A quasi un secolo dal primo Ciam – il ritrovo dei progettisti del movimento moderno a La Sarraz, nel 1928 – dopo un secolo di incontri e congressi, alcuni decisivi e altri meno, come si incontra oggi il design? Come crea occasioni di cortocircuito capaci di avere un’incisività, specialmente in tempi che si muovono e scivolano, spesso in modo imprevedibile? È un contesto a cui ci stiamo abituando e che stiamo studiando, dalle trasformazioni di epicentri globali come la Milano Design Week all’emergere di nuove occasioni che si affiancano ai calendari dell’arte e della moda, come vediamo succedere a Parigi.
Dopo le design week, il design cerca un nuovo modo di incontrarsi
Da Lina Ghotmeh a Tom Dixon, da Lesley Lokko a Ma Yansong, il Global Design Forum lascia Londra e approda a Istanbul per sperimentare una nuova forma di incontro tra design, critica, storytelling e spazio pubblico.
Foto Mark Cocksedge
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Foto Mark Cocksedge
Foto Mark Cocksedge
Foto Mark Cocksedge
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Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
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Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Courtesy of People Places Ideas & Global Design
Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Foto Ahmet Akif Emre
Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
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Foto Ahmet Akif Emre. Courtesy of People Places Ideas & Global Design Forum
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Foto Mark Cocksedge
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- Giovanni Comoglio
- 28 maggio 2026
Il Global Design Forum nasce come articolazione del London Design Festival, ha ormai 15 anni di storia e, con il 2026, ha cominciato a staccarsi dalla domestica combinazione Londra-V&A, iniziando a migrare.
Prima tappa, Istanbul. Il luogo è da sempre un’interfaccia, si sta posizionando dentro queste nuove geografie e soprattutto cronologie del design che stanno prendendo forma, e proprio quanto a cronologie ha molto da dire: “una città densa, che cresce rapidamente, con una grande importanza storica e un grande patrimonio”, l’ha definita Ben Evans, co-fondatore e presidente del Festival, al centro di un’economia che oggi ancora unisce designer e makers, mentre altre parti del mondo virano decisamente verso la produzione di servizi.
È troppo forte la tentazione di osservare un catalizzatore come questo Forum con le lenti dei congressi che l’hanno preceduto, ma forse è anche il modo migliore per misurare quanto, in realtà, si sia andati avanti.
La Red Room e il design che guarda se stesso
Primo affondo di scala, allora: la location. L’atrio di Hagia Irene, costruzione bizantina diventata parte del complesso del palazzo di Topkapı, cuore della capitale ottomana. È un interno-esterno, scoperto ma avvolto in una membrana di tulle rosso che lo trasforma nella Red Room, cuore del Forum. Beatrice Galilee, Content Advisor del Forum, ha dato forma al tema “Worlds in Contact” proprio nell’ottica di esaminare come il design risponda quando i mondi materiali, politici e fisici convergono, e la Red Room ne è la traduzione plastica.
Contenitore anche concettuale dello scambio, funziona in questo suo ruolo proprio grazie alla materia, e innesca un fenomeno visuale unico. Gli spazi laterali, voltati e scanditi da colonne, tra spazio di servizio e hall dei passi perduti, lasciano vedere dentro la sala attraverso il tulle traslucido, ad altezze differenti. Il Forum può guardare se stesso accadere. Un dato spaziale, fondamentale perché sottende e rappresenta la relazione, il network, da sempre anima di questi eventi.
Quando sono uscita, dopo 17 anni, dalla scuola di architettura, mi sentivo così grata di sapere così poco.
Lesley Lokko
Poi, naturalmente, i contenuti, curati con Galilee nel contesto della direzione artistica di Melek Zeynep Bulut, fondatrice della piattaforma creativa People Places Ideas. Fin dal primo mattino si apre con provocazioni fitte, brevi e intense, che danno la cifra di quel che seguirà, e danno forma fisica a una seconda domanda: cosa dice di sé il design? Se James Bridle si sente attaccato dal proprio habitat e responsabile per la sua condizione, è il lavoro sui materiali a connetterlo con il mondo e con una possibilità di curarlo. L’architetto thailandese Boonserm Premthada contrappone invece niente meno che la forza lenta dell’elefante – quello per cui ha disegnato un santuario – a una velocità a cui ormai il design pare essersi adeguato: interessante come, al di là dei diversi appelli all’umanità, si possa avere più insight sull’umano passando per il non umano. È anche quello che accade quando si parla di rapporto con la materialità, di cui Lina Ghotmeh ha discusso con Tom Dixon, come di una connessione con il fisico che ancora, in tempi di intelligenza artificiale, consente la connessione con il progettare.
