Milano Design Week

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Cos’è il design a Milano? Te lo dicono questi nuovi posti, prima della Design Week

Nuovi spazi ibridi all’europea, banconi in metallo e ritorni del bar all’italiana: i locali di Milano costruiscono un’immagine precisa di una città che nell’ultimo anno è cambiata radicalmente — proprio alla vigilia della Design Week.

Ufo occupa oltre 1500 metri quadrati in un ex edificio industriale nel quartiere che alcuni chiamano SouPra, dove sorgono il Villaggio Olimpico di Som, molti uffici e la Fondazione Prada disegnata da Oma, epicentro milanese dell’arte contemporanea e dei selfie eleganti per il weekend. SouPra sta appunto per “South of Prada”: un quartiere finora “vuoto” che ha bisogno di luoghi di aggregazione. E lo spazio per ospitarli.

Più che un bar o un ristorante, Ufo – Unconventional Form of Opportunities è un ecosistema: bistrot, spazio eventi, uffici creativi, editoria e produzione musicale convivono nel progetto del designer Claudio Larcher insieme a Fabio Lucarelli e a un network di realtà creative milanesi.

Ufo è la  novità “atterrata” a Milano a poche settimane dalla Design Week. E soprattutto è uno dei posti che raccontano meglio che cosa sta succedendo oggi alla città — e non solo.


“Abbiamo cercato di creare un ecosistema di realtà creative che possano collaborare tra loro. Uno spazio che non sia solo food o solo eventi, ma in cui le cose si contaminano e succede sempre qualcosa”, racconta Claudio Larcher a Domus.

Del resto un grande cambiamento globale è in atto e i luoghi della socialità stanno cambiando. Nelle grandi città di tutto il pianeta si afferma il soft-clubbing, una forma moderata e diurna di ballo, e da New York a Berlino chiudono club che hanno fatto la storia. Anche Milano di recente ha visto chiudere due dei suoi luoghi più celebri, entrambi nati all’interno di nicchie o marginalità per diventare mainstream, amati e odiati, di certo non per tutti, eppure simbolici per la città quasi quanto il panettone e capaci di anticipare tendenze che oggi diamo per scontate e rivediamo in tanti nuovi posti: Leoncavallo e Plastic. La nuova sede din quest'ultimo era distante poche decine di metri da dove ora sorge Ufo, quasi fosse un passaggio di testimone.

Il design continua a plasmare i sogni della città, soprattutto ora che dorme un po’ di più.

E infatti la vita va avanti, con le aperture post covid in cittò sono state molte, addirittura moltissime tra 2024 e 2025.

A Milano sembra che il design abbia progressivamente preso il posto della nightlife, diventando il dispositivo attraverso cui queste esperienze si organizzano. 

Molti nuovi locali non hanno una funzione precisa, ma sono ambienti che tengono insieme usi diversi e pubblici diversi lungo tutto l’arco della giornata. Sono infrastrutture leggere della socialità urbana. 


Si passa dalle bakery per la colazione lenta come Rito in via Maiocchi, ai sushi bar con “piattini” come Bluesquare in zona Tortona, fino a ristoranti che sembrano veri e propri set fotografici, come Fiorin Fiorello Fiore in Corso Ventidue Marzo, curato da Parasite 2.0: un interno dal profilo quasi scenografico, dove la luce naturale è oscurata dai drappeggi e sostituita da due grandi griglie luminose sopra il bancone e la console del selector.

Dentro questa logica, Ufo lavora prima di tutto sul contesto. “Qui non c’è un quartiere, non c’è niente che faccia davvero comunità“, spiega Larcher, descrivendo una porzione di città che scarseggia di luoghi d’incontro.

L’ascesa dell’hub culturale

È infatti proprio nei quartieri in rapido sviluppo che i nuovi spazi assumono un ruolo preciso: ricostruire una forma di socialità che la notte non riesce più a garantire.

È il caso del Club Giovanile, il listening bar che nasce dal restauro, a cura di co.arch, di una villetta dei primi del Novecento nel quartiere in trasformazione di Certosa. Qui cementine, stucchi e scritte d’epoca vengono mantenuti e attraversati da canaline a vista in acciaio: il progetto non cancella, ma innesta, costruendo una nuova forma d’uso a partire da ciò che già esiste.

Ma anche di Arca, il club diurno al piano zero di un palazzo di un palazzo in via Rimini, tra Romolo e Famagosta che si propone come spazio per l'intrattenimento a 360 gradi con una galleria d'arte e una consolle al centro della sala bar. 


Lo stesso accade su scala diversa in contesti istituzionali come Voce, il nuovo spazio sonoro della Triennale, dove gli oltre 25.000 punti luce di Anonima Luci trasformano l’architettura razionalista del palazzo di Giovanni Muzio in un ambiente che reagisce alle performance. Succede anche nelle piccole gallerie d’arte, come Ionoi, progettata da Fabio Novembre come un piccolo shop scaffalato per avvicinare all’arte le persone che di solito non possono permettersi di accedere al mercato. 


