Rosso. Valentino

Ricordiamo Valentino Garavani attraverso il “suo” colore: dall’antica Grecia a Tiziano, da Caravaggio a Rothko, alla ricerca del significato del rosso. 

Il rosso è il colore del limite: è il sangue che scorre appena sotto la pelle, il fuoco che trasforma la materia e il confine ultimo tra l’eros e il martirio. Parlare del rosso nell’arte significa tracciare una genealogia del desiderio e della sua inevitabile consunzione, partendo da quell’epifania moderna che è stata il Rosso Valentino. Quella precisa mescolanza di carminio, porpora e cadmio non è mai stata una semplice scelta cromatica, ma una dichiarazione ontologica, un tentativo di catturare l’assoluto in un lembo di seta. Con l’addio di Valentino Garavani assistiamo a una sorta di morte cromatica, una scomparsa che rappresenta filosoficamente la fine di un’era in cui il colore fungeva da armatura aristocratica contro il grigiore. Il grigiore della vita, dell’essenza femminile fin troppo mortificata o poco edificata. Senza quel punto focale, il mondo della moda avrebbe perso un grado di intensità cromatica unico, lasciandoci a interrogarci su cosa significhi, per un’idea pura di bellezza, il significato del colore rosso.

Mark Rothko, No. 3, 1953. Courtesy WikiArt

Al tempo in cui il sacro camminava sulle terre degli uomini e il confine tra il visibile e l’invisibile era sottile, esisteva un luogo sospeso tra la geografia del possibile e l’astrazione cromatica. Un’isola definita da un’unica, ossessiva saturazione: il rosso. Eritea, la chiamavano, attingendo a quel termine greco, erythrós, che non indica solo un colore, il rosso appunto, ma uno stato d'animo della materia. I poeti antichi, da Esiodo a Stesicoro, custodi di una memoria anteriore alla Storia, la situavano agli estremi lembi del mondo conosciuto, laddove il fiume Oceano accoglie il carro del sole. Credevano che, in quel punto esatto, il tramonto decidesse di incendiare le acque, trasformando l’orizzonte in una ferita di luce perenne.

Con la scomparsa di Valentino Garavani assistiamo all’ultimo capitolo di una storia millenaria in cui il rosso ha oscillato tra la gloria dello spirito e la brutalità della carne.

In questo scenario monocromo e violento si muoveva Gerione, un’anomalia della forma che sfidava l’unità dell’essere: un corpo solo in cui convergevano tre busti, tre teste e sei braccia, come se la natura avesse voluto moltiplicare la vita per resistere alla solitudine del confine. Tutto in lui e attorno a lui rispondeva alla legge del porpora. Erano rosse le sue magnifiche giovenche, riflesso vivente della terra che calpestavano; era rosso il mandriano Euritione, custode di quel patrimonio di sangue; ed era rosso Orto, il cane dalle due teste, sentinella programmata per udire il respiro dei ladri nel silenzio del mito.

Caravaggio, Morte della Vergine, Musée du Louvre, Parigi, 1604. Courtesy Wikimedia Commons

Poi, l’irruzione del destino nelle vesti di Eracle (nella forma latina Ercole). L’eroe giunse sull'isola per compiere la sua decima fatica, portando con sé la forza trasformatrice e brutale della civiltà. Non ci fu spazio per il negoziato, solo per l’atto definitivo che segna la fine di un'era. Eracle abbatté il cane, il guardiano e infine il gigante Gerione, il quale piegò il collo con una grazia rassegnata, simile a quella di un papavero che, nel momento di sfiorire, perde i petali color del sangue. Con la caduta del gigante, il rosso di Eritea cessò di essere un segreto dell’Oceano: Eracle sospinse le giovenche purpuree verso la Grecia, consegnandole al re Euristeo e trasformando così un frammento di assoluto in un trofeo della storia umana. Ecco, con la scomparsa di Valentino Garavani assistiamo all’ultimo capitolo di una storia millenaria in cui il rosso ha oscillato tra la gloria dello spirito e la brutalità della carne, dove l’arte e la pittura nel corso dei secoli hanno contribuito alla creazione di quel rosso così intenso e pieno di forza, di grazia.

Tiziano Vecellio, Assunzione di Maria, Chiesa di Santa Maria dei Frari, Venezia. Courtesy Wikimedia Commons

Se osserviamo l’Assunta di Tiziano, il rosso è un’energia divina, una fiamma che non brucia ma eleva, spingendo il corpo verso l’alto in un’esplosione di luce. Qui il colore è trionfo, è la divinità che si fa pigmento per farsi comprendere dall’occhio umano. Ma basta scivolare nell'ombra di Caravaggio, ad esempio davanti al drappo scarlatto che sovrasta la Morte della Vergine, alla sua veste o al fiotto che squarcia il collo di Oloferne, per vedere il rosso trasformarsi in verità biologica e violenta. In queste opere, il colore smette di essere luce per farsi sostanza, segnando il passaggio definitivo dalla vita alla non-esistenza, ricordandoci che ogni bellezza porta in sé il germe della propria distruzione.

Nel secolo scorso, questa dialettica tra forma e materia si è spinta verso l’astrazione metafisica, dove il rosso ha cessato di descrivere un oggetto per diventare il soggetto stesso del pensiero. Nelle tele di Mark Rothko, le stratificazioni di rosso cupo e bruno non sono superfici, ma soglie: il colore vibra a una frequenza che tocca il dolore primordiale, diventando uno specchio dell'anima in cui il silenzio si fa assordante. È un rosso che non chiede di essere guardato, ma di essere abitato.

Il rosso è il colore del limite: è il sangue che scorre appena sotto la pelle, il fuoco che trasforma la materia e il confine ultimo tra l’eros e il martirio.

L’eclissi di quella specifica gradazione cromatica, un’alchimia distillata dal sarto che elesse Roma a sua officina spirituale e creativa, ci costringe a fare i conti con una verità meno astratta di quanto appaia: l’identità tra Valentino e il suo Rosso non era un vezzo, ma una realtà. La sua parabola ci rivela che, forse, i colori non appartengono alla fisica, ma alla biologia. Seguono una traiettoria organica: affiorano come intuizioni, impongono la propria egemonia sul gusto di un’epoca e, infine, si congedano dalla cronaca per trovare rifugio nel perimetro intoccabile del mito. In sostanza Valentino era rosso, ma il rosso, come archetipo, sopravvive alla propria sparizione. Esso resta il colore della presenza pura, l'eco di una passione che non accetta di essere spenta.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne, Palazzo Barberini, Roma, 1599-1602 circa. Courtesy Wikimedia Commons

Dall'oro rosso delle icone antiche alle labbra scarlatte della Pop Art, questa tinta continua a ricordarci la nostra condizione umana: un equilibrio precario e bellissimo tra l’aspirazione all'eterno e la consapevolezza della fine, all’eros. Anche quando una tonalità svanisce, e scompare il suo creatore, il rosso continua a bruciare nella memoria, testimoniando che esistere, in fondo, non è altro che un atto di resistenza cromatica contro il vuoto. Il rosso Valentino ha abitato i corpi di donne bellissime e la scomparsa del maestro non può che segnare la fine di un’era, ma non la fine del colore.

Immagine di apertura: Valentino Garavani. Courtesy Fondazione VGGG