempre più permeabile se non direttamente percorribile, come un frammento di spazio pubblico, in cui soglie, attraversamenti e funzioni si moltiplicano, e gli ambienti interni sperimentano configurazioni flessibili e adattabili alle più diverse esigenze di spettacolo e di comunità.

A partire dalla pionieristica Metropolitan Opera House di New York, tra le prime ad aprirsi alla città a metà anni Sessanta, passando per l'Opéra Bastille, che radicalizza il tema di una cultura accessibile a tutti, e per quella di Sydney, divenuta il nuovo simbolo della città australiana, esploriamo alcuni progetti più recenti, realizzati o in corso di realizzazione, di teatri di firme prestigiose da Santiago Calatrava a Zaha Hadid, da Snøhetta a Renzo Piano, da Mad a Big. Senza rinunciare a “fare scena”, convertono lo spazio di rappresentazione in luogo di vita, sopra e fuori dal palco.

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