A livello di linguaggio, i riferimenti sono espliciti: una cultura del progetto che tiene insieme suggestioni moderniste — gli oblò circolari, la centralità dello spazio — e influenze più contemporanee che guardano ai modelli asiatici, tra Corea e Giappone, e a quelli del design scandinavo, dove caffè, ascolto e socialità convivono in ambienti ibridi.

Ma soprattutto, in tutti questi spazi, emerge con chiarezza un elemento ricorrente: il bancone in metallo. 

Metallo, metallo, metallo

Acciaio, superfici riflettenti, dettagli tecnici lasciati a vista: cambia il contesto, ma il materiale resta. Nei listening bar, nei bistrot e nei ristoranti, il bancone è diventato il dispositivo attorno a cui si organizza lo spazio.

Uno dei primi segnali è stato Bene Bene Bar, progetto con arredi di NM3 e di altri designer milanesissimi in zona Lima, dove il metallo non è un dettaglio ma un vero e proprio linguaggio progettuale. Qui il bancone incorporava già, in tempi non sospetti, quella relazione tra suono e spazio che oggi è diventata centrale e che ritorna nei progetti che lavorano più esplicitamente sul rapporto tra design e sound system


Onda, il cocktail bar in Città Studi progettato da Solum, costruisce per esempio lo spazio attorno a pochi elementi sonori — il totem porta vinili in acciaio agganciato alle tubature esistenti, la consolle su misura, le casse Altec degli anni ’70 — mentre l’illuminazione industriale e l’acciaio inox definiscono l’atmosfera più di qualsiasi altro elemento. 

Il Bar Nico, nato nel quartiere di Acquabella dove prima c'era un gommista, con il progetto realizzato da Sagoma Studio, punta tutto su un bancone, costituito da un blocco unico di cemento e acciaio, che sembra quello di una sala operatoria. 


Ma il metallo non resta confinato al listening. In via De Amicis, Street Smash Burgers — ancora un progetto di Solum — lavora su una soglia continua tra interno ed esterno, mentre acciaio e superfici tecniche costruiscono un ambiente compatto e riflettente. Balay, il ristorante filippino in via Maiocchi, procede invece per innesti, mantenendo pavimenti e pareti esistenti e introducendo elementi in metallo e legno scuro.  E il flagship store di Sunnei, inaugurato nel 2025, in zona Susa/Argonne, un’area solo da poco raggiunta dalla metropolitana, prosegue sulla linea di riqualificazione di Ufo, producendo, però, un anti-concept store dal bianco asettico e con arredi geometrici in metallo. 


Da tutti questi luoghi emerge una grammatica riconoscibile, che attraversa tipologie diverse e tiene insieme riferimenti globali — dal Giappone a Berlino, fino ad Atene — traducendoli in un linguaggio locale.

E proprio parlando di grammatica locale, c’è un modello che a Milano non è mai scomparso. 

Il vecchio bar alla milanese

“Il Bar Basso è il mio ufficio serale”, pare abbia detto una volta un celebre designer di Milano.

Intorno a questo luogo continua a esserci un’aura difficile da spiegare. Non solo per la sua storia, ma per la forma che incarna. Tenda rossa, insegna al neon, un interno carico tra Art Deco, specchi e oggetti accumulati nel tempo: il Bar Basso resta l’emblema del bar alla milanese. Un progetto che non si è mai dichiarato come tale, ma che continua a funzionare proprio per la sua capacità di stratificarsi. 

Oggi quel modello non viene semplicemente conservato, ma ripreso e ricontestualizzato.


Il Polly’s Bar, in via Poliziano, lavora sull’accumulo: il bancone arriva da un vecchio hotel in Normandia, i lampadari déco rimandano ai bar parigini, mentre fotografie, poster e arredi eterogenei costruiscono un interno volutamente incoerente.

Il Palinuro Bar, in via Paisiello, organizza invece uno spazio minimale attorno a un bancone da caffè anni ’80, che diventa il centro della scena, circondato da vino naturale e riviste.  

Sandi, progetto di Parasite 2.0, lavora su una dimensione ancora più legata alla storia di Milano: mezze tende alle finestre, luci calde e una domesticità borghese rielaborata attraverso una selezione precisa di arredi e pezzi iconici del design italiano.


E infine al Rita, il cocktail bar sui Navigli, il design passa anche dal contenuto con cocktail dedicati ai maestri del design milanese e ai loro oggetti più iconici - dalla lampada Arco dei fratelli Castiglioni all'Ultrafragola di Sottsass. 

Insomma, anche quando a Milano la notte sembra finita per sempre, il design — l’unica vera cultura di una città cresciuta con i Bbpr, Gio Ponti, Alessandro Mendini e Vico Magistretti — continua a plasmare i sogni della città, soprattutto ora che dorme un po’ di più. 

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