Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila Milano è uno dei principali laboratori internazionali della creatività. Designer, artisti, architetti, fotografi, editori e riviste contribuiscono a costruire un’immagine della città destinata a diventare quasi un mito. Ramak Fazel arriva nel 1994 senza sapere davvero come entrarci. Nato in Iran nel 1965 e cresciuto a Fort Wayne, nell’Indiana, ha una formazione da ingegnere e una macchina fotografica che diventa presto il suo lasciapassare. Da quell’inizio nasce Milan Unit, il progetto sviluppato tra il 1994 e il 2009 che oggi entra nella collezione del Maxxi: non solo un ritratto della Milano creativa di quegli anni, ma un’opera-archivio fatta di fotografie, provini, lettere, quaderni, pubblicazioni, documenti e oggetti.
"La fotografia è stata il modo per entrare in mondi ai quali non sapevo ancora come accedere", raconta. "Non cercavo un'immagine definitiva di Milano. Cercavo piuttosto segni, incontri, energie, situazioni."
La città, dice Fazel, gli offre una geografia, un ritmo, una trama sociale. Dietro l’obiettivo Fazel trova una posizione da cui osservare, ma soprattutto un modo per essere lì. La macchina fotografica legittima la sua presenza in una comunità di cui inizialmente non fa parte: gli permette di entrare, guardare, restare, seguire le relazioni nel tempo e vederle trasformarsi in memoria. Ben presto, così, le domande che muovono la sua ricerca diventano più grandi della città stessa: “Hanno a che fare con l’appartenenza, la prossimità, la fotografia, il tempo e con il modo in cui l’esperienza diventa qualcosa che possiamo guardare a distanza.”
Pensavo che il lavoro fossero le fotografie. Poi ho capito che anche tutto quello che stava intorno alle immagini aveva un significato.
Ramak Fazel
Per quindici anni Fazel frequenta studi di artisti, redazioni, case e atelier di designer. Più che una sequenza di fotografie, la sua pratica diventa una rete di incontri, alcuni cercati, altri casuali, che mettono in relazione presente, passato e futuro, facendo emergere nessi a volte epifanici, a volte sfuggenti.
“Mi sembra quasi impossibile ricordare una sola persona. Milan Unit è nato dalle relazioni umane più che da un evento decisivo. Le persone mi hanno aperto le porte, ma soprattutto hanno accettato la mia presenza. Mi hanno permesso di restare abbastanza a lungo perché si sviluppasse qualcosa di più di un semplice accesso. In questo senso Milan Unit è anche la storia della capacità dell’Italia di accogliermi.”
Intanto, sugli scaffali si accumulano fotografie e provini a contatto, ma anche listini prezzi, dichiarazioni dei redditi, corrispondenza, fotocamere, negativi, libri, piccoli oggetti e perfino i quaderni con cui Fazel imparava l’italiano nei suoi primi anni milanesi. Faldoni vagamente intitolati Projects e Jobs convivono con raccolte più specifiche, come quella dedicata a Domus.
“Inizialmente pensavo che il lavoro fossero le fotografie. Poi ho capito che anche tutto quello che stava intorno alle immagini aveva un significato.” La raccolta non conserva solo le immagini, ma tutto ciò che le ha rese possibili: “Non erano semplici materiali di supporto. Contenevano il processo, le relazioni, i dubbi e le circumstantial che le avevano prodotte.”
Non credo che Milan Unit abbia mai aspirato a essere un archivio. Lo definirei piuttosto un'opera prodotta attraverso un comportamento archivistico.
Ramak Fazel
“Non credo che Milan Unit abbia mai aspirato a essere un archivio”, racconta. “Lo definirei piuttosto un’opera prodotta attraverso un comportamento archivistico. È tutto iniziato come una pratica vissuta, un sistema di studio, un modo di mantenere viva l’attenzione, e solo più tardi è diventato riconoscibile come un’opera che usa l’archivio come proprio medium.”
Oggi Fazel ci rivede le tracce di un’epoca ormai scomparsa: il tramonto della fotografia analogica, il passaggio tra due millenni, gli anni appena precedenti all’arrivo dei social media. “La distanza spesso cambia la scala delle cose. Oggi il lavoro parla anche di tempo, memoria, sparizione e sopravvivenza. Non credo che l’opera sia cambiata, a essere cambiato è piuttosto il nostro modo di leggerla.” E ancora, “mi chiedo spesso se gli stessi gesti, gli stessi incontri e gli stessi movimenti sarebbero ancora possibili oggi.”
Domanda che accompagna anche l’ingresso di Milan Unit nella collezione del Maxxi e apre una nuova fase del progetto. In occasione della mostra, Fazel ha ricostruito l’archivio all’interno del museo romano, nel nuovo Spazio Ghella: scaffali, raccoglitori, fotografie, documenti e oggetti sono parte dell’installazione come anche una linea del tempo che si spinge fino all’anno 3026 e immagina una serie di mostre ancora inesistenti, ciascuna nata da un frammento dell’archivio.
I documenti fiscali saranno riletti come una biografia economica, i rullini mai sviluppati saranno trasformati in immagini latenti, le fotografie ritrovate saranno intese come memorie orfane, un piccolo Maneki-neko sarà elevato a reliquia. “Con l’ingresso in collezione non ho avuto la sensazione di consegnare al museo qualcosa di finito. Semmai, ho avuto la sensazione di aprire una nuova fase della sua storia. Il museo protegge l’archivio, ma gli offre anche una nuova vita pubblica. E poiché Milan Unit è insieme archivio e opera, il museo non si limiterà a conservarlo: diventerà parte della sua continuazione.”
La fotografia mi ha insegnato come entrare nel mondo. Ha plasmato la mia età adulta.
Ramak Fazel
“Milan Unit non mi ha insegnato cos’è un archivio. Mi ha insegnato che un archivio può diventare un modo di lavorare”, spiega. “Per molti anni la fotografia mi ha insegnato come entrare nel mondo. Ha plasmato la mia età adulta. Col tempo mi sono interessato sempre meno all’immagine finale e sempre di più alle relazioni che produceva: con le persone, con i luoghi, con i documenti, con gli oggetti, con la memoria, con il tempo.” L’augurio è che ora, al Maxxi, l’opera possa uscire dal perimetro dell’esperienza di Fazel e tessere nuovi legami con il pubblico.
- Mostra:
- Ramak Fazel. Milan Unit 1994–2009
- A cura di:
- Simona Antonacci, Maria Del Priori
- Dove:
- Spazio Ghella. Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma
- Date:
- Dal 4 giugno 2026
