“Odiamo i touchscreen.”
È così che il team di Busy Bar spiega una delle caratteristiche più evidenti del suo nuovo dispositivo. Con il grande pulsante, la rotella, i display pixelati e i messaggi luminosi, sembra uno strumento da ufficio retrofuturista: uno di quegli oggetti che avrebbero potuto trovarsi sulla scrivania di George Jetson.
L’aspetto più divertente di Busy Bar è anche il motivo per cui funziona. Si preme il pulsante e un messaggio pixelato informa all’improvviso tutti quelli che ci circondano che siamo occupati. È colorato, leggermente teatrale e forse persino un po’ ridicolo. Ma è molto più difficile da ignorare della modalità concentrazione nascosta da qualche parte nel telefono: lo stesso telefono che, in teoria, dovremmo cercare di non guardare.
Busy Bar è il nuovo prodotto di Flipper Devices, l’azienda dietro Flipper Zero, il multitool elettronico diventato una celebrazione della cultura visiva hacker. Se Flipper Zero è stato progettato per rivelare le tecnologie invisibili che ci circondano, Busy sembra inseguire la missione opposta: farle sparire abbastanza a lungo da riuscire finalmente a concludere qualcosa.
L’azienda, però, non considera i due prodotti in contraddizione. Busy Bar è un dispositivo autonomo, pensato per affrontare un altro tipo di problema, ma condivide con Flipper Zero gli stessi principi di “apertura, multifunzionalità, personalizzazione e flessibilità operativa”.
Un cartello “non disturbare” programmabile
Busy Bar sembra uno strumento da lavoro retrofuturista, il genere di oggetto che ci si aspetterebbe di vedere su una scrivania in una puntata dei Jetsons. La matrice Led frontale da 72 per 16 pixel è rivolta verso la stanza, mentre un piccolo display Oled monocromatico sul retro mostra al proprietario ciò che sta accadendo. Può essere appoggiato su una scrivania, fissato a un monitor oppure montato fuori da una porta.
La somiglianza non è soltanto estetica. Come molte tecnologie del futuro immaginate nel passato, Busy Bar trasforma un processo invisibile in un segnale fisico quasi esagerato: la concentrazione diventa un messaggio luminoso, mentre un pulsante, una rotella e un selettore offrono all’utente un controllo diretto sull’ambiente digitale che lo circonda.
Esistono due fonti di rumore equivalenti: le persone intorno a noi e le tentazioni dentro lo smartphone.
Il team del BUSY Bar
Premendo il pulsante si attiva la modalità Busy. Parte un timer, le notifiche vengono silenziate, le applicazioni che distraggono possono essere bloccate e compare un messaggio rivolto a colleghi, familiari o chiunque altro stia pensando di interromperci. Attraverso Matter, Apple Home, Google Home e Home Assistant, lo stesso gesto può modificare anche l’ambiente fisico, regolando luci, musica e dispositivi connessi.
L’oggetto, quindi, non si limita a organizzare il comportamento del suo proprietario. Cerca di cambiare il comportamento della stanza.
“La parte più difficile del lavoro profondo è recuperare la concentrazione dopo essere stati interrotti da colleghi o familiari per qualcosa di irrilevante”, ha spiegato a Domus il team di Busy. Un segnale luminoso fissato a un monitor o fuori da una porta può evitare l’interruzione prima ancora che avvenga. “Stabilisce un confine cortese.”
L’ambizione è affrontare contemporaneamente ogni possibile fonte di disturbo: “digitale, verbale o fisica”, dalle notifiche e dalle applicazioni che distraggono ai colleghi fastidiosi, fino all’eccesso di luce, rumore e dispositivi connessi.
“Con un solo clic, su tutti i canali, puoi ritrovare pace e concentrazione.”
Il telefono non può proteggerci dal telefono
È questo che un’altra applicazione per la produttività non potrebbe replicare. Il telefono può silenziare le notifiche, avviare un timer Pomodoro e bloccare alcuni software, ma non può comunicare con la persona che si sta avvicinando alla nostra scrivania.
Soprattutto, il telefono è esso stesso parte del problema. Lo prendiamo in mano per attivare una funzione utile e, venti minuti dopo, ci ritroviamo dentro un feed senza ricordare bene come ci siamo arrivati.
“Quante volte avete preso il telefono per fare una cosa precisa e, venti minuti dopo, vi siete ritrovati a scorrere distrattamente il feed di TikTok?”, chiede il team.