Sono messaggi “destabilizzanti”, nel senso creativo del termine, quelli che arrivano dalla Red Room. Portano al tavolo il potere del movimento, della migrazione raccontata da una figura iconica come Hussein Chalayan, e rilanciano l’idea stessa di movimento in tempi in cui riflessioni e valorizzazioni del locale rischiano di diventare localismo e staticità. Sono tutti inviti a una “salvifica destabilizzazione”, che è poi esercizio di pensiero critico: quello che sblocca dalle impasse cognitive e porta le vere innovazioni. Lesley Lokko racconta che, nei tempi in cui si poneva grandi scrupoli sulla propria legittimazione come progettista, Zaha Hadid le aveva detto: “Hai tutta quest’ansia di non essere un’architetta. Ma hai già quella conoscenza e quel modo di pensare attorno alle cose: sei un’architetta, quindi smettila e vai oltre te stessa!”.
È un altro invito alla decostruzione di una disciplina, molto vicino al disimparare e reimparare che veniva da Premthada: “Quando sono uscita, dopo 17 anni, dalla scuola di architettura”, dice Lokko, “ero così grata di sapere così poco”, ma di avere “un così grande set di capacità, di strumenti”. Un cambio di punto di vista come quello che proviene dalla pratica di Ma Yansong, fondatore di Mad e Guest Editor Domus per il 2026, nel ridefinire il rapporto tra design e quella natura che gli preesiste.
Meno “bisogna”, più pratiche
Molta pratica è molta relazione. Quando in un convegno scattano i “dovremmo” e i “bisogna”, infatti, si percepisce la possibilità di un suo poco seguito. A Istanbul, invece, sono molti gli indicativi del design e pochi i condizionali, molte le pratiche, le storie, le restituzioni critiche di lavori culturali costruiti negli anni, come quel Limbo Accra che proprio su Domus aveva avuto la sua prima pubblicazione, rappresentato dalla fondatrice Dominique Petit-Frère; molte le attività che hanno portato il design e la produzione di cultura fuori dai territori convenzionali – The Museum Has Left the Building recita il titolo di una tavola rotonda – che si parli dell’arte vetraria in Palestina o del design dell’ecosistema alimentare che orbita attorno all’allevamento dei bufali, indagato da Cooking Sections.
Questo incontro che, nel parlare, fa, porta a un’ultima domanda: che cosa lascia il design, quanto è passato? Subito necessario riformulare: non si è trattato di un semplice passare. Lascia un’eredità creata su quei quattro pilastri che la direttrice Bulut ha indicato parlando con Domus: la forma del forum, il placemaking, il raccontare, il ripensare. Lascia prima di tutto qualche maglia in più in una rete globale, dentro la quale confluisce anche quella locale di studenti e creativi coinvolti. Lascia – il più a lungo possibile, è l’augurio dei progettisti – installazioni che parlano con tutto quell’heritage che ha fatto da spina dorsale all’incontro. Crea poi Istanbullar, un archivio digitale della geografia creativa e umana di Istanbul che connette il mondo a tutti gli strati della sua cultura contemporanea. E crea spazio pubblico, fatto per rimanere, con la Yedikule Fortress Garden Competition in arrivo.
Prossima tappa del Global Design Forum potrebbe essere Shenzhen, ci racconta Evans, la capitale tecnologica cinese: un altro contesto altissimo con cui relazionarsi, anche in termini architettonici e spaziali, e che sarà interessante mettere in relazione con questa nuova modalità che il design sta costruendo per incontrarsi, basata sulle storie, sulla critica, sul fare. Cosa resta da fare? Bulut ha un’idea: “Forse tornare a progettare abitudini”.