Molto prima che il design parlasse di benessere emotivo o user experience, Kho Liang Ie progettava mobili, cucine e aeroporti pensando a come far sentire le persone. Designer, architetto e per un periodo anche corrispondente olandese di Domus, Kho Ie riceve nei primi anni ’60 un telegramma affettuoso da Lisa Ponti – figlia di Gio Ponti e storica redattrice della rivista – che gli scrive: “Dear Ie, your work is beautiful / as always / we shall come and play cards with you / Love / Love / Love / Love your Domus Family”.
Eppure, la personalità del destinatario fatica a racchiudersi nella firma in calce alle sue recensioni pubblicate dall’Olanda nei primi anni ’60. Quella di Kho è, per riprendere un’intraducibile espressione inglese, una personalità “larger than life”: designer industriale, grafico e illustratore, architetto, progettista di allestimenti ed esposizioni, e sì, anche redattore e autore. Un talento delle arti applicate intriso di umanismo, portatore di una confluenza di interessi che, senza disperdersi, si alimentano a vicenda in una vasta conversazione progettuale tra continenti e protagonisti dell’arte e del design internazionale.
La scomparsa prematura di Kho, morto nel 1975 a soli quarantasette anni, ha in parte offuscato la consapevolezza della sua opera. Eppure, il designer resta ancora oggi familiare al pubblico olandese: moltissimi vivono circondati dai suoi arredi senza metterne a fuoco l’autore. Rimedia lo Stedelijk Museum Amsterdam con l’esposizione monografica “Kho Liang Ie. Mid-Century Modernist”, curata da Ingeborg de Roode ed Eng Bo Kho, figlio di Kho Ie e depositario del suo archivio.
Kho Ie nasce in Indonesia, allora Dutch East Indies, da una famiglia di origini cinesi. Approdato in Olanda per studiare, si approprierà di quel buon design, il Goed Wonen, che distingue la cultura progettuale del paese. L’Olanda resterà il suo epicentro, e da lì tesserà connessioni internazionali di grande respiro, innanzitutto con l’Italia, che ne riconosce presto il talento coinvolgendolo in un rapporto vivo con l’industria.
Non si dovrebbero scegliere dei mobili che non ti si confanno.
Kho Liang Ie
Nel 1957 Kho vince il primo premio del concorso di arredo di Cantù. La sua linea di sedute in metallo e cuoio, co-firmata con Wim Crouwel e subito notata da Gio Ponti, è ancora un progetto giovanile, ma già capace di esprimere un linguaggio nitido: intriso di un mid-century lineare, intelligibile nella struttura, modulare, ergonomico e facilmente replicabile a livello produttivo. Eppure, là dove si intravede l’eco del neoplasticismo, la struttura e la griglia di Kho non sono – e non saranno neppure in seguito – una trappola rigorista, ma una maglia piena di possibilità, capace di adattarsi alle esigenze di ciascuno.
“Non si dovrebbero scegliere dei mobili che non ti si confanno”, che “don’t suit you”, dice Kho in un video della mostra. E ancora: “A building is made for people who, with their moods and feelings, should be able to feel comfortable within it”. Dentro la griglia, c’è la possibilità di assecondare desideri, abitudini e aspettative individuali.
Dentro la griglia, le persone
Una visione che l’aura e l’influenza della pop art contribuiranno a smussare e rendere più levigata. Negli anni ’60 un colore vivido investe superfici e ambienti: dai mobili del catalogo Artifort – storico marchio olandese di cui diventa art director coinvolgendo personalità come Pierre Paulin e Geoffrey Harcourt – agli interni, alla grafica, fino alle collezioni di quadri e oggetti dei tanti amici artisti, da Ettore Sottsass a Sheila Hicks e Niki de Saint Phalle, che costellano la sua abitazione e i suoi allestimenti.
Sono però le soluzioni specifiche, i progetti puntuali, a offrirci la possibilità di coglierne i riflessi più originali. Prendiamo la cucina Aquila: sospesa da terra, permette di adattare l’altezza del piano di lavoro a quella del proprietario, oltre a garantire un’igiene impeccabile là dove le cucine componibili tradizionali falliscono imponendo il battiscopa.
L’interesse per gli spazi compatti, spesso restituiti attraverso fluide planimetrie open space, emerge già a inizio carriera con la progettazione di piccoli appartamenti destinati a donne single – presentati nel video promozionale del developer come il sogno di ogni segretaria – oppure nel prototipo del 1972 per una soluzione di storage dotata di veneziane scorrevoli e moduli integrati, realizzata per il produttore di materiali plastici KTS. Pensato per essere montato su rotelle, il contenitore riporta ai guizzi di Joe Colombo o dello stesso Ettore Sottsass, grande amico di Kho, che gli dedicherà una sala omaggio in occasione della sua prima esposizione allo Stedelijk.
Schiphol e il design contro l’ansia
L’attitudine sistemica di Kho avrà modo di confrontarsi con una scala ancora più ampia attraverso il progetto che, più delle ceramiche per Royal Mosa o dei mobili per Car, contribuirà a consacrarne la notorietà: gli interni di Amsterdam Airport Schiphol.
Nei 300.000 metri cubi del nuovo terminal, Kho Ie immagina un’architettura neutra ma elegante, dove l’assenza di distrazioni visive – o persino il posizionamento dei gradini – è pensata per facilitare il passaggio e smorzare l’ansia dei viaggiatori. La progettazione è davvero integrata: dal layout ai mobili, dagli accessori fino alla segnaletica, come l’iconica freccia che guida il percorso e che verrà poi ripresa anche in altri aeroporti nel mondo.
Un progetto che verrà recuperato nei prossimi anni dallo stesso aeroporto olandese: un modo per ritornare alla pulizia visiva e sensoriale del design come premessa di benessere e comfort tangibile. E, senza alcun dubbio, un nuovo tributo alla visionarietà che Kho Liang Ie ha saputo esprimere.