La loro argomentazione è volutamente brutale. Il rituale con cui si attiva la concentrazione deve essere trasferito su un oggetto esterno, “uno che non ti risucchi in un vortice di procrastinazione che fa marcire il cervello”.
Busy Bar e la sua app complementare dividono quindi il problema tra il mondo fisico e quello digitale. “Esistono due fonti di rumore equivalenti: le persone intorno a noi e le tentazioni dentro lo smartphone.” Il display affronta la prima; l’app silenzia la seconda.
Il pulsante fisico non è soltanto decorativo. “I touchscreen sono senz’anima e scomodi quando si tratta del rituale di un’azione semplice”, spiegano i designer. “Ma soprattutto non restituiscono alcuna sensazione di controllo.”
Questa ostilità verso il design privo di attrito collega Busy Bar a Flipper Zero più di quanto le loro diverse funzioni potrebbero far pensare. Entrambi hanno pulsanti, display limitati e il carattere di giocattoli elettronici provenienti da una linea temporale tecnologica alternativa. Sembrano più vicini ai Tamagotchi, alle vecchie console portatili e all’hardware sperimentale della cultura hacker che alle superfici neutre in vetro dell’elettronica di consumo mainstream.
La bassa risoluzione come forma di disciplina
L’estetica pixelata deriva dal background ingegneristico e hacker del team, ma svolge anche una funzione pratica.. Comunica le idee rapidamente, evita il disordine e non finge di essere qualcosa che non è”, spiegano. “Il contenuto determina la forma.”
La matrice frontale e il piccolo schermo posteriore lasciano pochissimo spazio al rumore visivo. Ogni messaggio deve essere semplificato fino a conservare soltanto l’essenziale. Il limite diventa così un filtro, costringendo sia l’azienda sia gli sviluppatori esterni a decidere che cosa meriti davvero l’attenzione dell’utente.
“Ci sono meno possibilità di riempire lo schermo di segnali superflui”, spiega il team. Uno sviluppatore che crea un’applicazione è costretto a filtrare le informazioni e a mostrare “soltanto ciò che è realmente importante”.
Come Flipper Zero, Busy è concepito come una piattaforma aperta, non come un dispositivo chiuso e definitivo. Il firmware open source, le api Http e Mqtt e le librerie Python e TypeScript permettono agli utenti di creare le proprie integrazioni. Il display può già mostrare stati, orologi, pixel art, meteo e informazioni provenienti da servizi come Spotify, Notion e Google Calendar.
“Non stiamo costruendo un prodotto destinato a rimanere su uno scaffale”, spiegano i designer. Vogliono che si adatti agli strumenti e ai flussi di lavoro di ogni utente e che la comunità partecipi alla sua evoluzione. “Chiunque dovrebbe poter riscrivere da zero il firmware, se lo desidera o se ne ha bisogno.”
Un oggetto per chi ha ancora una scrivania
Dal vivo, Busy Bar è piacevole e sorprendentemente divertente. C’è qualcosa di soddisfacente nel dare alla concentrazione un inizio visibile: si preme il pulsante, la stanza riceve il messaggio e, almeno simbolicamente, il resto della tecnologia si ritira.
La sua presenza fisica, però, è anche il suo limite più evidente. Busy Bar sembra progettato per chi dispone ancora di una scrivania fissa, o forse persino della porta di un ufficio. È meno convincete per chi lavora in un bar al mattino, su un treno all’ora di pranzo e a una postazione condivisa nel pomeriggio.
Il dispositivo è abbastanza compatto da poter essere spostato all’interno di una stanza, ma non abbastanza piccolo da entrare in un kit portatile quotidiano. Una versione tascabile, più vicina alle dimensioni e alla strana desiderabilità di Flipper Zero, sarebbe potuta essere quasi perfetta: un piccolo confine luminoso da appoggiare accanto al computer ovunque si lavori.
Per decenni, le aziende tecnologiche hanno promesso di rendere i loro prodotti invisibili, fluidi e permanentemente disponibili. Busy Bar propone una correzione. A volte la tecnologia deve tornare visibile, non per catturare ancora di più la nostra attenzione, ma per proteggere quella che ci resta.
“Non siamo luddisti”, spiega il team. “Qualsiasi cosa può essere una medicina o un veleno: dipende tutto dal dosaggio e dall’equilibrio.”
