Intervista a Rob Pruitt

L'artista americano racconta a Loredana Mascheroni i suoi due nuovi progetti alla galleria Franco Noero. E traccia le linee guida della sua filosofia d'artista.

L'iPhone è lo strumento responsabile della svolta nei tuoi ultimi lavori, un mezzo particolare che hai utilizzato per sviluppare le tue idee. Com'è cominciata questa passione?
Quello che adoro nell'Phone è che ti consente di avere un sacco di cose nel palmo della mano… senza la minima presenza della pubblicità. Come artista, mi è sempre piaciuto fare foto ma non sono mai riuscito a capire come trovare un metodo per avere sempre con me la macchina fotografica. Adesso che con l'iPhone il telefono è anche macchina fotografica, non ci si deve ricordare di portarsela appresso, dato che non lasciamo mai casa senza il telefono. Se ti viene un'idea spesso non hai con te un supporto sul quale trascriverla, ma puoi fare uno scatto. Si tratta di un modo più semplice di tenere a mente un'idea. Per me, è come avere una casella di posta visiva. Mi piace lavorare a progetti complessi che mi coinvolgono anche per tre mesi, ma amo anche avere piccoli veloci scoppiettii di creatività. Scattare venti e più foto in dieci minuti è davvero stimolante: tutto sta a galla, è in movimento. È come andare in palestra per forgiare il proprio corpo… è un esercizio che fa bene alla creatività.

Quanto tempo dopo aver fatto le foto con l'iPhone inizia il processo della loro trasformazione negli iPaintings che sono in mostra alla galleria di Franco Noero? Come si attiva questo processo?
Ero andato a trovare mio nipote, che ha nove anni e usa il telefono di sua madre, mia sorella. Continuava a chiedermi delle applicazioni per il telefono, quelle che consentono di scaricare dei giochi. Poi mi ha mostrato un'applicazione che faceva scrivere sopra alle foto. Abbiamo passato tutta la giornata a giocarci. I disegni che lui faceva sulle foto mi sono stati di grande ispirazione. Quando sono tornato a casa, ho cominciato a disegnare su tante delle mie vecchie foto (ne avevo accumulate migliaia nei tre anni in cui avevo usato l'iPhone). Questo processo mi ha consentito di apportare delle vere e proprie aggiunte alle foto, anche a quelle scattate due anni prima.

Mi sembra di intuire che si tratta di un vero processo di 'ri-pensamento' sui vecchi scatti e di sviluppo di ulteriori contenuti rispetto a quelli originari.
Tantissimo lavoro artistico ha a che fare con la l'assumere il completo controllo e una grande autonomia su un'idea o su un'illustrazione mentale, un po' come giocare a far Dio. Posso tornare su una vecchia foto e cambiare quello che ritraeva. Se c'era un piccione appollaiato su un albero, posso far in modo che sembri riverso sulla testa di un passante, posso creare una situazione nuova. È un modo per prendere il controllo, una situazione che mi diverte sempre molto.

Tutte le volte che guardo i tuoi lavori è come se percepissi quanto ti sei divertito mentre li stavi realizzando. Questa sensazione permane negli oggetti e si trasmette a chi li guarda. Hanno il dono di fare sorridere e riflettere allo stesso tempo.
Mi piace che i miei lavori assumano un carattere universale, che vadano oltre le differenze culturali e linguistiche, che le spezzino. Se riesci a presentare con estrema semplicità un'immagine o una forma che fa sorridere, allora arrivi all'universale… che è sempre la meta ultima. È qualcosa che puoi a tenere a mente.

