Mentre l’amministrazione Trump promette (senza finora mantenere) grandi rivelazioni sugli Ufo e Spielberg torna al cinema con un film sugli alieni decenni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., Chloe Wise debutta con “Extrasensory”.
“È lo zeitgeist”, commenta lei mentre andiamo a prendere caffè freddi alle spalle della Kulturstiftung Basel H. Geiger di Basilea, dove la mostra ha appena aperto. “Ci lavoro da due anni. Sono ossessionata da questo tema da sei”, spiega lei.
Dipinge, e quando dipinge ascolta audiolibri. Negli ultimi anni ha ascoltato e letto tutto quello che riusciva a trovare su coscienza, biocentrismo, fisica quantistica, esperienze Ufo, religione, divinità. “Non voglio chiamarlo rabbit hole, perché in realtà è un tema enorme, aperto. Non è una spirale: è una forma espansiva di interrogazione”.
Non è la prima volta che le succede però. Nel 2019, nella sua mostra “And Everything Was True” all’Heart – Herning Museum of Contemporary Art, in Danimarca, Wise lavorava attorno a immagini di igiene, isolamento, protezione, superficies medicali, Kleenex, Purell, guanti. All’inizio dell’anno successivo, il Covid terrorizzava il mondo, bloccandolo e ridisegnandone il volto in un modo che ancora adesso dobbiamo capire con precisione.
Lei ride sotto il sole caldo di Basilea di metà giugno, o forse non ride davvero, perché in fondo questa cosa della coincidenza le interessa molto. “Ma forse è anche una simulazione. Potrei essere io a farla girare”. Intanto, in fondo alla strada sta per aprire un caffè che si chiama Bagel no. 5, proprio come la scultura che ha reso Chloe Wise celebre globalmente. È lo zeitgeist, baby. Le mostro una foto. Pensavo fosse un pop-up legato alla mostra. Invece è l’ennesima coincidenza.
Viviamo in un momento scientifico e militarizzato, quindi percepiamo qualcosa di così insondabile da sfidare la fisica.
Chloe Wise
Chloe Wise potrebbe essere la giovane artista contemporanea per eccellenza. Non ci sarebbe l’opera senza l’artista e viceversa. Da perfetta hyper-millennial, parla del mondo sempre mettendo sé stessa davanti, ma con scioltezza e nessuna arroganza. Borsa Balenciaga, tabi ai piedi e capelli tirati indietro da un paio di occhiali da sole dalle linee affusolate stile Oakley.
Facciamo una foto insieme e approccia la cosa con la scioltezza di un’attrice che ha vinto il Sundance un paio di volte. Carismatica e sempre in movimento, la sua conversazione è così sciolta che ti dà l’impressione che potrebbe registrare dieci podcast di fila. Ha pure ritratto Olivia Rodrigo, cosa c’è di più cool nella pop-sfera? Non a caso Wise ha più di 200mila follower su Instagram. Chloe Wise è una che con lo zeitgeist ci sta ballando un valzer, e sta andando alla grande.
Il film più grande che potesse fare
Il cuore di “Extrasensory” è un film di circa 30 minuti, che in realtà sono tre film proiettati in contemporanea. Una faticaccia. “Abbiamo girato per sette giorni, più un giorno di pickup”, racconta Wise. “Dura trenta minuti. Ma sono tre schermi.
Quindi è più vicino a ventuno film che a un film solo”. Nel film si alternano angeli su fondali alla Fiorucci, demoni urbani e bimbi alieni, Satana che attraversa Times Square, gli angeli di Victoria’s Secret che tornano letteralmente angeli e un culto di cui non capiamo mai fino in fondo cosa stia adorando. Un grammelot tra rom-com, contemporary gothic, emo-horror e finto teatro rococò, come se ogni genere fosse solo un travestimento provvisorio dell’ignoto.
Tutti conoscono Wise soprattutto come pittrice, ed è vero che la pittura resta la parte più visibile della sua pratica, quella che l’ha portata nel sistema dell’arte, nei collezionismi, nelle gallerie, nei ritratti di una generation. Ma lei insiste: i video li fa da dieci anni. “È stata l’occasione per dire: non mostrerò nessun dipinto, così potete vedere davvero il video. Non potete distrarvi con i dipinti”.
