Pochi conoscono davvero la città europea dove moda e architettura convivono meglio

A quarant’anni dagli Antwerp Six, Anversa continua a essere un ecosistema creativo unico: musei di moda, case moderniste, gallerie e spazi industriali riconvertiti raccontano una città dove arte, retail e architettura parlano ancora la stessa lingua.

Quarant’anni dopo gli Antwerp Six — il gruppo di designer che negli anni ’80 trasformò Anversa in una capitale mondiale della moda — la città belga continua a vivere di una strana tensione. Da un lato il mito internazionale costruito attorno a quei nomi; dall’altro una natura ancora silenziosa, raccolta, quasi anti-spettacolare.

Lo raccontano la Royal Academy of Fine Arts, da cui tutto — o quasi — è partito, il MoMu, il grande museo della moda della città oggi sede della mostra dedicata agli Antwerp Six, ma anche la rete di studi indipendenti, gallerie e spazi riconvertiti che attraversano Anversa e i suoi dintorni. Tra questi Kanaal, enorme progetto architettonico sviluppato poco fuori città.

È proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti di Anversa: la capacità di trasformare l’intimità in una vera infrastruttura creativa.

The Antwerp Six, 1987, published in WWD. Foto Philippe Costes

Di sottofondo si percepisce infatti una frizione continua tra la costruzione storica di un immaginario fortemente spettacolare legato agli Antwerp Six e la natura attuale della città, che sembra invece funzionare attraverso una rete di spazi decentralizzati, quasi invisibili.

Come ha fatto una realtà così compatta a diventare un epicentro globale della moda e, più in generale, un ecosistema creativo tanto specifico?

Il MoMu racconta molto bene le condizioni economiche e culturali che permisero al Belgio di uscire dal proprio guscio negli anni ’80, con l’esplosione di Walter Van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs e Marina Yee, quando la stampa internazionale si chiedeva ancora dove fosse esattamente collocato il Paese.

Ann Demeulemeester, Spring/Summer 1984. Foto Patrick Robyn

Eppure quell’Anversa silenziosa, raccolta, anti-spettacolare emerge ancora oggi dai caratteri mantenuti dai designer stessi, quasi in contrasto con il mito esplosivo che continua ad aleggiare intorno a loro e a dominare la città: dalle affiches sui cassonetti alle fotografie del fotografo Patrick Robyn nelle vetrine dei vintage — che celebrano concretamente l’heritage delle maison attraverso vasti archivi — fino ai flagship store di Dries Van Noten e Ann Demeulemeester, unici due brand ancora esistenti dopo l’uscita dei fondatori, che trattano il retail come esperienza spaziale e gli interni come estensione della propria poetica.

Una città che funziona per densità

Anversa ha fatto tesoro del gesto radicale rappresentato dagli Antwerp Six, per poi tornare a una condizione di ritiro, concentrazione e lentezza. Un aspetto che attraversa anche le loro carriere: nel tempo hanno tutti lasciato la moda o si sono progressivamente allontanati dalla sua sovraesposizione.

Con questo straordinario afflusso di pubblico internazionale, presente ma appena percepito, grazie alla mostra “The Antwerp Six”, Anversa oggi è di nuovo osservata, attraversata, consumata. La vera questione, però, non è cosa si esponga oggi nella città belga, ma cosa renda possibile che tutto questo continui ad accadere proprio qui.

Dirk van Saene, Autumn/Winter 1991-1992. Foto Dirk Van Saene

Anversa non è diventata una capitale della moda per dimensione, ma per densità relazionale. La prossimità fisica ha favorito la contaminazione; l’accessibilità, la permeabilità tra studenti, designer, istituzioni e artisti. Sono ancora oggi questi i fattori che ne costituiscono la cifra.

Anche se arte e moda si respirano ovunque, tutto avviene in maniera molto più silenziosa rispetto a città come Parigi, a cui si è sempre guardato. Lo stesso MoMu si presenta come una struttura poco appariscente e per niente monumentale, involucro architettonicamente e concettualmente perfetto per ciò che custodisce.

