Attraverso la fotografia, una comunità di Porto Rico racconta come ha salvato la propria terra

In un museo d’arte contemporanea di San Juan, un progetto fotografico realizzato insieme agli abitanti mostra come la vita quotidiana, la cura del territorio e forme di governance collettiva abbiano trasformato Caño Martín Peña, uno storico canale tidale e l’area urbana costruita attorno ad esso.

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir

Photo Christopher Gregory-Rivera 

A San Juan, Porto Rico, un museo d’arte contemporanea ricavato in un ex liceo ospita una mostra intima di ritratti dedicata agli abitanti che hanno modellato — e sono stati modellati da — Caño Martín Peña, il canale ostruito che attraversa la città. Il Caño Martín Peña Land Trust, in cui queste persone vivono, mette in rete otto comunità impegnate a proteggere il territorio da interessi immobiliari e municipali. Il fotografo documentarista Christopher Gregory Rivera ha coinvolto direttamente gli abitanti per raccontare la vita quotidiana su una terra che la comunità è riuscita a preservare attraverso pratiche di cura collettiva del territorio, nella mostra “Sereno no me mandes a dormir”. Ripercorrere la storia di San Juan permette di cogliere il significato profondo delle immagini, in apparenza ordinarie, esposte in mostra. Il canale al centro del Caño Martín Peña Land Trust era stato a lungo abbandonato, considerato inutile e afflitto dalla malaria. Nella prima metà del Novecento, però, l’area iniziò a essere abitata da contadini e lavoratori neri e latinoamericani in cerca di salari migliori e nuove opportunità in città. Costruendo baracche di legno sopra le acque paludose, colmarono il terreno sottostante con rifiuti e detriti. 

Parallelamente, e per decenni, il canale divenne un ricettacolo per le acque reflue e i rifiuti dell’intera città. Non si trattava di un problema circoscritto: l’inquinamento del canale — che collega la Baia di San Juan a ovest con la Laguna di San Miguel a est — provocò allagamenti in vaste aree circostanti, compreso l’aeroporto internazionale Luis Muñoz Marín, il principale hub aereo del Paese.

Da canale dimenticato a territorio conteso

Man mano che l’assenza di dragaggi rendeva evidente il ruolo del canale nelle criticità infrastrutturali dell’intera città, l’approccio dell’amministrazione di San Juan cambiò, trasformandolo da infrastruttura trascurata a territorio urbano di valore all’interno dell’economia immobiliare cittadina. Negli anni Ottanta, gli sviluppatori iniziarono a riconoscere il potenziale delle aree affacciate su quella che è l’arteria finanziaria della città, dando avvio allo sfollamento degli abitanti nella sezione orientale di Caño Martín Peña.

Porto Rico esiste come un istmo in America Latina: voti che non vengono conteggiati, infrastrutture sottofinanziate.

Abdiel Segarra, Museo de Arte Contemporáneo de Puerto Rico

Nel 2002, i residenti del CMP iniziarono a rivendicare un’autorialità politica e legale sul territorio, elaborando piani per contrastare la rilocalizzazione forzata e il continuo sfruttamento della terra e del canale. Nel 2004, dopo 700 assemblee comunitarie, nacque una coalizione formalizzata, il G-8 (Grupo de las Ocho Comunidades Aledañas al Caño Martín Peña, Inc.). “Abbiamo proposto di dragare il canale autonomamente, contro la volontà dell’allora governatore”, raccontano i leader del G-8. “Tuttavia, la riqualificazione del canale non poteva avvenire senza il coinvolgimento dell’Army Corps of Engineers. Così abbiamo preso l’iniziativa, autofinanziando una valutazione ambientale completa che il Corpo non ha potuto ignorare.”