Eppure non è un tradimento della pittura. “È come un dipinto. È il dipinto più grande che potessi fare”. Solo che al posto della tela ci sono persone che si muovono, frasi che ritornano, suoni che si sovrappongono, figure che passano da uno schermo all’altro, audio stratificati, portali, errori, improvvisazioni, tagli. “Per me è il dipinto più astratto, ma allo stesso tempo è molto figurativo”.
“Extrasensory” non è una mostra sugli Ufo e nemmeno su angeli, demoni, culti e luci bianche. O meglio: non indaga sulla loro esistenza. La domanda è un’altra: perché l’essere umano continua ad avere bisogno di queste forme? Perché, ogni volta che qualcosa eccede la nostra capacità di nominarlo, produciamo immagini, racconti, divinità, superstizioni, apparizioni, tecnologie, complotti, souvenir? Il paranormale, in questo senso, non è una fuga dalla realtà.
Che quello che vedono siano angeli, alieni, un Ufo, fantasmi, il diavolo o la fede stessa, è come se stessero entrando in contatto con qualcosa che non può essere nominato.
Chloe Wise
“Per me si tratta del fallimento del linguaggio davanti a qualcosa di ineffabile come il fenomeno”, dice Wise. “Che quello che vedono siano angeli, alieni, un Ufo, fantasmi, il diavolo o la fede stessa, è come se stessero entrando in contatto con qualcosa che non può essere nominato”.
Wise la mette così: nel corso della storia, gli esseri umani hanno sempre cercato di confrontarsi con qualcosa più grande di loro. Hanno inventato storie, mitologie, dei, dee, religioni, sistemi di credenze. “Forse è lo stesso fenomeno che oggi, in un’epoca tecnologica, quando guardiamo in alto chiamiamo Ufo.
Gli Ufo sono una luce bianca che ci sfugge e sfida la fisica”. In più, nota Wise, “viviamo in un momento scientifico e militarizzato, quindi percepiamo qualcosa di così insondabile da sfidare la fisica”. Noi lo percepiamo attraverso la lente della tecnologia. “Ma se vivessi nell’anno Mille, nell’anno zero, in epoca sumera, qualunque cosa sia quella stessa identica esperienza, avresti semplicemente un linguaggio diverso per descriverla”.
Quando la Terra fa paura, guardiamo il cielo
La mostra arriva in un momento in cui il paranormale sembra tornato ovunque, o forse non se n’era mai andato. Il mondo è pieno di dati, immagini, mappe, misurazioni, notifiche, strumenti che promettono controllo, eppure sembra sempre più difficile capire cosa stia succedendo davvero. Più tutto è documentato, più tutto sembra sfuggire. Più la realtà diventa leggibile, più si riempie di buchi.
Wise non lo tratta come un paradosso nuovo. Al contrario, lo colloca in una storia lunga. “Nel corso della storia, nei momenti di disordine politico, di ansia militare o, per esempio, di ansia nucleare negli anni Quaranta e poi di nuovo negli anni Sessanta e Settanta, ogni volta che c’è una guerra, ci sono moltissimi Ufo”. Gli avvistamenti di Ufo diventano la nostra escapologia. Il cielo che resta sopra le nostre teste quando la terra diventa insostenibile. “Ogni volta che c’è ansia terrestre, guardiamo in alto per trovare risposte migliori”.
La Kulturstiftung Basel H. Geiger è famosa per adattare i suoi spazi alla mostra in corso. E lo fa anche questa volta. Da fuori sembra un negozio di souvenir. Con Wise parliamo del legame tra la parola mostro e “mostra” in italiano. È madrelingua inglese e francese e parla un poco di italiano, “non l’ho mai studiato, forse in un’altra vita ero italiana”, sorride lei. E che cos’è un souvenir, il suo senso in francese.
Quella parola che in italiano perimetriamo in uno spazio precisissimo tra una bancarella di ricordi delle vacanze e un magnete da frigo preso all’ultimo in aeroporto prima di partire, per Wise è una esplosione di significato che si arrotola e srotola sul verbo che in francese significa ricordare.
“Souvenir, dal punto di vista etimologico, significa ricordare”, dice. E il finto negozio dell’ingresso è esattamente questo: un dispositivo per ricordare qualcosa che forse non si può ricordare davvero. “Hai un negozio di souvenir pieno di piccoli oggetti stupidi, collanine, cartoline e bumper sticker. Servono a cercare di ricordare qualcosa che è stato così significativo: un tramonto, una vacanza al mare, la Vergine Maria in un luogo di pellegrinaggio”. Per Wise, ancora una volta, tutto torna a una questione essenziale: “Per me parla di come il linguaggio fallisce quando prova ad affrontare l’ignoto”.