Le Corbusier, Ann Demeulemeester e una sensibilità comune

La tensione tra spettacolarità e intimità attraversa Anversa già da prima della costruzione del suo immaginario moda contemporaneo. La Maison Guiette, unica casa progettata da Le Corbusier in Belgio, si inserisce come corpo estraneo nel tessuto residenziale della città: un gesto modernista isolato, progettato nel 1926 come studio e abitazione per il pittore e critico d’arte René Guiette.

Oggi, osservata a distanza, la casa non appare più come un’eccezione ma come il primo segnale di una condizione urbana che alterna elementi iconici a una struttura profondamente domestica e diffusa.

Le Corbusier, Maison Guiette, 1926, Anversa, Belgio. Foto via WikiCommons

Questo edificio non appartiene soltanto alla storia dell’architettura ma continua a entrare in risonanza con il fashion system anche grazie alla figura di Ann Demeulemeester, che da questa residenza ha tratto ispirazione per le proprie creazioni.

Certe sensibilità — rigore, essenzialità, rapporto con lo spazio — attraversano così architettura e moda e riemergono in modi inattesi.

Marina Yee e la cultura del gesto silenzioso

La galleria Sofie Van de Velde rappresenta perfettamente questo ponte tra arte e moda.

Lo dimostra anche la mostra dedicata a Marina Yee, la figura più enigmatica e silenziosa degli Antwerp Six, scomparsa lo scorso anno. Per Yee il processo era più importante del risultato: il suo lavoro, fondato su intuizione, integrità e quiete, si è progressivamente allontanato dalla scena internazionale per inseguire una pratica più introspettiva, dove moda, collage, installazione e assemblaggio continuavano a convivere.

Nessun interesse per le grandi dichiarazioni, solo gesti silenziosi ma determinati.

Provare a uscire dalla propria comfort zone, combattendo contro una popolarità non necessaria, è stato ciò che ha guidato l’artista per tutta la sua esistenza, considerando modestia e semplicità condizioni essenziali per la bellezza.

Parlando proprio di questa dimensione, Dewi de Brouwer, Gallery Manager di Sofie Van de Velde, racconta come questa trasversalità sia qualcosa di estremamente naturale ad Anversa e che abbia colpito fin da subito anche lei, trasferitasi dall’Olanda.

“Non è frutto di una strategia particolare”, spiega. “Parte tutto da emozioni viscerali. Non c’è una pretesa iniziale, anzi gli artisti belgi spesso tendono a sottovalutarsi fin troppo, dotati di un’umiltà impressionante che li contraddistingue”.

Kanaal e l’architettura della contemplazione

Questa stessa idea di intimità trova forse la sua forma più estrema a Kanaal, il grande complesso industriale riconvertito dalla Axel Vervoordt Company a Wijnegem, poco fuori Anversa. Ex distilleria e poi malteria affacciata sul canale Albert, Kanaal oggi non si presenta come un’istituzione ma come una vera condizione spaziale: un sistema di vuoti, acqua, cemento, mattoncini, verde e volumi industriali riconvertiti in un’esperienza percettiva lenta.

È proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti di Anversa: la capacità di trasformare l’intimità in una vera infrastruttura creativa.

Qui il visitatore, grazie a un badge che permette di entrare nelle diverse strutture, diventa padrone del proprio tempo. Il complesso di 55mila metri quadrati, concepito in collaborazione con gli architetti Stéphane Beel, Coussée & Goris e Bogdan & Van Broeck, il paesaggista Michel Designe e l’architetto Tatsuro Miki, è stato costruito su una filosofia di condivisione dell’arte come fonte di introspezione, ispirazione e pace.

Tra abitazioni private e cortili condivisi emergono gli spazi espositivi, dagli otto silos in cemento dedicati agli artisti della galleria fino alle installazioni permanenti di James Turrell e Anish Kapoor, rispettivamente collocate in una cappella dismessa e in un edificio circolare storicamente usato per lo stoccaggio del grano.

Questa diversità architettonica dissolve continuamente il confine tra pubblico e privato. Anche la vegetazione, progettata per proteggere la privacy, contribuisce a costruire una forma di intimità diffusa, rendendo la contemplazione parte integrante della vita quotidiana.

È evidente quindi come il design dell’intimità ad Anversa non si traduca in una forma di chiusura, ma nella capacità di creare concentrazione, permeabilità e continuità tra discipline, persone e spazio urbano.

E come è successo per gli Antwerp Six, lo spettacolo poi vien da sé.

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