Autorialità comunitaria contro lo sfollamento

Segarra colloca il progetto all’interno della realtà amministrativa coloniale di Porto Rico, dove le infrastrutture sono al tempo stesso cronicamente trascurate e rigidamente controllate. “Porto Rico esiste come un istmo in America Latina: voti che non vengono conteggiati, infrastrutture sottofinanziate. Ma è in momenti come questi, quando la presenza amministrativa statunitense si manifesta attraverso l’Army Corps of Engineers, che ci viene ricordato che siamo tecnicamente un territorio degli Stati Uniti”, afferma Abdiel Segarra, curatore associato del Museo de Arte Contemporáneo.

“Scienziati ambientali e architetti, sia interni sia esterni al CMP, sono stati coinvolti per tradurre le richieste della comunità in un Piano di Sviluppo Integrato, che affrontasse dragaggio, sicurezza abitativa e mitigazione delle alluvioni come problemi di progetto interdipendenti”, spiega Rivera. “Quando il piano è stato presentato al governatore di Porto Rico e all’Army Corps of Engineers, le autorità inizialmente hanno mostrato esitazione.” Nel 2016, le Nazioni Unite hanno conferito al G-8 e al suo Piano di Sviluppo Integrato il World Habitat Award, contribuendo a consolidare il sostegno del governo e ad attirare l’attenzione di candidati politici desiderosi di ottenere il consenso di una comunità attiva di oltre 20.000 residenti all’interno del land trust di Caño Martín Peña.

Mettere in mostra la cura come sapere spaziale

“Oggi la comunità sta procedendo con i piani per avviare il dragaggio del canale”, racconta Segarra, accompagnandomi lungo il corridoio del piano interrato che ospita la mostra. Piuttosto che illustrare la crisi del canale, i ritratti funzionano come una contro-mappa, documentando corpi, gesti e pratiche quotidiane che hanno sostenuto un sistema urbano altrimenti trascurato. In questo senso, l’esposizione non opera tanto come rappresentazione quanto come strumento spaziale, capace di tradurre forme di governance vissuta in un linguaggio visivo. Materiali d’archivio comunitari e testimonianze video ampliano questo racconto, mostrando come la cura collettiva del territorio e l’autogoverno abbiano agito come dispositivi di protezione contro lo sfollamento, l’esclusione e la precarietà razzializzata.

Scienziati ambientali e architetti, sia interni sia esterni al Cmp, sono stati coinvolti per tradurre le richieste della comunità in un Piano di Sviluppo Integrato.

Christopher Gregory Rivera

Il museo sorge accanto a una scuola pubblica superiore, mantenendo una relazione porosa che consente agli studenti di attraversarne liberamente gli spazi. In questo modo, l’edificio si configura come un’estensione educativa del quartiere, portando in primo piano storie e realtà spaziali spesso oscurate dalla narrazione turistica di San Juan, e riconoscendo al contempo il valore del proprio riuso adattivo.

Ripensare l’architettura attraverso la custodia

Il Caño Martín Peña Land Trust offre una lezione incisiva sul design urbano sostenibile. Le alluvioni non richiedono necessariamente imponenti sistemi di pompaggio o soluzioni ingegneristiche estrattive — approcci spesso privilegiati in regioni vulnerabili al clima, come la Florida. Il progetto dimostra invece le capacità legali, spaziali e di custodia del territorio degli stessi abitanti. Mette in discussione il riflesso dell’architettura di delegare le soluzioni all’esterno, proponendo la cura del territorio come una forma primaria di intelligenza progettuale. Più radicalmente, Caño Martín Peña ridefinisce il concetto stesso di autorialità, suggerendo che l’architettura non nasce dal dominio sul terreno, ma da una negoziazione continua e condivisa con esso.

  • "Sereno no me mandes a dormir" di Christopher Gregory-Rivera
  • Abdiel Segarra Ríos
  • Museo di Arte Contemporanea di Porto Rico (MAC)
  • fino al 26 gennaio 2026
Sereno no me mandes a dormir Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir Photo Christopher Gregory-Rivera 

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Sereno no me mandes a dormir Photo Christopher Gregory-Rivera 

Sereno no me mandes a dormir Photo Christopher Gregory-Rivera 

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