C’è un bellissimo atlante visuale dove scoprire i grandi musei del mondo

L’architetto e illustratore Federico Babina ha raccontato a Domus il suo ultimo progetto: un atlante illustrato in bianco e nero che intreccia architettura, arte e memoria in cui 17 musei diventano “un testo da leggere oltre che edifici da guardare”. 

Una delle grandi questioni fondamentali della museografia contemporanea, carica di conseguenze ma non per questo più risolta, è l’annosa diatriba sulla relazione semantica tra contenitore e contenuto, ossia la negoziazione che inevitabilmente intercorre tra le ragioni del patrimonio e le ragioni dell’architettura, attorno alla quale si sono giocati per decenni gli sviluppi delle istituzioni museali contemporanee. 

Fin dagli inizi del XX secolo, il museo – specialmente quello di arte contemporanea – si è infatti progressivamente affermato come soggetto autonomo e critico, quindi come oggetto di studio e confronto per chiunque desiderasse ampliarne le funzionalità mettendo in discussione la sua presunta neutralità tipologica di contenitore. Dall’inaugurazione del Centre Pompidou nel 1977 all'imminente apertura del Lucas Museum of Narrative Art di Los Angeles del Guest Editor 2026 di Domus Ma Yansong, sono numerosissimi gli architetti di fama internazionale che negli anni hanno contribuito a orientare le trasformazioni di questa istituzione, molto spesso sospesa tra istanze di rinnovamento e di legittimazione. Su Domus abbiamo raccolto i 50 musei che vale la pena visitare proprio perché progetti eccezionali.

Se inizialmente si guardava con sospetto al peso crescente del gesto architettonico sul ruolo simbolico e culturale del museo, muovendo talvolta condanne davvero apocalittiche e intransigenti, oggi è più che mai cruciale continuare a interrogarsi su questa interconnessione tra storia, materia e forma, pensando al museo in quanto sistema reticolare votato a un’amplificazione strategica e bidirezionale di contenitore e contenuto.

Di questo nodo arte-architettura abbiamo parlato con l’illustratore e architetto Federico Babina che, oltre ad aver realizzato la copertina del numero di dicembre 1107 di Domus, ci ha raccontato del suo nuovo progetto Musealis

Musealis è un viaggio visivo in diciassette tappe, un atlante immaginario in bianco e nero dove alcuni dei musei più iconici del mondo diventano forme essenziali, quasi archetipiche. Le rappresentazioni non sono semplici riproduzioni dei musei: sono una commistione tra assonometrie isometriche, prospetti e piante, una sorta di ibrido tra disegno architettonico e visione illustrata evocativa, in modo che l’edificio sia uno schema narrativo da decifrare.

Federico Babina

Linee grafiche che puntano all’essenza, a una conciliazione tra discipline: “l’architettura come forma e struttura, e l’illustrazione come narrazione e concetto”. La pratica di Babina si è sempre sviluppata lungo questo confine, indagando come l’architettura potesse trasformarsi grazie al segno illustrato in un diagramma emotivo. Il progetto porta infatti alle estreme conseguenze il suo interesse per uno spazio, il museo, di “attraversamento” ed esperienza, prima che di conoscenza: “Il museo, per me, non è mai stato solo un edificio o un contenitore di opere, ma un luogo in cui si entra con un passo e si esce con un altro, anche se fisicamente si è rimasti gli stessi.”

Guggenheim di Bilbao, Musealis. Courtesy Federico Babina

Non è un caso che ne parli in qualità di spazi affini a quelli sacri, trovandovi nei rituali di queste cattedrali laiche un riferimento saldo, ma anche quel bisogno di attenzione e disponibilità che rende i musei degli “organismi vivi, fatti non solo di muri e sale, ma di parole, ricordi e relazioni invisibili”. 

La dimensione esperienziale di questi luoghi si condensa così in immagini che fungono da mappe di memoria collettiva. Ogni illustrazione è una ricostruzione deformata ma consapevole del sostrato culturale che sostiene il museo e “delle opere che lo abitano”, in un raccordo che non vede l’opera d’arte e l’oggetto architettonico sovrastarsi vicendevolmente, bensì integrarsi in favore di una traduzione coerente e sfaccettata. 

Museo del Louvre, Musealis. Courtesy Federico Babina

“L’architettura”, racconta, “con le sue geometrie, accoglie e si lascia attraversare dalle parole, dai titoli delle opere più emblematiche custodite al suo interno. Non più didascalie, ma mattoni: le opere d’arte si trasformano in linee, quadrati, curve, pieni e vuoti che costituiscono l’immagine stessa del museo”. 

A differenza della serie animata Arch Snapshots realizzata per Domus nel 2019, in cui ha illustrato alcuni dei principali movimenti d’architettura e del design dal Bauhaus al Parametricismo, in Musealis Babina ha lavorato per sottrazione, anche cromatica. Pur mantenendo un disegno vivace, ha usato il bianco e nero per sviluppare un linguaggio visivo atemporale, affinché ogni segno funzionasse come un’“incisione mentale” o un “testo da leggere” per mezzo di geometrie e parole, con un ritmo lento e un’intimità che solo il monocromo sa restituire.

Muovendo da musei dotati di un’identità architettonica forte e immediatamente riconoscibile — edifici che hanno contribuito, ciascuno a suo modo, a ridefinire la relazione mai pacificata tra contenitore, contenuto e fruizione — Babina adotta un approccio dichiaratamente organicistico. “Non mi piace vedere arte ed architettura separatamente”, spiega. “Il vero senso di un museo, o di qualsiasi spazio culturale, nasce proprio dall’incontro tra i due”. Il progetto architettonico e il carattere degli oggetti esposti sono nella sua visione dei tessuti narrativi che concorrono a generare un racconto al tempo stesso fisico e concettuale, da lui tradotto in un sistema visivamente accessibile che ne mantiene intatta la stratificata complessità. 

Illustrazione Musealis. Courtesy Federico Babina

Nell’ottica di un dibattito che è andato ulteriormente ampliandosi grazie all’introduzione di nuove tecnologie negli spazi museali, e che ne hanno spostato nuovamente il focus su una narrazione del patrimonio più digitale e smaterializzata, Musealis ci ricorda il valore dei musei in quanto spazi permeabili alle trasformazioni reali della contemporaneità, e quindi “luoghi vivi, capaci di raccontare storie non solo attraverso ciò che mostrano, ma attraverso ciò che sono”: un elemento attivo del panorama culturale, dove arte e architettura non possono che essere “due voci dello stesso discorso”.