Il gift shop sembra una cabina spazio temporale collegata da una porta sul retro con l’Area 51. Qui si trovano croci, candele, accendini, adesivi, magneti, poster, pamphlet finti, santini alieni, t-shirt, collanine, cartoline, oggetti religiosi, oggetti da autogrill, oggetti da setta, oggetti da banco di souvenir vicino a un santuario o a un museo dell’Ufo nel mezzo del nulla. Ma anche tanti oggetti trovati qui in Svizzera, come una collezione di bibbie antiche, mi dice Wise. E purtroppo no, non puoi portare a casa niente.
Le frasi ricorrenti sono una parte fondamentale del progetto. Tornano quasi ossessivamente nel film e si leggono anche nel finto gift shop, stampate come bumper sticker, magneti, slogan assurdi, piccoli oracoli da frigorifero: “Science confesses her ignorance” (“La scienza confessa la propria ignoranza”), “Nature is just busy” (“La natura è solo impegnata”), “Pure uselessness” (“Pura inutilità”), “The planet is a mess, it deserves a rest” (“Il pianeta è un disastro, merita di riposare”), “Look at this, forget about that” (“Guarda questo, dimentica quello”), “Amen is enough, and yes” (“Amen basta, e sì”). Fanno quello che Wise vuole far fare al linguaggio: inciampare, ripetersi, perdere e ritrovare senso. E poi “the dog has died again” (“il cane è morto di nuovo”). Ma nel finto gift shop, dog diventa “god”, Dio.
Il gift shop dell’ignoto
Chloe Wise è sempre stata molto brava a guardare gli oggetti non come cose, ma come sistemi di desiderio. All’inizio erano i bagel finti travestiti da borse di lusso, il cibo come status symbol, il consumo come identità, la moda come dispositivo di credenza sociale.
Con “Extrasensory” quel meccanismo si sposta su un piano diverso: non più soltanto il lusso, il corpo, il cibo, la seduzione, ma la fede. Che cosa facciamo quando trasformiamo una rivelazione in un magnete? C’è una parete dove i crocifissi si alternano alle icone aliene. Le faccio notare che in Italia per una cosa del genere si scatenerebbe di sicuro un putiferio. Lei replica con uno sguardo che dice: “ottima informazione, magari ci penso”. Poi aggiunge: “Forse gli alieni sono angeli”.
Il negozio sembra sciatto, improvvisato, un po’ brutto, e invece ogni dettaglio è stato progettato. “C’è voluto tantissimo lavoro per far sembrare qualcosa così brutto”. Il negozio è il cancello d’ingresso e anche quello d’uscita e non poteva essere diverso da così, dice Wise, “perché il modo in cui iniziamo a costruire le nostre credenze, da bambini o nel nostro primo rapporto con la fede, passa dagli oggetti.
Non voglio chiamarlo rabbit hole, perché in realtà è un tema enorme, aperto. Non è una spirale: è una forma espansiva di interrogazione.
Chloe Wise
Hai una croce, una menorah o una t-shirt che mostra quale band ti piace. Rappresentiamo la fede con icone, oggetti, cose commerciali”. Prima l’artista sembrava dire che consumiamo identità, corpi, status, desideri. Ora dice che consumiamo anche la fede. “Commodifichiamo qualcosa di significativo e trascendentale come la fede. Lo trasformiamo in un oggetto da scambiare”.
Tra tutti i pezzi del finto negozio, quando le chiedo cosa preferisce, Wise indica il distributore di bibite. Non ci sono bibite e non ci sono scritte. Solo la stilizzazione della notte stellata. Come a dire, qualsiasi cosa tu comprerai qui, qualsiasi bibita possa uscire da questa macchinetta, potrà essere una cosa sola. L’ignoto. Alla fine, questo è l’ipercubo di tutto “Extrasensory”. La macchina delle bibite senza bibite. Una promessa di consumo che non consegna nessun prodotto. Un distributore automatico del cosmo. Una superficie nera piena di stelle, dentro un negozio che non vende nulla, all’ingresso di una mostra che non vuole dimostrare niente. Il paranormale, allora, non spiega gli alieni. Spiega noi.
Immagine di apertura: Chloe Wise, 2026. Courtesy Kulturstiftung Basel H. Geiger
