Si comprende immediatamente che l'"industria" in questione è, ovviamente, quella dello spettacolo. A Los Angeles, disponibile cartellone, fiorisce tra le palme il paradiso del cinema, della pubblicità e degli studi televisivi. Ma questo nocciolo commerciale è anche sinonimo di quello che Adorno battezzò criticamente "industria culturale": un filtro attraverso il quale "viene fatto passare il mondo", trasformandolo nell'immaterialità di un'immagine effimera.
Con ironia e acutezza Picture Industry mette in luce queste illusioni a base di percezioni filtrate. Un'accurata ma abbondante scelta di opere di fotografia e di scultura mette tra parentesi la capacità di vedere quel che abbiamo davanti agli occhi, sempre un po' annebbiato dalla foschia del contesto iconico. Sparsi nei due ampi spazi espositivi di Regen Projects, sotto l'insegna incombente di Hollywood, le opere esposte (scelte soprattutto in un familiare ventaglio di esponenti delle avanguardie concettuali) riecheggiano coscientemente o ripropongono ironicamente il paesaggio implicito della fabbrica dei sogni.
Direttamente tratti da questo contesto gli accurati facsimili a penna biro di poster cinematografici di Abraham Cruzvillega (Bella di giorno, La passione di Giovanna d'Arco, Blow Up) sono le impronte letterali di prodotti filmici deprivati della carne, del colore e della grandiosità che canonicamente loro competono. Il meno anemico e più plateale Tony Conrad "mette in conserva" delle pellicole a 16 millimetri (complete di aceto, verdure e aromi) nei suoi tre vasi sopra un sottile scaffale bianco. Questi pezzi, come l'incongrua tavola da surf di Michael Krebber sezionata a formare un fregio scultoreo che evoca Lo squalo, sono come accessori del set di un serial televisivo estratti dal loro contesto originale. Parlano a un'ineludibile residuo culturale.
Le opere bidimensionali in mostra sono per forza di cose più astratte. Accoppiate in entrambi gli spazi, le fotografie di Josephine Pryde e di Eileen Quinlan sfruttano le figure idiomatiche filmiche del primo piano e del campo lungo facendole implodere insieme. Il versante tormentato di una collina, fotografato dalla Pryde con il grandangolare e virato in magenta, è collocato accanto a un ritratto a sfumature rosa della Quinlan, realizzato in studio e fatto di schiume, specchi e luci riflesse. Questa dicotomia esterno/interno si riverbera nelle versioni in bianco e nero. Frammenti di pizzo e di tulle creano elusive trame nelle ombre da fotogramma di Everything Moves, Everything Shimmers ("Tutto si muove, tutto è un barlume") della Quinlan; mentre A year Ago Today ("Esattamente un anno fa") è un microcosmo lunare di buchi neri e pietre sgretolate.
Questa "falsa" profondità ottenuta tramite le variazioni di scala e di superficie è onnipresente. Le pieghe a trompe-l'oeil di una delle "carte da pacchi" dipinte da Taube Auberbach sono complementari ai cravattini da regalo stampati su pellicola iridescente applicata sull'acrilico di Seth Price. L'omaggio di Liz Deschenes a Bridget Riley è il remake a stampa cromogenica di nitidi vortici optical roteanti. Quando lo spettatore si trova faccia a faccia con questi giochi visivi di sublime piattezza i particolari balzano fuori con spiazzante tridimensionalità. Con un effetto semplice ma ipnotico le opere migliori di Picture Industry sono sofisticate immagini caleidoscopiche che ci sfidano a osservarle abbastanza a lungo da vedere qualcosa; ma che cosa, di preciso? Uscendo dalla galleria il mondo esterno compare (a dispetto di Adorno) rifiltrato in qualcosa di sorprendentemente concreto: una conseguenza dello sguardo smaliziato richiesto dai miraggi della mostra.
Picture Industry (Goodbye to All That)
Regen Projects, Los Angeles, 17 luglio – 21 agosto 2010
"Picture Industry (Goodbye To All That)"
"Industria delle immagini (tanti saluti)" è l'enigmatico titolo della collettiva estiva allestita da Walead Beshty alla galleria Regen Projects di Los Angeles.
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- Jennifer Pranolo
- 06 settembre 2010
- Los Angeles
