All'Istanbul Modern di Renzo Piano, in occasione della 19ª edizione del Global Award for Sustainable Architecture dal titolo “Architecture is Transformation”, Domus ha incontrato Andreas Kipar, fondatore dello studio LAND e uno dei cinque vincitori di quest'anno, per parlare con lui del suo progetto del Corridoio della Biodiversità di Saint-Laurent a Montréal e della sua visione di sostenibilità che intende la natura come un’infrastruttura viva in grado di ridisegnare il paesaggio urbano.
L’ intervento, che si estende su una superficie di circa 450 ettari, intende restituire continuità ecologica e qualità insediativa a un distretto “frammentario e inospitale sia per uomini sia per animali”, come afferma Kipar, dove la scomparsa della vegetazione soffocata da agglomerati industriali, commerciali e residenziali ha disconnesso il quartiere dai ritmi della natura.
Superando il rigido paradigma delle “isole di biodiversità” degli anni Ottanta, il progetto introduce una rete continua di infrastrutture verdi e blu che si infiltrano tra il costruito riportando la biodiversità in città secondo una logica “sistemica” e capillare. Come spiega Kipar: “La pianificazione è alla ricerca di spazi per la biodiversità, che però in contesto urbano resta spesso marginalizzata in ‘hotspot’ e di cui invece il ‘corridoio’ è manifestazione più compiuta. Scopo di questo progetto è stato rendere visibile ciò che spesso è invisibile: la biodiversità, la sua variabilità nel corso delle stagioni o delle giornate, la sua capacità di adattamento e anche le sue sofferenze, e integrarla in profondità nella vita quotidiana del quartiere”.
Il progetto ha riguardato la realizzazione di un sistema di infrastrutture verdi e blu che fa da scheletro di un nuovo ecosistema. Oltre alla funzione ecologica di rafforzare la biodiversità e ristabilire la continuità tra i fulcri naturalistici della zona (le aree boschive del Parco Marcel-Laurin e di Cavendish-Raymond-Lasnier-Beaulac-Poirier, i parchi naturali Bois-de-Liesse e Bois-de-Saraguay e il torrente Brook Cree), l’intervento si prefigura nel tempo come un “laboratorio vivente”, dice Kipar, per testare nuove e replicabili sinergie tra natura e spazio antropico. Percorsi interpretativi, aree di sosta e dispositivi didattici, prati fioriti per insetti impollinatori e piccoli animali e una topografia articolata su rilievi disegnano la geometria di un territorio dove i flussi dei diversi biotopi esistenti sono mutuamente interrelati. Il risultato è un corridoio ecologico unitario, capace di restituire l’habitat perduto a fauna e vegetazione e, al tempo stesso, di riattivare per gli abitanti una relazione più consapevole e diretta con la natura.
Giardiniere prima ancora che paesaggista e urbanista, Kipar rivendica una formazione radicata nell’esperienza diretta del suolo: più che progettista, si definisce un “coltivatore”, i cui edifici sono gli alberi che pianta (talvolta anche personalmente). In questa visione, la città è un organismo vivente, irriducibile in una forma statica, modellato nel tempo da abitudini, memorie e relazioni: un sistema intrinsecamente indeterminato che richiama il concetto di “città analoga” di Aldo Rossi e di “opera aperta” di Umberto Eco, come nota l'architetto e accademica Jana Revedin. “É in realtà ciò che io chiamo “città invisibile” – puntualizza Kipar – quella che non riusciamo a decifrare, che ‘sentiamo’ ma non vediamo. È l’anima dei luoghi, ed è strettamente legata allo spazio vuoto, non costruito. Le città devono essere riscoperte a partire dallo spazio non costruito perché è da lì che nasce l’immaginazione. Questa è la dinamicità dello spazio pubblico, che non è necessariamente un vuoto anche se la maggior parte lo percepisce come tale, ma uno spazio di opportunità, che si adatta e prende forma con l’uso, con la vita di ogni giorno, e da cui scaturisce un nuovo paesaggio urbano basato sulle relazioni e sull’equilibrio tra ambiente e costruito”.
Come in molti interventi passati– dal Krupp Park di Essen al Parco Rubattino di Milano – per Kipar la natura è un’infrastruttura produttiva oltre che ecologica, uno strumento di governance territoriale capace di generare valore misurabile, incidendo anche sull’economia locale: “una ‘natura positiva’ piuttosto che compensativa che produce più di quanto richiede, dalla biodiversità, alla regolazione climatica, dall’ assorbimento delle emissioni, al benessere fisico e psicologico”, ribadisce Kipar.
Un pragmatismo che non rinuncia tuttavia a una sfumatura poetica ed emozionale, come già nel progetto del Parco del Portello di Milano. “La componente emotiva è parte integrante del progetto del paesaggio. Le persone sono sempre alla ricerca di un’immersione in una nuova realtà e il contrasto è importante: paesaggio verticale e orizzontale, costruito e non costruito, visibile e invisibile. È il contrasto che fa la differenza, ed è nel contrasto che sta la bellezza. Nei nostri progetti immaginiamo sempre ampi spazi aperti per dare tempo al corpo e alla mente di riassettarsi. In città siamo sempre con ‘le antenne alzate’, in allerta, e il paesaggio urbano deve aiutare ad esercitare la rilassatezza”.
L’approccio di Kipar è pienamente coerente con gli obiettivi del “Global Award for Sustainable Architecture”, di cui per il terzo anno consecutivo Saint-Gobain è Partner ufficiale. Il premio seleziona ogni anno in una città diversa cinque progettisti (in passato anche i Pritzker Prize Alejandro Aravena, Diébédo Francis Kéré, Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal) capaci di interpretare la sostenibilità non tanto come un repertorio di “eco-standards” quanto come pratica culturale integrata che combina dinamiche ecologiche, economiche e sociali. Nonostante la diversità di scale, programmi e geografie, i cinque “laureati” di quest’anno (oltre a Kipar, anche Ye Man, Doan Than Ha, Taller Capital, Amelia Tavella) seguono il filo conduttore del “better with less” e “right tech”, promosso dalla fondatrice del premio Jana Revedin: una presa di distanza dall’iper-tecnologia a favore di una “tecnologia giusta”, localmente radicata e capace di attivare nuove dinamiche di relazione sociale e di economia circolare.
Come afferma Pascal Eveillard, Director for Sustainable Construction di Saint-Gobain, “la sostenibilità non riguarda soltanto la riduzione dell’impronta ecologica ma anche il miglioramento concreto della qualità della vita delle persone. E il nostro ruolo di partners in questo premio va in questa direzione: il dialogo tra impresa, accademia, progettisti e istituzioni pubbliche è una chiave decisiva per diffondere una cultura integrata della sostenibilità e accelerarne lo sviluppo”. E aggiunge: “agire sugli edifici non è sufficiente per uno sviluppo sostenibile ma è necessario un equilibrio tra costruito e non costruito, ed è per questo che il lavoro del paesaggista è cruciale”.
