Nel suo primo giorno di lavoro come direttore creativo di Versace, Pieter Mulier ha postato su Instagram una foto della Medusa. Un gesto semplice, quasi inevitabile, ma anche una dichiarazione d’intenti: per immaginare il futuro della maison bisogna tornare all’archivio di Gianni Versace, e non soltanto ai suoi codici più riconoscibili. Fu lui a scegliere quel simbolo nel 1993, ispirandosi a una testa in marmo vista a Reggio Calabria, la città in cui era nato e dove aveva mosso i primi passi nella sartoria della madre Franca. La Magna Grecia, il Mediterraneo, il folklore meridionale, la classicità e la cultura popolare sono sempre stati parte integrante del suo immaginario.
L’archivio di Gianni Versace non è soltanto attuale. È il futuro della maison
Una grande retrospettiva parigina rilegge l’eredità del designer oltre il barocco e le stampe più celebri, mentre Pieter Mulier prepara il nuovo corso del marchio.
Foto © Emma Birski, courtesy Musée Maillol.
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- Francesca Chiacchio
- 15 luglio 2026
Come accade a ogni cambio di direzione creativa, guardare oggi all’archivio di Gianni Versace è il modo più efficace per capire la strada che il marchio, acquisito da Prada, potrebbe prendere nei prossimi anni. Lo suggerisce anche la retrospettiva allestita al Musée Maillol di Parigi fino al 6 settembre, prima grande mostra francese dedicata al designer dal 1986. Attraverso oltre centoventi silhouette e centinaia di materiali d’archivio provenienti da collezioni private, il percorso restituisce un autore che sfugge a qualsiasi riduzione iconografica.
Il barocco occupa naturalmente un posto centrale, ma la mostra ha il merito di ricollocarlo all’interno di una ricerca molto più ampia. Prima delle stampe oro e nero diventate sinonimo stesso di Versace ci sono il modernismo italiano, la scultura greca, l’opera, l’arte contemporanea, la fotografia e la sperimentazione sui materiali. Gianni assorbiva riferimenti lontanissimi tra loro e li trasformava in un linguaggio immediatamente riconoscibile. Andy Warhol convive con Canova, Botticelli con la cultura delle riviste patinate, mentre le immagini di Richard Avedon, Irving Penn e Helmut Newton contribuiscono a costruire una nuova grammatica del glamour.
Per immaginare il futuro della maison bisogna tornare all’archivio di Gianni Versace, e non soltanto ai suoi codici più riconoscibili.
Anche per questo la sua moda mantiene ancora oggi una sorprendente attualità. Negli anni Ottanta, mentre Milano codificava un’idea di eleganza rigorosa e professionale, Versace lavorava su pelle, metallo, costruzioni architettoniche e silhouette che alteravano il formalismo dell’epoca. Un approccio che Dario Vitale aveva ripreso lo scorso settembre nella sua, purtroppo, unica sfilata per la maison, riportando in vita colori, proporzioni ed eccessi dei primi anni del marchio. Persino la scelta della Pinacoteca Ambrosiana, con i modelli che scendevano da una scala a chiocciola, sembrava evocare le leggendarie presentazioni di Atelier Versace al Ritz di Place Vendôme.
La mostra dedica ampio spazio alle stagioni più radicali della sua carriera. Il bondage, il punk, le spille da balia trasformate in oggetti di lusso, la pelle e le borchie raccontano un designer che utilizzava la provocazione come strumento creativo. Le sue collezioni degli anni Novanta intercettavano le tensioni culturali del momento e dialogavano con musica, attivismo, sessualità e sottoculture urbane. La passerella diventava un luogo di racconto prima ancora che di rappresentazione.
Da qui nasce anche il fenomeno delle supermodel. Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista e Claudia Schiffer smettono di essere semplici interpreti per diventare protagoniste di una nuova stagione della moda. Lo stesso accade con Madonna, Elton John, Prince, Sting, Elizabeth Hurley e Diana Spencer. Versace comprende prima di molti altri che la cultura pop, le celebrità e la moda stanno convergendo in un unico sistema visivo. Miami, con Casa Casuarina e l’energia di South Beach, completa il quadro: un’estetica solare, sensuale e teatrale che finirà per definire un’intera epoca.
La mostra del Musée Maillol suggerisce che il capitolo più contemporaneo della sua eredità potrebbe trovarsi proprio lì: nelle ultime collezioni, quando il rumore lasciava spazio alla forma.
Parigi attraversa il racconto come un filo continuo. Pur avendo contribuito a spostare il baricentro della moda verso Milano, Versace riconosceva nella capitale francese il palcoscenico definitivo. Nel 1989 lanciò Atelier Versace e scelse di presentare l’alta moda durante la settimana della couture. Le sfilate al Ritz entrarono rapidamente nella leggenda. Fu lì che apparve per l’ultima volta davanti al pubblico nel luglio del 1997, pochi giorni prima dell’assassinio a Miami.
Per questo l’ultima sezione della mostra, significativamente intitolata “Simply Beautiful” – come annunciava la copertina del Time nel 1995, celebrando il ritorno del minimalismo – risulta forse la più sorprendente. Nelle collezioni finali le stampe arretrano, il taglio acquista centralità e la costruzione emerge con maggiore evidenza. Rimangono l’audacia e la sensualità che hanno sempre caratterizzato il suo lavoro, ma vengono filtrate attraverso una nuova essenzialità. È un Gianni Versace meno citato e forse oggi particolarmente interessante.
Mulier presenterà la sua prima collezione all’inizio del 2027 e riporterà Atelier Versace sulle passerelle della couture dopo dieci anni di assenza. La sua formazione da architetto rende inevitabile interrogarsi su quali capitoli dell’archivio sceglierà di riattivare. A quasi trent’anni dalla morte di Gianni, la mostra del Musée Maillol suggerisce che il capitolo più contemporaneo della sua eredità potrebbe trovarsi proprio lì: nelle ultime collezioni, quando il rumore lasciava spazio alla forma. Per il futuro della maison, potrebbe essere un punto di partenza più che una conclusione.