Parlami della performance. Da quale idea ha preso le mosse?
Quando Franco mi ha invitato a progettare un'installazione per questa casa, ho cominciato a riempire un taccuino di appunti con le idee che mi venivano in mente. Me ne sono venute molte. Ho cominciato a pensare agli altri artisti che avevano fatto delle installazioni nell'ultimo anno e mezzo. Ne hanno fatte di belle, molte ispirate alla forma triangolare di questo edificio estremo (la Fetta di Polenta, ndR). Ho avuto il vantaggio di aver già visto le loro mostre. A un certo punto ho smesso di pensare alla forma dell'edificio e a sviluppare invece tante idee differenti ma su scala più piccola, a riflettere sul motivo per cui era stato costruito.
Progettare un edificio così strano mi è sembrato un tributo all'ego di una persona. Penso che nella mia performance sia rimasta una parte di questa riflessione, perché faccio il bagno nella vasca che sta all'ultimo piano, il settimo, con l'acqua sporca che scorre in un sistema molto elementare di tubature a vista progettato da me che raggiunge il livello della strada per finire dentro a bottiglie di champagne vuote. Ne abbiamo riempite dodici, nel caso ci sia qualcuno al mondo che voglia questa disgustosa acqua d'artista… Ci sono tanti attestati artistici di una prassi simile, come la merda d'artista di Manzoni o l'aria di Parigi di Duchamp… non è un'idea particolarmente originale ma non è questo che conta perché la performance parla della sinergia tra elementi diversi che si è messa in atto quando ho cominciato a pensare al progetto, all'ego della persona che ha costruito per primo l'edificio e un po' anche all'idea di fare un tributo a me stesso: la bottiglia con l'acqua sporca del bagno è certo un oggetto molto ego-riferito.

Volevi giocare a fare Dio in modo ironico.
Quando ho ideato la performance ho riflettuto molto sul DNA e su come si possa andare su eBay e comprare persino un pezzo di una cicca masticata da Madonna. Sicuramente l'interesse verso i rifiuti delle persone famose non è un fatto nuovo, ma penso che oggi la gente voglia comprare per diecimila dollari la cicca di Madonna perché contiene il suo DNA, che un giorno potrà consentire di clonare un'altra Madonna. Alla mia performance hanno contributo anche queste riflessioni.
Dopo di che, la mente è tornata alla mia prima mostra nella vecchia galleria di Franco, dall'altra parte di Torino. In quella mostra c'era una scultura che era come un corpo fatto d'acqua, una pozza quadrata senza pesci dove potevi gettare delle monete ed esprimere desideri come alla Fontana di Trevi a Roma. Era fatta di contenitori in cartone di acqua impilati fino a costruire le pareti della piscina e da un foglio di plastica con una fontana al centro.

In che modo quel progetto ti è stato di ispirazione per la performance di oggi?
Mi piaceva sviluppare un senso di continuità con quel progetto… La performance non è necessariamente una sua estensione, ma è una specie di sua versione più ammorbidita. Se riguardi il progetto di dieci anni fa noti come la sua forma era molto rigida, era un quadrato perfetto, le pareti erano fatte di cartoni che contenevano acqua… Il progetto nuovo non parla necessariamente di riciclare, ma in fondo io riempio bottiglie usate con acqua sporca e sto espletando un rito che appartiene ai piaceri di tutti i giorni.

La novità è che si tratta di una performance con degli osservatori. Che parte ha giocato il voyeurismo?
Se devo essere onesto, non so da quale impulso mi abbia spinto, se sia intervenuto o meno il fattore esibizionismo. Ma se anche ci fosse stato, in fondo non mi sono spinto a fare niente di hard. Penso di aver semplicemente voluto dare vita a questo spazio. Mi piace riflettere sugli edifici e sulle loro parti invisibili come gli apparati meccanici. Dietro alle pareti ci sono le tubature che portano l'acqua a piani più alti: sai che ci sono ma non ci pensi mai.
Nel caso della performance, le tubature sono in vista, così che puoi vedere l'acqua sporca che scorre giù per le scale fino a entrare nelle bottiglie. Un concetto che ha delle affinità con la mia filosofia di base per l'arte. Penso che esista il vero talento e la vera ispirazione, ma che qualche volta l'arte sia solo perseveranza, che non abbia a che fare con quel magico dono che forse ho, o forse invece no… Comunque sia, sono decisamente contento di lavorare con perseveranza. Le tubature sembrano magiche quando non le vedi, ma se puoi vederle, come al Pompidou di Parigi, allora la magia scompare e hai a che fare con una meccanica semplice, persino banale.

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